Da un lato, la vita quotidiana che, ovviamente, com-prende e coniuga cose belle e cose brutte, in relazione al loro differente gradimento, dall’altro, il malevolo e distorcente effetto di una info-crazia che costantemente allertizza, hanno via via costituito un individuo sotto scacco di una paradossale ansia giornaliera, che non esita ad operare anche in presenza di cose belle.
Non per niente, l’ individuo, isolatosi dai suoi simili e dunque detentore di una forma di ansia privata e inconfessabile, incorpora e manifesta tale sovraccarico psichico permanente.
In sostanza, il fenomeno dell’ ansia quotidiana sussiste e persiste in qualsivoglia condizione d’esercizio. Cosicché, quest’ ansia, una volta interiorizzata, non demorde, non recede neppure davanti ad una cosa bella.
A furor di metafora, è come se l’ antico intento alchemico di trasmutare il piombo in oro, fosse oggi rinfocolato, riscuotendo però l’ esito inverso: una qualsivoglia occasione d’oro piomba nello stress.
Illogico dunque non eccepire, proprio in relazione a tale anomalo e beffardo risultato, l’odierna stolta propensione per un arsenale di valori perfidamente prestazionali, i cui effetti ansiogeni riverberano sul titolare della prestazione.
A titolo di esempio spicciolo, persino una bella occasione conviviale, se trasferita sul piano della performance prestazionale e/o di un pericolo incombente, è ovvio che produca ansietà.
In definitiva e generale sintesi, ogni di-vertimento (l’ etimo di de-vertere è svagarsi, rivolgere altrove lo sguardo), de-spontaneizzato dall’ individualistica esigenza della performance, subisce una massiccia presenza di pensieri estranei, tale da rendere ansiogeno il suo esercizio. Massimiliano Barbin Bertorelli
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