I dati AIRE confermano la crescita dell’emigrazione ligure, tra scelte di lavoro e prospettive mancate
La comunità ligure che vive fuori dall’Italia continua a espandersi. Le ultime rilevazioni dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero indicano che, al 1° gennaio 2025, i cittadini originari della Liguria iscritti all’AIRE hanno raggiunto quota 184 mila. L’incremento registrato negli ultimi anni evidenzia una dinamica stabile, che colloca la regione al di sopra della media nazionale per incidenza di residenti all’estero.
Una regione storicamente segnata dalla mobilità
Il fenomeno interessa l’intero territorio ligure. Genova resta l’area con il numero più elevato di iscritti AIRE, ma la crescita riguarda anche Savona, Imperia e La Spezia. Nel complesso, oltre il 12 per cento della popolazione ligure risulta residente fuori dai confini nazionali, mentre il dato medio italiano si ferma intorno all’11 per cento.
Questi numeri riflettono una tradizione migratoria radicata, che oggi assume forme nuove. Accanto ai legami familiari e alle migrazioni di lungo periodo, emergono scelte legate alla formazione e all’inserimento professionale in contesti ritenuti più dinamici.
Giovani e opportunità oltreconfine
Una quota rilevante dei flussi riguarda persone in età lavorativa, in particolare tra i 18 e i 49 anni. Si tratta spesso di profili qualificati che cercano all’estero condizioni economiche migliori e ambienti percepiti come più aperti al merito. Le destinazioni principali restano europee, con Germania, Francia e Spagna tra le mete più frequenti, mentre continua il legame con i Paesi dell’America Latina, dove sono presenti storiche comunità di origine italiana.
Dietro le statistiche, però, ci sono esperienze individuali che aiutano a leggere il fenomeno in modo più concreto.
Berlino raccontata da un genovese
A offrire uno sguardo diretto è Franz Becchi, giornalista genovese della Berliner Zeitung che vive e lavora a Berlino da tre anni e figlio del noto Professore ed opinionista Paolo Becchi. La sua testimonianza restituisce una visione lontana dalle semplificazioni.
«A Berlino le cose non funzionano in maniera eccezionale, come forse molti in Italia pensano. La precisione tedesca, ecc., è in realtà solo un lontano ricordo. Solo alcuni giorni fa è stato risolto un blackout che ha lasciato oltre 50.000 case senza elettricità per cinque giorni. Casa mia l’ha scampata per un pelo, una questione di pochi metri.
Ma comunque, sono qui. Vivo in questa città – che, nonostante tutto, adoro – da tre anni e lavoro come giornalista per un quotidiano locale, la Berliner Zeitung. Francamente, non me ne sarei mai andato da Genova, dalla Liguria. Ma chi me lo farebbe fare? Non vedere la luce del sole per mesi, non vedere più il mare, non poter più pucciare la focaccia nel cappuccino.
La verità è che, nonostante la profonda crisi sociale ed economica che sta attraversando la Germania, la vita qui è ancora decisamente migliore che a casa. Guadagno tre volte tanto, sì, e il costo della vita non è poi così diverso da quello dell’Italia. Ma soprattutto, qui viene posta fiducia in me, da giovane straniero. Una cosa inimmaginabile in Italia.
Probabilmente starei ancora facendo fotocopie se fossi rimasto a casa. Me ne rendo conto bene: in Italia il giovane è visto come un peso, piuttosto che come il futuro. Qui, invece, non è così. Se sbagli, vuol dire che impari. E la fiducia motiva.
È una tristezza, perché se ci fosse anche una sola occasione di poter rimanere a casa mia, a Zena, non ci penserei due volte. Ma purtroppo le possibilità non ci sono e mi conviene restare in un paese che si vuole preparare per andare in guerra».
Salari e riconoscimento del merito
Il tema dell’emigrazione giovanile è entrato anche nel dibattito politico nazionale. La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha definito la questione una priorità, individuando alcune delle cause strutturali del fenomeno.
«È una questione che considero una priorità – dice Meloni – L’Italia storicamente ha una forte emigrazione, credo che la questione principale sia la questione salariale. Forse andrebbe fatto un ragionamento sui salari di primo ingresso ma anche sul merito, perché c’è la percezione che non si possa arrivare da qualche parte sulla base delle proprie capacità».
Le parole della premier si inseriscono in un confronto più ampio sul futuro del lavoro, sulla capacità del sistema economico di trattenere competenze e sulla necessità di offrire percorsi credibili alle nuove generazioni, in Liguria come nel resto del Paese … e dopo le parole speriamo che finalmente arrivino i fatti.
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