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A Compagna, ogni martedì la lettura dal passato

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A Compagna, ogni martedì la lettura dal passato

Il Castelletto, Articolo a firma Odone Sciolla, pubblicato sul bollettino n° 4 luglio 1928

Il nostro Municipio, con ottimo intendimento, fece scolpire su marmo, in tenue altorilievo, la figurazione del Castelletto quale era nel Cinquecento. L’opera pregevole è del nostro scultore Bassano. M. M. Martini detterà l’epigrafe. Il marmo si doveva collocare presso la stazione dell’Ascensore; oggi si parla di collocarlo sulla fronte del nuovo Ascensore di ponente. Comunque sia, il Comune porterà a compimento la felice iniziativa, cui la “Compagna” porge giusto e doveroso plauso [vedi articolo seguente, n.d.r.].

Il prisco colle

Nei primi secoli dopo il mille, fu certamente un colle coltivo, a scaglioni e ripiani, come erano i varii colli che emergono dall’anfiteatro meraviglioso: colli che il Petrarca giovinetto vide ancora ricoperti di pampini, ulivi e melarancie e che, nei più tardi anni, paciere fra Genova e Venezia, pianse incolti, deserti e rovinosi (Epist. T. II).

Che tale fosse se ne argomenta da un laudo di Teodolfo I, vescovo nel 951, che accenna al canone livellario che gravava il terreno vitato, concesso ad un prete Silvestro (Lorigiola: Cronistoria pag. 262).

E, con maggior precisione, se ne argomenta da un atto antichissimo del Comune, del 1145, il quale reca provvidenze per l’espansione urbana, mediante concessioni di terreni vicini alla città (Canale: Storia dei Genovesi, Vol. II, pag. 389).

In questo atto, scritto in lingua latina, è detto:

“Del piano di Castelletto. Nella Chiesa di San Siro, davanti all’altare di Giovanni Evangelista: I Consoli Filippo di Lamberto, Bellamuto Tancleo di Mauro testimoniarono ed affermarono che la Chiesa di San Siro, senza contrasto di tutti i venturi Consoli, del Comune di Genova, del popolo e di tutti i cittadini, possegga tutto il piano del vertice di Castelletto come appare tra le macerie, e la Chiesa abbia potere di edificare per tavole ottanta di chiesa, case, orti etc. etc.”

L’atto continua a precisare che dalla parte di Bonifazio le tavole sono diciannove, dalla parte verso la città sono ventisei etc. etc.

Venendo al “podio superno” che è proprietà del Comune soggiunge:

“In modo che il piano, che è vicino alle macerie e vicino alla casa di Santo Onorato, in ogni tempo rimanga libero da costruzioni per poter vedere la città ed il mare.”

L’atto ripete ancora una volta la stessa condizione.

“Tutto il resto sia della Chiesa, per modo che in ogni tempo vacuum remaneat, per utilità della stessa Chiesa, a ciò di là il popolo possa vedere la città ed il mare.”

Il documento, di tanto valore per la storia di Castelletto, si trova inserito nel Volume A pagina X del Liber Jurium, nel quale l’atto antichissimo, con parecchi altri, fu trascritto, perché l’originale era stato distrutto in un incendio. I Liber Jurium, come è risaputo, costituiscono la preziosa raccolta degli atti pubblici di Genova che fu mandata da Napoleone a Parigi, dove si trova, ad eccezione dei due primi volumi A e B, il primo dei quali si conserva nella Biblioteca dell’Università, ed il secondo nell’Archivio di Stato.

Riproduco dal Liber Jurium le prime righe dell’atto dalle quali risulta che, fin d’allora il Comune voleva che il panorama superbo dovesse essere salvaguardato a beneficio dei cittadini.

Il torrione ed il Castello

In quella lontana età non vi era ancora alcuna fortezza: l’arce di Genova era San Silvestro a dominio del mandraccio. Soltanto nei primi Secoli dopo il mille è ricordata l’esistenza sul Castelletto di un propugnacolo, un torrione, turris magna, quale compare nelle prime figurazioni che rimangono. Con fondamento se ne deduce l’esistenza nel 1158 dal fatto che in quell’anno fu costrutta, a schermo contro Barbarossa, la prima cinta di mura, nella quale era chiuso il Castelletto.

