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Racconti I L’eterno ritorno dell’uguale…

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Nono appuntamento con il musicista Piero Trofa. Come già spiegato, non è una collaborazione musicale, ma da scrittore. Trofa è molto conosciuto nell’ambiente dello spettacolo, ed è autore di colonne sonore per documentari e spot pubblicitari, ed insegna musica in scuole pubbliche e private.Alla musica si dedica completamente, sempre con grande attenzione agli aspetti formativi e alle connessioni che esistono tra musica e filosofia, la sua grande passione. Dal 1998 è presidente dell’Associazione Musicale Centro di Documentazione e Produzione Musicale “Ettore Panizza” con la quale organizza concerti ed eventi culturali in Italia e all’estero. In questo suo nono racconto ci narra un’altra incredibile avventura con il suo amico “musico” Ludo…

Franco Ricciardi    

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Grazie ai guadagni dei due CD fu un Natale opulento. Nella nostra casetta c’era un’atmosfera di serena letizia e con la bimba che ora parlava e ci deliziava con le uscite geniali tipiche dei bambini, l’albero tutto illuminato, gli addobbi, i regali tutti impacchettati nella carta rossa e le canzoncine che andavano tutto il giorno, tutto mi sembrava ancor più bello che nei beati anni dell’infanzia. Ma ora il genitore ero io e, sia pur dall’altra parte, rivivevo l’infanzia. Con la scusa di far divertire la piccina giocavo anch’io con i balocchi e con mio grande stupore mi divertivo un mondo, potevo finalmente ripensare con meno pena a quel pomeriggio, apparentemente come tutti gli altri, in cui all’improvviso era finito tutto, mi ero sentito ridicolo a girare ancora per casa imbracciando il mio vecchio fucile e immaginando di essere in un canyon.

E così era stato per i soldatini e le macchinine, un vero e proprio trauma, quasi ero scoppiato a piangere. Dunque anche questa era la gioia di essere padre: ritrovare se stesso bambino specchiandosi nella propria creatura. E belli furono i pranzi del 25 e del 26, il primo con i suoceri e il secondo con mia madre e mio fratello, li ricordo come un tripudio di quel torpore, sopore e calore, tipici di quella ricorrenza, in cui mi cullai quasi del tutto dimentico della cruda realtà chiusa momentaneamente fuori della porta. Mi felicitavo nel vedere la felicità di tutti per la nascita della bimba, erano anni che nelle nostre famiglie non succedeva un evento simile. Ero pure orgoglioso dei miei inverosimili guadagni che pure avevano contribuito a creare quell’atmosfera gioiosa e serena.

Sebbene una parte di me mi sconsigliasse a farlo, non resistei alla tentazione di mostrare a mia madre la fattura da 15.000.000 di lire emessa nei confronti di quella ditta milanese la cui sigla faceva pensare a un grande affari internazionale (tacqui dell’inno della Repubblica di Genova perché mi vergognavo troppo). Le dissi tronfio che per ottenere quel compenso mi era bastato cantare una sola canzonetta e lei osservò che ciò era immorale e mi raccomandò di stare molto attento a non sperperare quel denaro: “Ché sai com’è: la farina del diavolo se ne va tutta in crusca!”. Ci rimasi male a quelle parole, ma pure la comprendevo: continuava a sperare che smettessi di fare quel mestiere osceno e mi mettessi a fare finalmente la persona seria, ovvero l’insegnante come lei. A nulla serviva ricordarle che non erano stati indetti concorsi a cattedre, lei si ostinava nella convinzione che quella fosse solo una scusa, diceva di vedermi in realtà ben contento di quello che chiamavo “infame destino”. Si era arrabbiata molto quando, incautamente, le avevo confidato di avere rifiutato una supplenza di una sola settimana in una scuola media di Como. “Ma allora sei veramente pazzo!” aveva gridato, e si era fatta le croci quando le avevo risposto con la massima fermezza: “Ma io non voglio insegnare materie letterarie in una scuola media, voglio insegnare filosofia in un liceo, altrimenti meglio andare a suonare per locali, guadagno di più e mi sfianco di meno. Lo hai detto sempre che gli studenti delle medie sono i peggiori, ché sono nell’età ingrata. E poi, se fossi andato a Como, la retribuzione sarebbe stata inferiore alle spese per soggiornarvi, senza contare che non avrei accumulato nemmeno un punto per avanzare in graduatoria.”.Lei gridò spazientita: “Ma te l’avrei dati io quei soldi, pur di toglierti dal brago!”. Per fortuna non sapeva i dettagli di quel che io e il mio socio andavamo combinando, sapeva soltanto che esisteva un “certo Ludo” (e già faceva una smorfia disgustata nel sentire quel nome), con il quale ora andavo a suonare e non osavo immaginare la sua reazione se avesse avuto la ventura di conoscerlo di persona. E Ludo era sempre là che incombeva, dietro la porta di casa, ogni volta che pensavo a lui mi passava davanti come in un film ogni cosa e mi dicevo che almeno nel nostro caso, mia madre non aveva tutti i torti a definire quel mestiere osceno.

Così, tra un bicchiere di spumante e un pezzo di torrone, mentre tutti gli altri chiacchieravano del più e del meno, riflettevo se ci fosse un modo per trasformare il brago in oro. E pensa che ti ripensa, conclusi che l’unica cosa che potevo fare era di impegnarmi a studiare la musica più che potevo in modo da aumentare al massimo le mie competenze. Così magari avrei acquisito più allievi e magari sarei tornato a far serate da solo come ai primi tempi. E proprio quel giorno il mio amico manager mi telefonò per farmi gli auguri e mi disse che si era comprato un computer Mac e mi spiegò che esisteva un programma con cui, inserendo il floppy disk con le basi, oltre a poter ascoltare i brani a velocità rallentata, avrei potuto visualizzarne ogni nota su un tabulato facilissimo da leggere… Fu una folgorazione: Mi vedevo già al lavoro ad analizzare tutte le tracce di ogni arrangiamento e carpirne i segreti... E poi fare un riassunto di tutte quelle nozioni e creare un arrangiamento tutto mio di solo piano! Volevo anch’io un Mac! Subito! Ma era costoso! I soldi li avevo, certo, ma nutrivo anche il sospetto che fosse proprio quella la “crusca” di cui parlava mia madre. Chi poteva assicurarmi che grazie a quell’artificio avrei fatto un salto di qualità davvero importante? E anche se fossi diventato un raffinato pianista, avrei trovato allievi e serate abbastanza da recuperare i soldi spesi, anzi, da camparci addirittura? Ludo aveva indubbiamente ragione col dire che la gente non si divertiva più a stare semplicemente ad ascoltare un bravo pianista, adesso la gente voleva partecipare, cantare, essere protagonista. E per tutto questo le basi bastavano e superavano, ci voleva solo un tipo sveglio che coordinasse la serata e la rendesse spassosa ed io non sarei mai stato capace di fare una cosa del genere.

