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Grounded al Teatro Ivo Chiesa, una donna che volle farsi pilota

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Grounded 67 (ph Federico Pitto)

Al Teatro Ivo Chiesa fino al 9 maggio 2021

Una storia del tutto attuale ed umana, prevedibile nello svolgimento e nel finale, un racconto che potrebbe essere adattato ad ogni tempo (e spazio…), che ripercorre il problema  dal quale nessuna donna può dirsi immune: conciliare lavoro e famiglia. Fa parte del pacchetto “peccato originale”? Fatto sta che è un cruccio quasi sempre incompreso o sottovalutato dagli stessi familiari, per non parlare dei superiori.

Un problema che può raggiungere alte vette di stress e di disagio quando la professione sia peculiare o di alta specializzazione, quando il traguardo abbia comportato anni di studio, tirocinio, dedizione, per cui l’angoscia di non riuscire ad essere all’altezza o di essere sottovalutata può diventare quotidiana  e raggiungere  fluttuanti dissociazioni di personalità.

Una donna Top Gun, pilota dell’American Air Force, fiera di una divisa duramente conquistata, tanto da identificarsi  con la sua tuta, fa la stessa vita dei colleghi maschi, immersa in quel cielo blu che ama e che le sembra di dominare. Vita sociale  limitata ad incontri nei bar, vita sentimentale difficoltosa e ristretta, tipica delle donne che stanno al posto degli uomini, per cui  loro “non sanno dove mettersi”.

Dopo un incontro occasionale  si trova inaspettatamente incinta e madre di una bimba: ed è pure fortunata perchè il partner accetta di buon grado la nuova responsabilità e di adattarsi a  cambiare lavoro.

Ma per lei il rientro è sorprendentemente amaro: da un superiore dal sorrisetto paternalistico apprende che dovrà rinunciare a volare e che si renderà utile al Paese restando a terra a pilotare droni. Grounded, bloccata a terra, “punita”.

Per le esigenze della famiglia e la dedizione alla maternità, che a tratti si avverte forte, accetta di trasferirsi a Las Vegas, “una località fasulla”, di adattarsi al riaddestramento alla poltronautica, ad imparare a volare “con il culo per terra”, pilotando macchinari davanti ad uno schermo, rischiando anche di addormentarsi tra l’ironia della sua ristretta squadra, chiusa in una roulotte senza finestre in una base celata del deserto americano.

La donna cerca di adattarsi al nuovo lavoro, apparentemente asettico, in realtà controllante  e distruttivo,  cercando di tenere a bada le cadute emotive, curando la piccola e compiacendo il marito, anche quando il loro rapporto comincia a mostrare qualche ammaccatura.

Il destino, spesso crudele con i diligenti con la rabbia incorporata, le presenterà un nuovo grande dolore e la trascinerà in una spirale negativa dalla quale si salverà solo la sua inalterata consapevolezza.

La protagonista si muove in uno spazio scenico avveniristico e siderale. La recitazione sopra le righe di Linda Gennari, il linguaggio duro da caserma, che scolpisce concetti sintetici, ottiene l’effetto di sottolineare al massimo i sentimenti contrastanti e il malessere da talento destinato a restare compresso nella tuta del personaggio.

Il lavoro del drammaturgo George Brant, in  prima assoluta in Italia per la regia di Davide Livermore, ha debuttato al Gate Theatre di Londra nel 2013 e successivamente, tradotto in quattordici lingue, ha dato vita a centocinquanta produzioni in svariati paesi.

Visibile al Teatro Ivo Chiesa fino al 9 maggio 2021. Elisa Prato