Più vasto torrione o fortilizio era certo compiuto nel 1327, nel qual anno lo Stella dice finite le nuove e più robuste mura: coevamente cioè alle guerre civili fra guelfi e ghibellini che funestarono crudelmente le alture della città. Pro monstro narrandum est, et numquam aliud auditum, non terra simul et pelago, sed in aere etiam et sub terram imo propugnaretur. (Petrarca: Ep. citata). Il Volpicella, in un diligente studio di iconografia panoramica si duole che manchino vedute di quell’epoca (Atti della Società Ligure di Storia Patria, Vol. LII, pag. 255). Le prime furono dall’A. rintracciate in quattro acquarelli dello speziale lucchese Giovanni Sercambi, nel primo dei quali acquarelli è raffigurata la città in occasione della venuta in Genova di Papa Urbano VI (1396). In questo acquarello si distinguono la torre di Castelletto e l’altra del Comune, entrambe con la bandiera genovese.

Le notizie più sicure si hanno della posteriore ricostruzione che ne fece il Bucicault il quale diede al Castelletto vera e propria forma di castello turrito.

Il 24 ottobre 1396 Genova assoggettavasi al dominio di Carlo VI, re di Francia, che durò fino al 4 settembre 1409.

Dei quattro luogotenenti del Re, che si susseguirono al governo, primeggia indubbiamente il maresciallo Giovanni Lemeingre detto Boucicault governatore dal 31 ottobre 1401 al 3 settembre 1409.

Uomo indubbiamente di grande ingegno e di non comune energia comprese l’importanza di Castelletto. E subito si diede ad ampliarlo e munirlo di torri.

Il Giustiniani – vissuto in epoca non lontana dagli avvenimenti – scrisse sotto l’anno 1402: “E in quest’anno si ampliò la torre del Castelletto, e si ridusse in forma di castello, e se gli fecero muraglie grosse, e forti, e in mezzo una grossa torre, e due altre in l’estremità delle muraglie, e si ruinò la chiesa di S. Onorato, che era vicina alla fortezza, e fu ordinato per il Governatore che dentro il Castello si facesse una nuova Chiesa, in onore di S. Onorato, e la fabrica di questa fortezza ebbe principio sino in l’anno passato.”

Il Volpicella (op. cit.) riporta parecchie vedute dell’epoca sopra ricordata.

Da un incunabolo tedesco dello Schedel, stampato nel 1493, si rileva il vigoroso mastio del Castelletto con le torri cilindriche, due sul fronte ed una indietro più elevata a bandiera alzata, cinto da cortine e torri quadre facienti sistema con la cerchia delle mura che cingevano la città a ponente.

In altra veduta, di data poco diversa, si rileva, oltre le tre torri cilindriche, una quarta quadra.

La veduta più completa è quella che si ricava dal grande quadro esistente a palazzo Bianco fatto, nel 1597, dal pittore Cristoforo Grasso, per decreto dei Padri del Comune e che sarebbe rifacimento di altro dipinto del 1410 e che riproduco più sotto.

L’A., analizzando elementi topografici, navali, scenografici ed araldici (sul Castelletto sventola la bandiera dei Fregoso) nega che il quadro di Cristoforo Grasso riproduca un dipinto del 1410, ed opina che l’artista abbia riprodotto un dipinto certo posteriore al 1481.

Dallo stesso A. (Volpicella, ivi, pag. 281) riproduco la seguente riduzione di miniature del Codice di Jean d’Auton, dalla quale si vede chiaramente la distrutta chiesa di San Francesco, la vetta del monte Peralto guernita del poderoso Castellaccio (prima della ricostruzione del 1530), ed il mastio del Castelletto.

Tolgo dallo studio del Grosso e Pessagno (“Gazzetta di Genova” 1914 N. 2) la seguente descrizione che eglino ne fanno, appoggiandosi particolarmente allo Stella.

“Il Castelletto si componeva di una costruzione massiccia di forma quadrilatera. I quattro corpi di fabbrica avevano ai lati di congiunzione torri con solide scarpate che rafforzavano gli angoli dell’imponente edifizio; nel centro eravi la turris magna.

Attorno a questo nucleo si svolgeva il complicato sistema di cortine. Entro la cinta vi erano orti, giardini ed una chiesa. I quattro fabbricati che formavano la cittadella avevano i piani inferiori rafforzati dalle scarpate, circondati dai fossi, muniti di feritoie a occhio e a croce, quelle per le bombe, questa per i balestrieri e gli archibugieri. Contenevano inoltre gli androni, i corpi di guardia, i magazzini, e più in alto si trovavano pochi appartamenti privati del capitano semplicemente arredati.