Intanto c’era da fare capodanno, grazie a Ludo avrei guadagnato altri soldi, almeno 500.000 lire, se non di più, così lui mi aveva detto, con aria misteriosa. Ma mi metteva ansia solo a pensare al nostro “mega show”.

La mattina del 27, lo ritrovai tranquillo come al solito, ai CD non pensava più, comunque non ne parlò, era concentrato sull’organizzazione dello “spettacolo memorabile” che aveva in mente da sempre. Era preoccupato dal fatto che il locale fosse immenso, con una pista enorme sulla quale avrebbero danzato più di duecento persone: “Gli ho chiesto due milioni, ma non bastiamo noi due soli, ci vuole almeno un altro. Pensavo ad un batterista. Trovalo”. Così mi disse ed io gli obiettai: “Ma suoniamo con le basi e la batteria elettronica è lo strumento che si sente di più e se aggiungiamo uno che pesta sui tamburi, per quanto possa andare a tempo, con l’eco che si creerà sotto quelle volte ne verrà fuori un caos…”. Ludo mi interruppe ridendo di scherno: “Ora solo perché hai registrato quei due merdosi CD credi di essere diventato Alan Parson? Beh, ti dirò che non me ne frega un cazzo se facciamo casino, anzi, più ne facciamo meglio è, la gente deve avere l’impressione di avere davanti i Pooh…”.

Oltre ad altre due casse molto potenti, voleva procurarsi il raggio laser che avrebbe proiettato sul soffitto la scritta “Ludo & Pierin”. Dal suo sguardo esaltato capii che era inutile discutere oltre e andai da Paganini il quale subito mi procurò il numero di un attempato ma ancora pimpante batterista che si chiamava Ivano: “Questo ha cominciato a suonare nei locali e a bordo delle navi negli anni 60. Adesso è fermo, come tutti i batteristi e secondo me ha una gran voglia di tornare sul palcoscenico, ché voi musici siete come le bagasce, non ce la fate a smettere”. Così parlò Paganini, ed io chiamai subito Ivano e gli diedi un appuntamento in un bar e lui arrivò puntuale, fu felice della birra che gli offrii e si disse contento e incredulo di tornare a suonare ad un veglione di capodanno dopo tanti anni. Mi raccontò un mucchio di aneddoti, tutti divertenti e licenziosi, di quando suonava nelle orchestrine fino a dodici elementi, nei night di Genova: “Bei tempi! Venivano gli sceicchi, ci davano anche delle mance principesche!”. Ora le commesse con gli sceicchi non si facevano più e i night erano quasi tutti chiusi, ed io rimanevo sempre basito di fronte al rapido dileguare nel nulla di tutte le cose. Ivano era un tipo veramente simpatico, già solo a vederlo, con quella barbetta bianca da vecchietto del West e gli occhi vagamente strabici e sempre intento ad arrotolarsi una sigaretta dopo l’altra con le cartine e il sacchetto di tabacco. Gli spiegai in qualche modo chi fossimo e cosa facessimo io e Ludo e lui mi disse, con una certa aria di superiorità, che non ci aveva mai visti, né sentiti nominare e adesso che ci pensava non se la sentiva di rischiare di sputtanarsi con i primi venuti. Avrei voluto dirgli che anch’io non lo avevo mai visto né sentito nominare, ma tacqui per non creare subito una situazione di tensione. Ludo voleva un batterista e io dovevo portarglielo ad ogni costo, per cui venni al sodo e dissi a Ivano che la paga era di 500.000 lire e lui non poté trattenere un trasalimento. Divenne subito più umile e gentile, anzi, alla terza birra si lasciò andare in confidenze più intime, mi disse che aveva litigato per l’ennesima volta con la sua donna, Marzia, e lei lo aveva sbattuto fuori di casa, per cui ora divideva la stanza di un albergo del centro storico con una ragazza albanese. Ma quei soldi gli venivano bene soprattutto perché a giorni gli avrebbero tolto gli ultimi denti rimastigli, per poi applicargli la dentiera. Riferii ogni cosa a Ludo e lui rise molto per la faccenda della dentiera. “Forse sarà il caso di fare delle prove”. Osservai e lui mi disse che non ci pensava nemmeno, anche perché non c’era tempo: “Se ‘sto Ivano è così referenziato sicuramente ci accompagnerà a regola d’arte”.

Piuttosto erano importanti i costumi di scena. Già da tempo Ludo aveva dato ordine a sua moglie di confezionarli e aggiungerne un altro non era un problema: camicia e pantaloni dorati lucenti e mantelli neri cosparsi di lustrini. La mattina del 31 ci trovammo tutti e tre nel locale, alle undici, per montare la strumentazione. Ivano non voleva mettersi il costume ridicolo e Ludo gli obiettò che invece così, rispetto a come stava (una maglietta bianca con una macchia di vino e uno sbrego) sarebbe stato rimesso agli onori del mondo. Ci mancò poco che venissero alle mani, ma poi Ludo promise a Ivano che se si fosse messo il costume gli avrebbe pagato tutta la dentiera e Ivano si convinse. Avevo pensato che portasse la batteria invece allestì un complesso di percussioni molto scenografico e appena cominciò a suonarci con le bacchette si capì che sapeva il fatto suo. Ludo era entusiasta: “Belin, Ivano, sei un portento! È strano che non ti abbia mai visto, tutti i musici più bravi li conosco. Stasera faremo un figurone”. Era sempre più esaltato e la cosa mi preoccupava, lo preferivo calmo e sornione. La sua ammirazione pareva davvero sincera e a Ivano vennero gli occhi lucidi. Il locale era famoso per essere stato scavato nella roccia e la nostra postazione stava in un grottino più grande della grande cornice a ridosso della pista, ai cui bordi erano già stati apparecchiati i tavoli a perdita d’occhio. Al di là delle vaste e alte vetrate vedevo il mare grigio e avevo l’impressione di essere salito a bordo di una nave che con la sua prua fendeva l’oceano infinito. Il tempo era nuvoloso, quasi minacciava neve. Ludo sistemò le luci tra le sporgenze e i bocchettoni dei fumi più in basso, ben nascosti nelle sporgenze della roccia, così, quando avremmo dato fuoco alle polveri, la gente sarebbe avrebbe fatto “oh!” dalla meraviglia. Aveva rinunciato al laser e ne rimasi un po’ deluso, mi sarebbe piaciuto vedere proiettata sul soffitto la scritta “Ludo & Pierin”, tra i fumi, come ad un concerto rock… Invece la serata cominciò con una signora che voleva chiedere i danni al locale perché nel vederci con quei costumi addosso non riusciva a mangiare per il troppo ridere. Anche perché avevamo accettato tutti la trovata della moglie di Ludo di cospargerci il volto di polvere d’oro e anche noi, a guardarci l’un l’altro ridevamo come matti. “Tanto è l’ultima”, mi dicevo ogni tanto. Dalle nove a mezzanotte suonammo tutti brani soft, tra l’indifferenza generale, ché la gente era tutta impegnata a fare fuori ogni portata del ricco menu che gli veniva messa davanti e a chiacchierare a voce alta e il chiasso diventava di minuto in minuto più assordante.

