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Carlo Felice: Il Trovatore, la forza delle passioni nel dramma verdiano

Carlo Felice: Il Trovatore, la forza delle passioni nel dramma verdiano
Una scena de Il Trovatore al Teatro Carlo Felice

Applausi a scena aperta giovedi sera per la prima de “Il trovatore”, nell’allestimento del 2019, con la regia di Marina Bianchi e l’impianto scenografico di Sofia Tasmagambetova e Pabel Dragunov.

L’azione si svolge nei primi anni del XV secolo in Spagna, tra la Biscaglia e l’ Aragona.   Ferrando, capitano degli armigeri del Conte di Luna, rammenta la triste vicenda di una  zingara, condannata al rogo anni prima, per aver stregato il fratellino del Conte: in seguito, il bambino  venne rapito da Azucena, figlia della zingara, per vendicare la madre.

La trama è alquanto tortuosa da dipanare, per cui cerchiamo di riassumerla.
Il Conte, che ha promesso al padre di continuare a cercare il fratello, aspira a sposare Leonora, dama della  corte Aragona. La fanciulla è però innamorata di Manrico, un  giovane trovatore intravisto appena ad un torneo, allevato da Azucena come un figlio. La stessa gitana, dopo un duello tra i due pretendenti per Leonora (dove il conte viene ferito ma lasciato vivo da Manrico),  acconta come, per vendicare la madre, volle buttare nel rogo il figlio del Conte ma, per sbaglio, gettò il proprio figlio. La zingara, desiderosa di vendetta, fa promettere a Manrico di aiutarla nel suo proposito.

Azucena viene catturata da Ferrando: Manrico, per salvare la madre, abbandona  la cerimonia delle sue  nozze con Leonora, dopo averla strappata dal chiostro per sfuggire al conte, ma viene catturato a sua volta.
Leonora, per  salvare l’amato, si offre al Conte ma, quando  Manrico sta per essere liberato,  la giovane, per evitare il legame che rifiuta, si  avvelena. Il Conte, furioso, manda Manrico a morte: immediatamente dopo Azucena gli rivela  che in realtà si trattava di quel suo  fratello perduto da anni… La vendetta  della zingara si è tragicamente compiuta.

Fin dalle prime note, dalle prime battute, siamo di fronte ad un dramma intricato, al limite del verosimile, dalle pennellate rapide e fosche, che coinvolge ambienti e psicologie. Tutto è già avvenuto, gli eventi sono evocati e riaffiorano nel procedere dell’azione.

Sembra che nessuno sia veramente al suo posto, almeno non secondo canoni tradizionali,  ritenuti tali dal pensar comune. Vediamo: cosa cerca una persona nella normalità in genere? Ad esempio, cerca un padre che, pur usando l’autorevolezza, accompagna la  vita dei figli con consigli sensati verso l’indipendenza e la realizzazione: e qui c’è un padre che incita il figlio alla vendetta, usandolo come arma per i propri scopi. O ancora si cerca una madre che sia portatrice di equilibrio, di dolcezza, di  sicurezza del nido, di consolazione: e qui abbiamo una madre che usa un figlio, sebbene acquisito,  come strumento della propria vendetta.  Genitori manipolatori, implacabili, dominati da sentimenti negativi, che non esitano a mettere i fratelli gli uni contro gli altri fino all’omicidio, pur di perseguire il  trionfo di se stessi.

Qualcuno di questi “temperamenti” sopravvive ancora ai tempi nostri, pur con altre modalità,  riversando,  in forma più o meno subdola, le proprie aspettative sui figli, pilotandoli  tra rimbrotti, ricatti, sensi di colpa.