L’edificio terminava con una piattaforma superiore, specie di terrazzo collegante le quattro fabbriche e le torri; lungo tutto il perimetro correva la salda merlatura.

Nella faccia di ponente si apriva una porta di ingresso a ogiva alla quale si accedeva dalle mura e che portava alla corte centrale.”

Il Poggi così descrive le vie d’accesso (“Rivista Ligure di Scienze, Lettere ed Arti” 1927, pag. 50):

“Per quattro ripide vie andavano e venivano le soldatesche. La montà di San Francesco metteva il Castelletto in relazione con Soziglia e Banchi. La montà dell’Agonia dava la comunicazione con piazza Fontane Marose e Palazzo Ducale: essa ebbe tal nome quando al Castellaccio furono impiantate le forche. La terza era una viuzza di cui si vedono le traccie fra il palazzo Podestà e quello del Municipio: essa conduceva al “passo de ronda”, a case di malaffare, un immondo recinto che si estendeva fra via Maddalena ed il piano di Castelletto. Questo recinto fu demolito in gran parte con la costruzione di via Nuova (Garibaldi). La quarta via, che conduceva a Castelletto, era il passo della Rundinea (che i Genovesi cambiarono col tempo in Rondinella).

Il Celesia (Topografia, paragr. II) aggiunge che il Castelletto “nelle cave sue viscere aveva due vie sotterranee, delle quali l’una lo congiungeva al monastero di S. Siro, l’altra al palazzo dei Dogi”.

Distruzioni e ricostruzioni

Castelletto, per due secoli, fu strumento della dominazione straniera che le fazioni interne favorirono e qualche volta chiamarono.

Gino Capponi così riassume quel torbido periodo:

“Discordante in se stessa, si diede in servitù di Francia, poi si cercò padrone in Italia, e ubbidì ai signori di Milano, Ella maggior cosa di Milano. Ricadde sotto ai Francesi l’anno 1500; poi vennero gli Spagnuoli e un’altra volta i Francesi. Quegli anni furono a Genova dei più calamitosi che avesse mai. Genova fra tanti mali aveva pur sempre l’agio di lacerarsi in se stessa, nobili e popolani, Guelfi e Ghibellini, Adorni e Fregosi combattevano confusamente a pubblico strazio; aveva la discordia cento nomi e cento facce e cento mani levate alla ruina della gloriosa città.”

Con precisione cronologica, il periodo di cui parliamo è crudelmente questo:

Genova stette:

dal 1354 al 1356 sotto la dominazione di Milano

dal 1396 al 1409 sotto la dominazione di Francia

dal 1409 al 1413 sotto la dominazione del Monferrato

dal 1421 al 1435 sotto la dominazione di Milano

dal 1458 al 1461 sotto la dominazione di Francia

dal 1464 al 1478 sotto la dominazione di Milano

dal 1489 al 1499 sotto la dominazione di Milano

dal 1499 al 1528 sotto la dominazione di Francia.

Il Castelletto, come ho ricordato, serviva ai dominatori per signoreggiare la città, donde l’odio delle genti soggette, le insurrezioni e le demolizioni.

Quattro volte fu demolito e quattro volte riedificato.

Il Giustiniani scrive che il 22 marzo 1412, il Consiglio di trecento cittadini deliberò che si dovessero rovinare le torri e la fabbrica costrutta da Boucicault e che il 26 aprile se ne cominciò la demolizione.

Il conte di Carmagnola, governatore di Genova per i Visconti restaurò nel 1421 il castello: ma nel 1436 un’insurrezione lo distrusse dalle fondamenta.

Di nuovo ricostrutto nel 1448, fu di nuovo demolito nel 1476 dal popolo insorto contro la dominazione straniera di Galeazzo Sforza.

Un’ultima ricostruzione, fatta dai Francesi, fu parzialmente distrutta nel 1507 ed il forte fu definitivamente abbandonato nel 1528, dopo la quale epoca andò quasi completamente in rovina.

Del come i dominatori si servissero si hanno molte testimonianze.

Testimonianza molto esatta si ricava da un manoscritto esistente nell’Archivio di Stato (e del quale vi sono altre due copie). “Un anno di storia genovese”, di cui non si conosce esattamente l’Autore: da alcuni essendo lo scritto attribuito a Bartolomeo Senarega da altri ad Antonio Grillo.

L’anno al quale esso si riferisce è il 1506. Genova è in quell’anno sotto la dominazione dei francesi che bombardano più volte la città, la quale, dopo lunghe prove, insorge e trionfa nel nome di Paolo da Novi.