A volte pareva che il momento tanto atteso fosse lontanissimo, a volte invece più che mai incombente, sentivo la tensione crescere in me come se dovesse accadere dio sa cosa. E rimasi attonito e incredulo e attonito, quando finalmente cominciò l’ultimo minuto dell’anno vecchio, come se avessi già visto tutto quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Ludo alzò al massimo il volume del microfono e si mise a fissare il suo bell’orologio da polso d’acciaio. E quando, con la sua voce tonante scandì il conto alla rovescia tutti ammutolirono all’istante. Il cuore mi balzò in gola, avrei voluto fermare tutto, o fuggire lontano. Vidi Ludo che, dopo aver fatto partire la base del pot-pourri di samba, diede una pedalata al congegno dei fumi e subito ci fu un violento sbuffo, come una cannonata, che investì in pieno le quattro persone, due coppie di età, sedute al tavolino sotto di noi. Uno di loro diventò tutto rosso in viso e si portò una mano al petto, sua moglie lo guardò sgranando gli occhi e si mise a gridare come una pazza, poi si alzarono tutti e fuggirono spaventati verso il centro della pista maledicendoci: “Chi è quella belina che ha piazzato il tavolo di questi signori proprio davanti al tubo dell’impianto!” gridò Ludo nel microfono. Nel frattempo si erano scatenate le danze, non si capiva più niente, io non sapevo se ridere o piangere, vidi Ivano pestare sui timbales e ridere fino alle lacrime. La gente aveva riempito tutta la pista e ben presto il fumo, a causa della corrente d’aria, si convogliò tutto là in mezzo e dopo qualche minuto in quella nube si videro solo delle vaghe ombre che si agitavano. Sentimmo urla di protesta: “Ehi, qui non si vede più una mazza! Che fate?!”. Per tutta risposta Ludo diede un’altra pedalata al marchingegno, rideva come un bambino, era in trance anche più di Ivano. Ero l’unico lucido e anche se mi veniva da ridere era una ridarella nervosa, avevo paura. “Se è davvero questa è l’ultima serata, è facile che mi sarà fatale!” mi dissi in preda al panico. I camerieri spalancarono le vetrate e la nebbia si diradò, grazie al vento gelido. Vidi diverse signore scollate che fuggivano cacciando degli strilli e arrancando sui tacchi alti, come fossero su trampoli, corsero dal guardaroba per rimettersi la pelliccia. C’era però una lunga schiera di indomabili che continuava imperterrita a girare per tutto il locale facendo il trenino, li vidi venire verso di noi dal fondo della sala, ondeggiando in tutta allegria come se niente fosse, ma quando quello che guidava la fila arrivò al centro della pista e mise il piede sul mosaico circolare che, per ironia della sorte, sembrava un mirino, lo vedemmo sgambettare più velocemente di prima e come annaspare. Ludo trasalì come illuminato da un’intuizione: “La vaselina! Il tubo perde ed è colata giù, il pavimento è in pendenza, si è raccolta tutta là! O belin!”.

Proprio allora vedemmo quel tizio stramazzare al suolo seguito poi da tutti gli altri, come tante tessere del domino, si accasciarono inesorabilmente l’uno sull’altro imprecando. All’una il locale era vuoto. Chi per il freddo, chi per il fumo, chi per la caduta, alcuni clienti erano venuti sotto al palco a gridarci improperi e tutti poi si erano diretti prima al guardaroba a prendere cappotti e pellicce, per poi passare alla cassa a reclamare con il titolare, un uomo molto distinto, dall’aria da maggiordomo di altri tempi, il quale incassò le lamentele profondendosi in inchini contriti che sembravano sarcastici, cosa che accrebbe l’ira di tutta quella folla di gente allibita e delusa.

Dopo che l’ultimo avventore se ne fu uscito e Ludo gli si avvicinò, quell’uomo che aveva mostrato finora un self control invidiabile, sfoderò un’inattesa voce tonante e diede libero sfogo a tutta la sua rabbia. Gli sentii dire a Ludo, con tono minaccioso e sprezzante: “Tu ora vorresti anche il grano, vero?”. Non ebbi il coraggio di sentire oltre, afferrai due altoparlanti e, ancora con l’abito dorato e il mantello nero addosso, guadagnai in fretta l’uscita.

Fuori c’era freddo, deserto e un silenzio sepolcrale che fu rotto dall’eco lontana dello scoppio di un petardo. Ficcai gli altoparlanti nel bagagliaio e mi strinsi come un mendicante in quel ridicolo mantello che non teneva neanche caldo perché era di lamé. Mi misi a rimirare le belle ville e bei palazzi, antichi e moderni, che affacciavano su Corso Italia. Mi parvero spettri che si specchiavano sull’asfalto lucido di pioggia. Percepivo, quasi toccavo, l’arrivo dell’anno nuovo, se ne fuggiva già, furtivo, portandosi via, attimo dopo attimo, i nostri sogni, i progetti, le speranze, le nostre vite, in un sacco rappezzato. Non c’era tempo per cercar di capire quella diavoleria, adesso ce n’era un’altra, molto comprensibile, che dovevo affrontare. Tornai dentro, non solo perché stavo gelando, non vedevo l’ora che tutta quella tragicommedia finisse, non m’importava come. Trovai Ludo e Ivano intenti a smontare il palchetto, in silenzio e come se non ci fosse nessun altro al mondo; non mi degnarono di uno sguardo né di una parola. Già molta roba era stata ammassata in un angolo del palchetto, ma ce n’era altrettanta ancora da smontare, si prospettava un lavoro di almeno un’ora e con quell’atmosfera mi veniva da piangere. Adesso faceva un freddo cane anche là dentro, ché l’impianto di riscaldamento era stato spento ancor prima che gli avventori uscissero e qualcuno aveva aperto di nuovo i finestroni. Feci girare lo sguardo tutt’intorno: del titolare non v’era più traccia, ma c’era ancora qualcuno delle maestranze, le luci erano ancora accese e dalle cucine arrivava rumore di pentole.