Merita attenzione il temperamento di Leonora: cosa porta una fanciulla, sebbene con l’attenuante della giovinezza, ad inseguire con ostinazione l’amore per un uomo  intravisto che l’affascina con il suo canto? Ad incollare il cuore su una persona della quale ricorda a mala pena la fisionomia? In fondo la scelta tra un pretendente nobile e poco accetto  e un giovane sconosciuto  implica lo stesso tipo di rischio. Eppure  le scelte amorose della giovinezza, fatte attraverso le vie più improbabili, talvolta non benedette dai parenti, sono spesso quelle più durevoli, nella realtà o nella mente. L’amore-sogno è  l’amore vero o lo sarebbe stato, e, se non chiappato a tempo debito, può persistere nella mente per una vita intera.

Leonora lotta per Manrico da donna che si sente libera dalle imposizioni della casta, ma anche lei soccomberà, come vuole la tradizione ottocentesca romantica, a ciò  che  spesso tocca  alle donne nell’opera, la morte per amore.

La scena è impostata su  colori scuri, dominata da una fortezza rotante ad uso dei cambi di scena; il rosso cupo  del fuoco rammenta costantemente le passioni brucianti, la linea di sangue e di vendetta in atto, il fuoco della pira, fuoco che purifica ma che distrugge. Le armi luccicano perennemente in scena, i rumori di guerra sono sempre presenti, persino sullo sfondo del matrimonio di Leonora e Manrico. Di grande effetto la battaglia di spade al rallentatore curata dal maestro d’armi Corrado Tomaselli. Atmosfera attenuata e quasi mistica invece nella splendida scena d’insieme dell’interno del convento delle suore cappellone, che si pone quasi come un momento di riposo dello spirito, anche per lo spettatore… Commovente la dedizione totale che evidenzia il dialogo tra i due innamorati  nonchè l’amore filiale mostrato da Manrico verso la madre Azucena. Forse lo stupro (marginale) in scena poteva essere evitato.

Forte l’ impatto dello scheletro che pende dal soffitto della prigione: si respira costantemente il fascino che la morte ha sempre esercitato sul popolo spagnolo (ancora  presente, a causa dell’antica dominazione straniera, nelle usanze e nella cultura  del nostro sud); la morte trionfa  fino al finale, concluso con una frase lapidaria  e spietata.

Il cast è di tutto rispetto, vero elemento portante dello spettacolo, particolarmente felice in tutti i suoi componenti. Sovrasta la voce incredibilmente potente di  Ariunbaatar Ganbaatar – conte di Luna, ottima la prestazione di Fabio Sartori – Manrico. Ottima anche  la prova dei personaggi femminili, vere star  del dramma: applausi a scena aperta per  la drammatica Clémentine Margaine – Azucena, vivo consenso per Erika Grimaldi – Leonora, la cui voce bene impostata   mostra anche  belle doti  belcantistiche.  Bene anche per il maestro Giampaolo Bisanti e l’ orchestra, che hanno saputo mantenere vivo il timbro ossessivo e di rimembranza voluto da Verdi. Ottime le prestazioni di un coro particolarmente incisivo ed affiatato.

L’opera resta al Carlo Felice fino al 23 gennaio. Durata due ore e quaranta minuti.

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Il drammaturgo romantico  che  il nostro paese  attendeva apparve e trionfò in Giuseppe Verdi  (1813-1901), con quella musica dal tratto inconfondibile che il Nostro  trasse da libretti  spesso approssimativi  ma capaci di fornirgli un pretesto  per raccontare passioni anche al limite dell’umano.

Concluso il ciclo delle opere giovanili (dieci in dieci anni!),  cominciato con  il Nabucco  del 1842,  Verdi incanala il proprio stile  verso  produzioni più vicine  al sentire intimista e perciò più sofferte nell’animo umano, anche se sempre e comunque di forte intensità drammatica: nasce pertanto la trilogia  “Rigoletto “( 1851), “Il Trovatore” ( 1853), “La Traviata” (1853). Tre storie di emarginati, il buffone, la zingara, la prostituta. Il Trovatore fu rappresentato   con successo per la prima volta al Teatro Apollo di Roma nel gennaio 1853 e rimane l’opera di Verdi più rappresentata nell’ottocento.  ELISA PRATO 

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