Trascrivo qualche riga dal testo pubblicato dal Pandiani (Il Banco di San Giorgio, pag. 252):

– 1507, 25 febbraio

“Lo castelano ha tirato 5, o, 6 colpi d’artagliaria con le petre e ha dato una in Morsento, in casa di un tessitore”.

– ” , 5 marzo

“Quella notte, a hore 6, Castelletto ha tirato due mortaretti; l’uno ha dato appresso Banchi, in casa di Serra”.

– ” , 26 marzo

“A hore tre di notte in circa, lo Castello ha tornato a tirare mortaretti; e con l’agiuto de Dio, quantunque abbi fatto grave darmagio, non si è fatto male a persona alcuna”.

Il diarista continua giorno per giorno ad annotare i tiri del forte e giunge al giorno:

– ” , 10 aprile

“Finalmente a hore 16 in circa fu solevato doge Paolo da Nove che era tintore di seta. L’hanno fatto duce, e un grande seguito di popolo minuto ha cavalcato per tutta la terra; poi, ritornato a Palasio, è andato in Senato con tutti gli Officii, e li dettero sacramento che preso fusse Castelletto, lo dovessero deruvare”.

Nel Sei e Settecento

E, diruto, diroccato, in stato di completa rovina, come ancor oggi si vedono parechi castelli sul nostro Appennino, dovette restare per molto tempo. I dissidi interni, dopo la costituzione del Cinquecento, erano meno violenti: alle gare di predominio e di potere erano succedute meschine gare di lussi e festini.

Si aggiunga che intanto era venuta costruendosi la più vasta cinta di mura e di fortificazioni dalla Lanterna al capo di Carignano (1626): i forti che ancor oggi dominano la città presentavano ben più poderosa forza del Castelletto.

Con l’andare degli anni sullo spiazzo, attorno alle rovine, sorsero delle abitazioni, si coltivarono orti e giardini.

Riproduco una stampa del Ratti (1780) che rende abbastanza le mura che cingevano il colle quali in gran parte si vedono ancora oggidì.

E riproduco una stampa del principio del 1800 (raccolta Onofrio Sauli) che rende l’idea delle poche ville che si erano venute costruendo nel piano.

Da una pianta coeva si rileva l’esistenza di quattro costruzioni, in mezzo a terreni alberati e coltivi: nonché l’esistenza della fabbrica di polvere da sparo, trasportata in Castelletto dal palazzo Ducale dopo lo scoppio avvenuto il 1539.

Non metto conto di dire che si tratta di vedute di maniera, che gli artisti componevano valendosi di stampe di molto tempo anteriori.

Chi si accingesse a precisare lo stato della regione, sulla scorta degli archivi e dei catasti, non troverebbe molto dissimile, nel Settecento e nei primi anni dell’ottocento, la figurazione quale risulta dai due grafici sopra richiamati.

Il nuovo forte

E così doveva essere nel 1821, allorché, (come riferì il generale Racchia, Camera dei Deputati, 25 luglio 1848), il Governo Sardo pose gli occhi sulle rovine del Castelletto per edificarvi, come edificò, sopra i disegni di architetto straniero, una caserma. Tale – caserma – senza carattere di fortezza, secondo il Racchia, fu la nuova costruzione, malgrado l’apparenza e gli sconvolgimenti politici la facessero sembrare una “bastiglia”.

La figura seguente è riprodotta da un quadro coevo a cura dell’Ufficio Belle Arti del Comune.

Qualche storico erroneamente asserisce che il nuovo forte, o caserma che fosse, fu demolito a furia di popolo: mentre fu demolito per precisa disposizione di legge.

Siamo nel 1848, l’anno fortunoso del nostro riscatto, nel quale gli animi degli Italiani si ridestano ai sensi vivissimi di indipendenza.

Manifestazioni popolari, indirizzi dei nobili (Brignole) ed il Corpo Decurionale chiedono a gran voce che “sia eguagliato al suolo l’edifizio”.

Il deputato Bixio (avvocato Cesare Leopoldo) presenta formale proposta alla Camera Subalpina che lungamente ne discute nelle sedute 25, 26 e 27 luglio, nel quale giorno fu approvato il disegno di legge. (Voti favorevoli 87, contrari 61).

Dalla discussione risulta chiaro lo scopo che fu precisato nell’articolo primo: “Disarmamento e demolizione di tutti quei forti che non hanno per scopo la difesa della città dal nemico esterno”.

0ggetto di più lunga discussione fu l’articolo successivo: “Saranno immediatamente demolite tutte le opere militari del forte di Castelletto, etc.”.