Il silenzio prolungato di Ludo mi fece pensare che saremmo tornati a casa con le pive nel sacco e mi misi sconsolato al lavoro. Solo quando ci ritrovammo nel piazzale, il nostro capo orchestra tirò fuori dalla tasca della giacca un mucchio di banconote da 100.000 e così parlò: “Alla fine me li ha dati perché gli ho detto che il borderò prova che la serata l’ho fatta e se non mi avesse pagato sarei andato a ritrattare la dichiarazione di gratuità all’ENPALS. Quindi per lui è stato meglio scucire 2 milioni anziché 4. Ovvio che si è incazzato, mi ha detto di tutto, ma me li ha dovuti dare tutti, uno sull’altro. È chiaro che non lavoreremo più qui, ma non ci strapperemo certo il culo con le dita”.

Ivano visibilmente abbacchiato mormorò: “Sì, però non è per niente bello andare in giro a fare certe figure di merda, la voce si sparge e…”. Ludo subito lo rintuzzò: “Tu non stare a preoccuparti che la voce si sparga, mica sei Tullio De Piscopo. La dentiera te la pago lo stesso, ogni promessa è debito, devi pensare a quella, per adesso è l’unica cosa che conta. Sentiamoci dopo le feste, così ti porto il grano che ti serve e potrai tornare a sorridere senza vergogna. Per ora prendi questi, che non sono male per niente”. E, con un gesto giocoso, Ludo consegnò a Ivano 500.000 lire. Poi, proprio come se fossimo dei banditi che si stavano spartendo il bottino, Ludo mi diede 700.000 lire. “Le restanti 800.000 me le tengo io, ché ci devo pagare l’affitto degli altoparlanti”.

Eravamo proprio una banda curiosa, con le facce dipinte di polvere d’oro e di lustrini. Mi accomiatai dicendo che fino al giorno della Befana non sarei stato reperibile, ché sarei andato in vacanza nella casa di campagna di mia moglie. Non era vero, ma non volevo avere Ludo tra i piedi almeno per qualche giorno. Lui fece una smorfia ironica e blaterò: “E beato te che hai una moggê che ha qualcosa”.

Tornando a casa continuavo a ripetermi che era giunto il momento di staccarmi da lui, ma ritrovarmi in tasca altre 700.000 lire, dopo quella serata disastrosa, era un fatto non trascurabile. Era innegabile che Ludo sapeva sempre come cavarsela. Ero convinto che avesse tutti le carte in regola per realizzare i suoi progetti in modo professionale, ma creava apposta quelle situazioni surreali, un po’ per noia e un po’ perché detestava il serio della vita. Per lui contava solo il denaro e più se ne metteva in tasca con pressapochismo, più era soddisfatto. Ma era poi vero che il denaro era l’unica cosa che contava? Non sapevo rispondere. Tutto quel che sapevo era che volevo essere credibile, guadagnarmi da vivere facendo ciò di cui ero effettivamente capace ed essere retribuito non una lira di più e non una di meno di quel che meritavo. Ah, ma la cosa più difficile al mondo è proprio quella di dare l’effettivo valore alle proprie capacità! E in quel momento le mie capacità erano ancora troppo scarse, prima di pensare a come stimare il mio valore dovevo migliorare! E per migliorare dovevo mollare Ludo! E quando lo avrei mollato? Mi sarebbe piaciuto mollarlo subito, ma sentivo che non potevo. Non era insicurezza, né opportunismo, almeno non solo, ma una sorta di rispetto del destino: non me lo sapevo spiegare, ma ero certo che se avessi reciso di mia volontà quel misterioso filo che ci teneva legati, avrei fatto un errore irreparabile. Doveva succedere da sé, gli dei mi avrebbero mandato un segnale ed io avrei dovuto indovinare l’unica mossa da fare per uscire da quelle secche e ripartire per nuovi aperti mari… Mi pareva così impossibile! Arrivai a casa alle tre e trovai mia moglie che dormiva. Mi aveva lasciato sul comodino un biglietto di auguri molto carino e mi commossi. Avevo una gran voglia di svegliarla, ma già il 2 sarebbe tornata in ufficio e non volevo che perdesse nemmeno un minuto di sonno. Era lì accanto a me ma mi mancava terribilmente e mi sentii preso da una tristezza simile a quella che mi aveva afflitto alla morte di mio padre. Stremato dalla fatica e dalla dura realtà, malgrado le mie ubbie, mi addormentai come un sasso e lo sognai: mi sorrideva come sempre con la sua solita aria ilare e un po’ canzonatoria e mi rassicurai. Anche lui, come Ludo, aveva sempre detestato il serio della vita, il suo idolo era Totò, spesso aveva fatto pernacchie a chi si dava troppe arie. Però aveva sempre svolto il suo lavoro di maestro elementare con la massima dedizione e coscienza soprattutto con passione. Appena tornato dalla guerra aveva trovato un posto da impiegato all’INAIL, a due passi da casa, ma poi aveva vinto il concorso da maestro elementare e si era subito licenziato per seguire quella che avvertiva come una vocazione. E sua madre gli aveva gridato: “Tu sei pazzo! (ndr: nella mia famiglia le madri hanno sempre dato del pazzo ai figli), tenevi il posto sotto alla casa e mo’ te ne devi andare in giro con la macchina per i paesi, arrampicarti ‘ngoppa alle montagne, col rischio di spadellarti!”. Lui le aveva risposto serafico: “Benedetto chi ha inventato questo mestiere”.

