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Katharina Blum alla Corte, avere carattere porta sfortuna

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Katharina Blum alla Corte, avere carattere porta sfortuna

Splendido testo quello che il Teatro della Corte propone fino a domenica 26 gennaio.

Una donna ha la vita rovinata dall’ambizione di un giornalista  in cerca di visibilità a tutti i costi, tanto da manipolare la realtà, facendo perno sul basso pensar comune, senza scrupolo alcuno. Una piaga antica e moderna quella della calunnia  fabbricata dalla cattiva stampa, oggi notoriamente  incrementata dai mezzi virtuali di comunicazione.

Un dramma che pone in risalto, come aspetto tutt’altro che secondario, il profilo della protagonista.

Katharina, giovane e attraente, fa la governante in una casa di professionisti; una donna orfana e con un matrimonio fallito alle spalle, che, fatalmente, come spesso succede a chi manca di supporti affettivi, ha imparato a sostenersi da sola sviluppando un carattere rigido, indipendente, responsabile (gelida, dice il suo datore di lavoro che pure l’ammira e di lei si fida del tutto). La forte e non banale personalità che si è costruita non la salva però dalle insidie che comportano  l’esigenza e la ricerca affettiva e una latente ed ingenua ipersensibilità.

Ad una festa incontra lo sguardo di uno sconosciuto e il suo autocontrollo fa cilecca. Si illude di aver incontrato l’amore, in realtà ha incontrato un sospettato terrorista, con cui passa la notte e che aiuta a fuggire.

La giovane viene interrogata dalla polizia e nel frattempo la stampa si impadronisce di notizie trapelate che manipola, proiettando la disgraziata in una “macchina del fango” dalla quale non si risolleverà, neppure quando la verità verrà più o meno a galla.

Il carattere di Katharina si rivela appieno durante l’interrogatorio davanti al commissario capo Beizmenne. La giovane risponde con sincerità a domande incalzanti, proteggendo in qualche modo la sua privacy da quelle che scavano troppo nel suo privato, ma rettificando i termini insinuanti e sfumati usati dai poliziotti con la lucidità e la decisione della persona dalla vita dura, che ha avuto occasione e maniera di riflettere sull’equivocità di certe parole.

Tanto da meritare la sottile anche se non troppo manifesta ammirazione degli inquisitori.

Una donna che ha ben chiaro che molestare e scherzare non sono sinonimi.

Chiarezza e determinazione che, come si scoprirà in seguito, le hanno fatto guadagnare l’affetto, o forse anche l’amore non palesato,  del   corretto avvocato  suo datore di lavoro e del meno corretto  vicino di casa, imprenditore e politico,  ben più coinvolto di lei nei risvolti penali della vicenda.

E’ da annotare con tristezza che neppure nell’apparente evoluta Germania la donna sola  può sfuggire alle leggi non scritte.  Una buona parte delle notizie che il giornalista disonesto rielabora a suo vantaggio arrivano dai vicini di casa della giovane, indispettiti dal fatto che, pur sola e pertanto socialmente debole, non si sia mai  confidata con loro. Insomma, a qualunque latitudine, la donna non controllabile (o che non la sa raccontare) è una sospetta “puttana”,  della quale si può impunemente sospettare e con la  vita della quale si può tranquillamente giocare.  La scintilla che porta alla condanna morale è quasi sempre il sesso, vero o supposto  che sia.

“Quasi sette ore che vago per la città. Cercavo rimorsi. Non li ho trovati. Ho ucciso quell’uomo”. All’ennesima provocazione verbale  del cronista, che arriva ad insultarla alla porta di casa, l’esasperazione della vittima sfocia nella tragedia.

Uno spettacolo che ogni donna dovrebbe vedere e su cui ogni uomo dovrebbe riflettere, specie se con funzioni ispettive o giudicanti, una  fonte di ripensamenti anche  per chi appartiene al mondo dell’informazione.

Con L’onore perduto di Katharina Blum, la penna dello scrittore tedesco Heinrich Böll punta il dito contro il pensar comune, il provincialismo, i giudizi  morali veloci  e unilaterali, il contenuto falso e crudele di una certa stampa. Argomenti che sembrano non avere mai fine.

La storia, scritta nel 1974, é diventata un film l’anno successivo per la regia di Margarethe von Trotta e Volker Schlöndorff.

L’ìnterpretazione di Elena Radonicich  risulta efficace, anche se un po’ troppo scandita, forse per dare maggior efficacia e possibilità di ponderazione al testo. Peppino Mazzotta, nei panni del datore di lavoro è convincente, così come il resto del cast e la regia di Franco Però nell’adattamento di Letizia Russo, eccellente  drammaturga.

Elisa Prato