Parlarono varii oratori, Cadorna, Valerio e Cavour: quest’ultimo per sostenere che, come il Castelletto, doveva demolirsi la cittadella di Torino.

Ma la proposta Cavour non raccolse la maggioranza e, come ho detto, la legge provvide unicamente ai forti di Genova.

Mi dispenso dal riferire i molti discorsi che si tennero: restringo il riferimento alle parole dell’autore del Dottor Antonio, il deputato Giovanni Ruffini, che, con amara ironia, dava così ragione del voto in favore: “Sta lassù il castigamatti; così chiamavasi per antonomasia quel forte. Ora vedete, o signori, che i Genovesi non hanno poi tutto il torto se vorrebbero levarselo d’addosso quel castigamatti, essi che sanno di essere non matti ma savissimi, come lo attesta lo spirito veramente italiano, onde sempre degnamente, in questi ultimi anni, hanno dato luminose prove” (Atti Parl. Cam. Dep. Leg. maggio-dicembre 1848).

La legge ebbe pronta esecuzione; il Governo il 13 agosto 1848 bandì l’appalto per la demolizione, ed il 16 si dava principio ai lavori.

Frattanto il Municipio, cui il Governo aveva trapassato l’area, disponeva il progetto per la costruzione di dodici edifizi, di carattere popolare: con incanto del 20 giugno 1853 vendeva le aree sulla base di quattordicimila lire circa per caseggiato, uno eccettuato che fu venduto per seimila. (Atti Notaro Tiscornia 1853, Vol. 1. e 2.).

E una “Società Caseggiati di Castelletto”, con l’opera di Mastrangelo Borgo, provvedeva alacremente alla costruzione delle attuali case, come è riprodotta nella fotografia della figura 10 che dobbiamo alla cortesia del sig. Italo Buono.

Tali le origini del Castelletto presente che, in breve sunto, ho ricordato, augurando che diligenti studiosi, valendosi degli archivi delle Compere, della Repubblica e dei Notari, vogliano più ampiamente illustrare.

In oggi, il Comune, con lavori di abbellimento, pone sua cura nel farne – come lo vollero i Padri antichissimi – il bel panorama, dal quale i cittadini possano “vedere la città ed il mare”, ad-videndam civitatem et mare, come si legge nel marmo murato in un palazzo della Spianata.

Non più dunque sia la briglia temuta, ma lo stimolo piacevole alle concezioni sconfinate dell’anima genovese. E podio educativo rimanga come i Consoli Di Lamberto e Di Mauro lo giurarono in San Siro.

Eglino, nel disporre le prime costruzioni sul colle superbo, vollero serbare libera la vista, quasi nessun limite, nello spazio lontano, dovesse mai porsi al dominio della gente sul mare.

Nietzche che, meglio di ogni altro, percepì ed espresse la bellezza di questo sentimento, ne scrisse alla sorella così:

“Questa è Genova, la città con la vista sul più superbo promontorio di Europa. Qui in Genova io pure sono superbo e felice. Mi aggiro con esultante felicità per le alture. Genova vuol dire mare, famigliarità col mare, felicità del mare, brivido del mare: vuoi dire aurora e al di là, speranze sconfinate e temerarie voluttà”

Il Castelletto

Articolo pubblicato sul bollettino n° 7 – ottobre 1928

Il Municipio, molto opportunamente, ha collocato in Castelletto – sulla spianata panoramica [Belvedere Montaldo, civico n. 2, n.d.r.] – un bassorilievo in marmo che riproduce il Castello quale era nel 1400. L’opera è dello scultore Ave G. B. Bassano, nostro egregio compagno. Il bassorilievo è in marmo scavato direttamente sotto il piano, ed a piani ripresi, con che il valente artista ha ottenuto molto rilievo con poco incavo. Ed in vero i primi piani sono allo stesso livello dei più fondi; e sia prospetticamente che plasticamente ne risulta la necessaria distanza. L’opera è in puro stile quattrocentesco, sia nel bassorilievo che nell’epigrafe la quale, dettata da Mario Maria Martini, suona così:

Su questo colle detto di Montalbano dove esisteva un’antica torre – sorse nel sec. XV il formidabile Castelletto qui riprodotto. Il Popolo insorto contro l’oppressore straniero lo espugnò nel 1514 e il Governo della Libertà lo demolì nell’anno 1528. A ricordo il Comune di Genova nell’anno 1928 questo marmo poneva. Anno VI.