Non appena aprii gli occhi, ripensai a questo antico aneddoto e subito trillò il telefono e grande fu la mia sorpresa nel sentire la voce di vecchio professore di filosofia al Magistero in pensione. Mio padre me lo aveva presentato un mese prima di morire, sperando che potesse darmi in qualche modo una mano. E lui mi chiamava cinque anni dopo, il primo di gennaio, per farmi gli auguri e per dirmi che aveva un lavoro da offrirmi: “Purtroppo non è un’assunzione in una scuola, ma ti gioverà. Qui a Recco c’è una bella fanciulla che ha bisogno di ripetizioni di filosofia, ma noi vecchi dobbiamo fare largo ai giovani. Tu sei bravo, ricordo bene quella chiacchierata su Kant che facemmo quel giorno che tuo padre ci presentò. Segnati l’indirizzo e presentati domani pomeriggio, alle quattro, così parli con la ragazza e sua mamma e vi mettete d’accordo. Il prezzo decidilo tu, io non voglio sapere niente”.

Tornavo a lavorare a Recco! Non me lo sapevo spiegare ma era come se mio padre fosse morto una seconda volta e tutto stesse per ricominciare da capo. La ragazza si chiamava Cristina, frequentava l’ultimo anno di liceo classico. Mi disse che era andata sempre bene in tutte le materie, ma proprio in dirittura d’arrivo erano sorte dei problemi con la sua nuova professoressa di filosofia. Chiesi di che problemi si trattasse e Cristina mi disse con un sorriso umile: “Il problema è che faccio parte della squadra di nuoto sincronizzato…”. Sua madre la interruppe e disse con orgoglio: “È una campionessa! Ma si sottovaluta sempre, è fatta così!”. Cristina fece una smorfia come per dire: “non voglio montarmi la testa”, poi continuò: “L’anno scorso abbiamo disputato i campionati europei e siamo dovute andare in trasferta a Barcellona…”.  Le chiesi se avevano vinto e lei annuì, sempre con molta umiltà, e sua madre spiegò: “Ma tutto questo non piace alla sua professoressa: dice che se Cristina vuole frequentare un liceo serio come il classico non deve perdersi appresso a certe attività, insomma deve scegliere. Non le sembra un’osservazione idiota? Alle due interrogazioni ha preso 5, non le era mai successa una cosa del genere, Cristina è studiosa ed è sempre andata bene in tutte le materie, compresa filosofia”.

Rivolsi a Cristina un sorriso rassicurante e asserii, con una sicurezza piovutami chissà da dove: “Bene, allora noi sovvertiremo questo nefasto pronostico!”. Cominciammo quel giorno stesso, non c’era tempo da perdere, il primo quadrimestre stava per finire e bisognava avere in pagella almeno il 6. Subito notai, mentre parlavo, che Cristina era molto più che interessata, non distoglieva mai lo sguardo e spesso mimava le mie parole. Alla fine convenimmo che avremmo fatto due ore di lezione tutti i giorni, per cinque giorni la settimana. Ecco finalmente un primo guadagno meritato! Poi dicono che non è vero che i nostri morti sono sempre con noi. Tornando a casa mi sentivo come un calice traboccante, tutto quello studio che avevo continuato a fare ogni giorno, pur essendo diventato un musicante da balera dunque aveva un senso! Ma lo studio serviva fino a un certo punto, insegnare è riuscire a trasmettere la passione, non altro, e credo proprio che insegnanti si nasca, è un destino.

Il mio amico Peppe di Campobasso, per esempio, per noi più piccoli era un faro, un giorno mi vide sfrecciare sulla bicicletta con le rotelline e mi gridò: “Fessone, non lo vedi che hai imparato? Le rotelle non toccano più!”.  Mi fece cenno di aspettare e andò nel suo garage a prendere le pinze, quindi svitò le rotelle e mi invitò a provare ad andare senza. Feci due pedalate incerte e caddi rovinosamente. Lui non si scompose, mi fece rialzare, mise una mano sotto il sellino e mi diede una spinta fortissima e mi gridò: “Mo’ vedi se non vai!”. E andai. Sapeva suonare la chitarra e accorgendosi che lo guardavo a bocca aperta mi disse: “Fessone, chiudi quella vocca che ci trasono le mosche. Vedi, il Re si fa così, è facile. Schiaccia forte quelle dita! Che, tieni la resibola? Ecco, vedi che se schiacci suona bene? Mo’ t’insegno pure il Do”. I suoi modi erano bruschi ma affettuosi e davano fiducia e pian piano imparai anche a suonare la chitarra. E quando giocavamo a pallone mi diceva: “Così stai correndo per niente, mettiti qua a centrocampo, fai il mediano che accussì sicco ti fidi di correre più di me, piglia il pallone e passamelo, io sono il maresciallo e tu il mio fido luogotenente”.

Anche Peppe oggi è un validissimo insegnante d’inglese, scelse di laurearsi in quella lingua perché era appassionato dei Beatles e voleva sapere cosa dicevano i testi delle loro splendide canzoni, fu per passione, ma da ragazzo non ci pensava, pensava soltanto a viverla. E nemmeno io pensavo di insegnare, i miei genitori erano insegnanti ma io sognavo di fare qualcosa di più grandioso, il calciatore o la rock star, ma quell’attitudine l’avevo nel sangue e ora era giunto il momento di farvi ricorso, per sopravvivere e per dimostrare gratitudine per avere ricevuto quel dono. Fu quel segnale a darmi il coraggio di comprare il mio primo computer e così mettermi a studiare la musica in modo da divenire un buon pianista, invece che uno che strimpellava sulle basi. Così, su indicazione del mio amico manager, mi recai a Lavagna, dove c’era un negozio specializzato in Mac. Appena entrai fui colpito dalla bacheca che campeggiava sulla parete di fianco alla porta d’ingresso. Vi erano state affisse quattro fotografie, ciascuna con la sua targhetta che ne spiegava il perché: la prima, in alto a sinistra, l’unica in bianco e nero, risaliva agli anni 60, ritraeva un ragazzotto sorridente con la frangetta; di fianco gli stava un signore attempato, in abito scuro e aria solenne, che gli teneva una mano su una spalla. Sulla targhetta c’era scritto: “Gli inizi alla Olivetti”.

La seconda fotografia, di fianco alla prima, ritraeva lo stesso ragazzotto invecchiato di una decina d’anni almeno, ora anche lui in abito scuro, e la targhetta recitava: “passo di grado!”.

La terza, scattata evidentemente parecchi anni dopo, mostrava il ragazzotto ormai diventato uomo maturo e piuttosto ingrassato, con una cravatta gialla sgargiante e gli occhiali Ray-Ban, e sulla targhetta era scritto: “Divento direttore!”.

E l’ultima, in basso a destra, scattata molto di recente, lo ritraeva spaparanzato sulla poltrona di pelle nera del suo ufficio, ancora più corpulento, sorridente di soddisfazione; e sulla targhetta c’era scritto: “Ritorno al futuro!”.

Lo vidi al di là della porta di cristallo e anche lui mi vide e subito si alzò e mi venne incontro e disse ai suoi lavoranti, tutti giovani, intenti a lavorare ciascuno al proprio computer Mac: “Belan, vi perdete i clienti, disgraziati!”. Poi mi disse: “Perdonali, non sanno quello che fanno. In cosa posso esserti utile?”. Il suo sorriso da faina mi mise in soggezione e mormorai con voce rotta: “Vorrei comprare un Mac…” e lui esclamo: “Bravo! Ottima scelta! andiamo di là che trattiamo!”. Già pentito, lo seguii, lui mi fece accomodare e tornò a sprofondare nella sua grossa poltrona di pelle nera. “Hai già in mente un modello in particolare?” mi chiese aggressivo: “Quello che costa meno” risposi impacciato. Lui rise e mi sussurrò: “Strano, eppure dall’accento non mi sembravi genovese”. Poi tornò ad essere assertivo: “Va ben! Allora prenditi il Plus, è bellissimo ed è il meno che costa: uno e duì soltanto, che vuoi che sia, i soldi vanno e vengono, ma con questo Mac Plus farai faville!”.  Avevo in tasca solo 500.000 lire e mi sarebbe sembrata già una follia spenderle tutte. Intanto che riflettevo se fosse il caso di andarmene subito o fingere ancora per un po’ interesse per poi inventarmi una scusa qualsiasi, gli domandai, sperando di ricevere una risposta negativa: “Ma con questo Mac Plus posso fare musica collegandolo alla mia tastiera?”. L’uomo tornato nel futuro rise di cuore: “Ma dove credi di essere, nella iungla? Questo non è mica un giocattolo come quella rumenta che vendono ai polli e manco gliela regalano! Con questo Mac Plus ci puoi fare tutto!”. Si sporse in avanti e, con aria da cospiratore, promise di regalarmi il programma musicale, che costava 800.000 lire. “Però mi devi comprare anche la stampante! Guarda che bella, è al laser! Ci puoi stampare i libri e costa solo un milione e cinquecento! Bazzeccole!”. Con un sorriso mellifluo, mi indicò la foto della stampante sul catalogo. Il bello era che potevo pagare tutto in contanti ma pensavo all’ammonimento di mia madre ed ero come paralizzato. Ma c’era anche una voce in me che mi gridava di fare quell’acquisto, che così la mia vita sarebbe cambiata radicalmente e in meglio. Ad un tratto fu come se vedessi il futuro in una sfera di cristallo ed io ero ben visibile, che studiavo e scrivevo con il mio Mac Plus. Possibile che mi stessi ingannando? “Potrei pagare a rate?” proposi al rubicondo venditore di Mac, e lui gridò: “Ma certo! Abbiamo ottimi piani di finanziamento, basta che mi porti la tua ultima busta paga e femu tuttu”. Gli dissi che non avevo una busta paga e lui non fece una piega e mi indicò un’alternativa degna di Ludo: “Allora mi farai dei posdatati. Non si potrebbe, ma non ti preoccupare, che io in banca non mi appresento a incassarli prima della scadenza. Tu mi dai gli assegni e io li metto qui nel cassetto e aspetto paziente ogni data di scadenza”.

Gli dissi che non avevo mai avuto un libretto di assegni e non mi sembrava il caso di iniziare ad averne per fargli dei posdatati, visto che era proibito. Lui mi guardò insospettito e mi inquisì: “Ma allora come me lo vuoi pagare questo Mac?”. Gli risposi con candore: “Pensavo di portarle 200.000 lire ogni fine mese, fino a quando non estinguo il debito.”.

Il venditore mi guardò divertito e replicò: “E se poi non mi porti il grano, io che mi faccio, le pippe?”.

Rimasi zitto e anche se ero divertito, simulai mortificazione e il venditore dei Mac dopo avermi squadrato da capo a piedi, stette un po’ a riflettere, fece un sospiro ironico e infine parlò, con un tono comprensivo: “Ma no… Credo proprio che me li porterai tutti, lo vedo che sei uno regolare. Perché poi dovresti venire qua a fregarmi un Mac?”. Trasalii, sempre più divertito, perché era la prima volta che qualcuno mi definiva uno regolare e perché quell’uomo corpulento, assiso su quella poltrona, mi sembrava Giove sull’Olimpo. Ma nel suo modo di fare e di parlare mi ricordava soprattutto Ludo. Così, gli consegnai le 500.000 mila lire di acconto e lui trasse da un cassetto un taccuino intonso e vi scrisse con la sua bella stilografica per 11 volte la cifra 200.000. Poi, con tono paterno, mi spiegò: “Così, ogni mese che vieni ne smarchiamo una”. Dopodiché, diede ordine a uno dei suoi ragazzi di installare sul mio nuovissimo Mac Plus una copia “craccata” del portentoso programma musicale con il quale avrei cambiato le sorti della mia esistenza. Seguii quell’operazione con la meraviglia di un bambino, senza nulla capire e nulla carpire, ma credetti di avere appreso già tutto quel che serviva solamente in virtù della forte emozione provata.

Feci la solenne promessa a me stesso che alla scadenza dell’ultima rata sarei già diventato un raffinatissimo pianista e tutte le conoscenze maturate mi avrebbero assicurato allievi a sufficienza non solo per ammortizzare quell’investimento, ma per vivere senza più dipendere da Ludo e da nessun altro! Se no le rate a cosa servivano? Il senso di colpa si attenuò un poco, ma quando arrivai a casa e mia moglie mi accolse con il solito sorriso amorevole dei momenti in cui si accorgeva della mia fragilità e provvedeva ad incoraggiarmi, mi sentii in colpa più che mai. Davvero sarei riuscito a meritarmi tutta quella fiducia? Solo il tempo l’avrebbe detto e trascorrere quegli undici mesi era il vero problema. Allora cominciai a darmi da fare da quella sera stessa, dopo cena, ché chi ha tempo non aspetti tempo. La tastiera era sempre piazzata ai piedi del letto, ma adesso era collegata al favoloso Mac poggiato su un mobiletto che mia moglie era andata a comprare quel giorno stesso, senza che glielo avessi chiesto. Dunque, il mio primo studio era pronto! Pur così rudimentale mi piaceva.

Aprii subito un file word su cui via via avrei annotato tutte le nozioni che poi avrei stampato con la favolosa stampante al laser, che avevo sistemato sul ripiano di sotto del mobiletto. Come avevo immaginato, già dopo aver trascritto poche battute, con una notazione tutta mia che descrivere a parole è impossibile, subito feci i primi progressi. Era così gratificante quella attività che non avrei fatto altro tutto il giorno; adesso avevo paura ora che Ludo mi telefonasse per propormi una serata, o qualche altra bislacca produzione musicale e mi strappasse da quell’Eden. Ma con mia grande sorpresa e sollievo i giorni passarono e lui non si fece più sentire.

La mattina era il momento più bello: mia figlia mi gattonava tra i piedi e ogni tanto si aggrappava alle mie gambe, si tirava su e mi diceva, con occhi pieni d’affetto: “Papino…”. Allora venivano le lacrime agli occhi e capivo che era il momento di interrompere; giocavamo assieme con i suoi giocattoli, ero felice ma anche malinconico, perché conscio che quei momenti stavano volando via veloci, come ogni cosa, e non sarebbero tornati mai più, se non nella mia memoria, come in sogno, e ricordare è bello quanto struggente. Poi ci annoiavamo dei giocattoli e subito tornavamo là e gioivo nel vedere la tastiera e il Mac che mi aspettavano. La piccola si metteva a saltare sul lettone e io suonavo “La stangata”, la sua preferita, quando finivo lei si fermava e mi comandava imperiosa: “Ancora!”. Stava studiando anche lei e non me ne accorgevo. E più ripetevo, più diventavo deciso e preciso e il mio swing cresceva di intensità. Lo stride mi piaceva perché era un modo di suonare allegro ma anche raffinato e con quella tecnica arrangiai tantissime canzonette del repertorio ballabile: Boccuccia di Rosa, In cerca di te, Mariù, Un bacio a mezzanotte ecc. Poi presi coraggio e passai agli standard jazz e finalmente acquisii quella maniera fascinosa e magica di alterare l’armonia che avevo sempre pensato di non arrivare mai a comprendere.

Applicai quella tecnica alle canzoni pop, che suonate così e solo al pianoforte erano molto più accattivanti, anziché accompagnate con le basi. “Perché la gente dovrebbe annoiarsi a stare ad ascoltare questa bellezza?” mi dicevo ogni tanto, temendo di essere troppo presuntuoso. Un giorno mostrai tutto quel mio sistema di studio a Davide Rossi, che a quel tempo era un mio allievo di chitarra della parrocchia, e notai che gli brillavano gli occhi dall’entusiasmo. Infatti esclamò: “Non voglio più studiare chitarra, voglio studiare la tastiera!”. Quel pomeriggio stesso mi telefonò suo padre e si disse preoccupato di quello che gli pareva un capriccio: “Non mi aveva mai parlato della tastiera e la chitarra l’ha sempre suonata volentieri. Non vorrei che fosse un’infatuazione momentanea. Ma mi dica lei che ne pensa”. Risposi d’istinto: “Proviamo a fargli fare quattro lezioni, una alla settimana, alla fine del mese le dirò.”.

Quando Davide si presentò alla prima lezione gli dissi con tono serio: “Impegnati molto, non hai molto tempo, alla fine del mese dovrai saper suonare “Sapore di sale” per intero, senza fare nemmeno un errore, se no non potrò convincere tuo padre a comprarti la tastiera”. E solo quando all’ultima lezione Davide eseguì “Sapore di Sale” per intero e senza neanche un errore, mi venne da chiedergli: “Ma come hai fatto ad esercitarti, non avendo una tastiera a casa?”. Lui, come scusandosi, mi disse che sin dal primo giorno si era fabbricato una tastiera di cartone e su quella si era esercitato immaginando i suoni. Gli domandai se suo padre sapesse dell’esistenza di quella magica tastiera di cartone e Davide rispose che non gli aveva detto niente.

Allora provvidi io ad informarlo e quell’uomo intelligente e molto interessato a suo figlio, con tono mortificato, mi disse che sarebbe andato subito a comprargli una tastiera, era dispiaciuto di aver sottovalutato la passione di Davide. E oggi Davide è diventato un valentissimo pianista jazz, ma è anche un valentissimo ingegnere, la sua vita è certo più tranquilla della mia e ogni volta che ci penso mi dico che sono stato un buon maestro, perché ho saputo costruire al di sopra di me. E ricordo soprattutto che a quei tempi ero felice. Dice Nietzsche che la felicità è “sentire che la potenza cresce in noi e una resistenza viene superata.”.

Ecco, ero felice proprio in quel senso. Davide sparse la voce della mia bravura di maestro e così arrivarono altri allievi, suoi amici, i quali, pur meno brillanti di lui, impararono abbastanza da potersi divertire e sparsero a loro volta la voce e la voce arrivò anche nella vicina scuola dove mia figlia sarebbe andata a breve, e le maestre mi proposero prima di suonare alla festicciola di fine anno, poi di andare a fare lezione un paio di volte alla settimana per insegnare ai bambini le sette note; ed io accettai e quando arrivavo con il pianino dalle note colorate chiesto in prestito a mia figlia, loro si sfrenavano come cuccioli al sole e nel giro di poco tempo tutti impararono a suonare “Fra Martino” e a riconoscere tutte le note, una per una. Le insegnanti e i genitori erano contenti, ogni fine mese mi consegnavano una busta piena di soldi che io non contavo nemmeno. I bambini mi avvistavano per strada e urlavano: “Maestropiero! Maestropiero!” e mi dicevo: “ehi, sono diventato famoso come una rock star!”. Non avevo più un momento libero, ero stanchissimo, ma appagato.

Naturalmente continuavo a dare lezioni di filosofia a Cristina ed anche con lei stavo ottenendo ottimi risultati. La professoressa, pur riluttante, aveva acconsentito ad interrogarla una terza volta e rimase senza parole, quasi spaventata, per tutte quelle nozioni che sul manuale non c’erano e che la fanciulla, dopo averle studiate sui miei appunti stampati con la favolosa stampante al laser Mac, sapeva esporre anche meglio di lei. Le mise 7, anche se sarebbe stato più giusto un 8, ma io e la mia allieva non ce ne facemmo una malattia.

Ad aprile uscirono le materie da portare gli esami e c’era anche filosofia e Cristina la indicò come prima materia e la professoressa non ebbe niente da eccepire. Inutile dire che l’esame andò benissimo, ma non era finita: Cristina annunciò con gioia e serietà che si sarebbe iscritta a filosofia. E oggi è una valente professoressa di filosofia. Credetti che con lei era avvenuta una sorta di passaggio delle consegne e mi misi finalmente in pace circa il mancato appuntamento col destino di quella mattina nel mio vecchio liceo. Credo che insegnare sia proprio il passare la staffetta a chi è più giovane. E insegnando si impara! Si colgono aspetti della vita destinati altrimenti a restare sepolti nelle profondità della nostra anima.

E con Cristina capii, mentre le spiegavo il mito dell’eterno ritorno di Nietzsche, che non si trattava di rivivere infinite volte la stessa vita, come erano in molti a pensare, ma di rivivere nell’unica vita che ci toccava, ciclicamente sempre gli stessi eventi, sia pur in modo ogni volta apparentemente diverso e più ricco. Alla morte di mio padre mi era parso di non avere più nessuna voglia e nemmeno speranza di andare avanti nella vita, soprattutto dopo il mancato appuntamento al liceo. Poi era comparso il mio amico manager e mi aveva trovato lavoro a Recco. E cinque anni dopo, al termine di quel disastroso capodanno con Ludo e Ivano, che era stato un vero e proprio lutto, mi ero trovato nuovamente al culmine della disperazione, e proprio quella notte, dopo tanto tempo, mi era apparso di nuovo mio padre.

E il giorno dopo, oltre al mio amico manager che mi aveva spronato a comprarmi un computer, mi aveva telefonato il professore del Magistero amico di mio padre, per offrirmi l’occasione di lavorare come filosofo. a Recco

Era sempre da Recco che sarei ripartito, probabilmente perché era la città dove lui e mia madre avevano voluto andare a stabilirsi, dopo una vita di lavoro, per ricominciare un nuovo ciclo, sperando che per noi figli ci fossero più opportunità che nella nostra piccola città del sud. Recco e la riviera di levante erano stati i luoghi della mia adolescenza, a Rapallo e a Santa Margherita avevo fatto il liceo, e non era stato casuale nemmeno che fossi tornato anche da quelle parti per suonare. Ora si era aggiunta Lavagna, mi recavo spesso nel negozio dei favolosi Mac, non solo per pagare la rata mensile, ero sempre più appassionato di quelle macchine straordinarie, mi tenevo aggiornato sui nuovi modelli, adesso c’era quello con lo schermo a colori ed io sognavo, sognavo…

E l’uomo tornato al futuro, man mano che le rate diminuivano, mi trattava in modo sempre più amichevole, sebbene con un po’ di commiserazione, come l’impiegato della banca che mi aveva concesso il prestito per l’acquisto della mia prima automobile. A farci caso, aveva lo stesso sorriso pieno di ottimismo, altrimenti non avrebbe mai scritto sulla targhetta: “ritorno al futuro”. O forse, era solo appassionato di film di fantascienza. Pensai fosse così, un giorno che gli portai la stampante che non stampava più. Lui la mise sotto una lampada per aprirla e guardarci dentro ed io gli feci notare che sulle istruzioni c’era scritto che non bisognava esporla alla luce intensa e lui si girò a guardarmi come sorpreso e ribatté: “Vabbè, ma non l’ho mica messa sotto a un UFO!” poi estrasse il toner e, con un sorriso compiaciuto, cominciò ad agitarlo alla maniera dei percussionisti cubani e mi sussurrò: “È che ogni tanto lo devi shakerare…”. E la stampante, come per magia, tornò a stampare. Anche lui, a farci caso, era una specie di Ludo. Anche Ludo, come tutte le cose, sarebbe sempre tornato, anche sotto altre spoglie, rappresentava l’aspetto ludico della vita, come il mio amico Freddi, il bullo della classe, con il quale mi ero tanto divertito al liceo. Ma sì! Eravamo tutti ripetizioni uniche di archetipi, come avevo fatto a non notarlo finora? Ludo incarnava pienamente una parte di tutti noi, anch’io da ragazzo avevo fatto scherzi da prete, come il Pierino delle barzellette! Pierino la peste! Pierino e il Ludo! La ludoteca! M’illudo!

Ma sì, chi non si è mai illuso di essere un grande artista, musicista, o un grande calciatore, un grande fotografo, cantante, imprenditore! Gli hobby sono il chiaro segno di quest’illusione più o meno manifesta, ché se non si sogna non si può sopravvivere! E Ludo era il venditore di sogni, l’illusionista della vita, il Peter Pan che ci porta tutti nell’isola che non c’è. Perciò anche lui doveva tornare, di tanto in tanto, altrimenti la vita seria, alla lunga, sarebbe diventata noiosa. E infatti Ludo tornò, una mattina il telefono trillò e potei riudire la sua voce dal tono sarcastico: “Belin, sei sparito”. Gli feci notare che anche lui era sparito e lui mi rintuzzò con acredine: “Eh, ma siccome sono sempre io a chiamare, volevo vedere se almeno per una volta avresti fatto l’investimento di una telefonata per sapere se ero vivo o morto. Ma poi ho capito che potevo aspettare cent’anni e allora eccomi qua. E per cosa ti chiamo? Mica per chiederti dei soldi, anzi, per fartene guadagnare. Ingrato! Vieni dal negozio, c’è da suonare tutte le sere! Dai, sciacchèlo, che stavolta è vero che veniamo ricchi!”. Misi giù la cornetta rabbrividendo. Era già capitato anche che lavorassi tutte le sere, ma adesso avrei avuto anche tutte le giornate piene.

Ce l’avrei fatta, o sarei crollato per la fatica? Anche questa domanda me l’ero già posta cinque anni addietro. Certo che ce l’avrei fatta! Che la mia intuizione corrispondesse al vero o fosse solo un espediente per darmi coraggio, poco mi importava. Gli psicologi consigliano di aggrapparsi alle esperienze passate per superare gli stati critici ed era esattamente quello che stavo facendo con le mie elucubrazioni poetico-filosofiche. Dovevo farcela. Perché? Sarei mica diventato ricco? Era davvero quella l’unica cosa che contava nella vita? Forse che Ludo aveva ragione, forse no, ma l’importante era andare avanti, se non altro per vedere se davvero la mia intuizione corrispondeva al vero.