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Finale dei Familie Floz rompe la quarta parete portando il pubblico sul palco

Finale dei Familie Floz rompe la quarta parete portando il pubblico sul palco
Foto Dina Solomon

Mentre quest’anno il Teatro della Tosse festeggia 50 anni dalla nascita, la compagnia berlinese FAMILIE FLÖZ celebra i suoi 30 anni di teatro e maschere. Era il lontano 1994 quando un gruppo di studenti della scuola del corso di mimo della Folkwang Universität di Essen (nota per avere avuto fra il corpo docenti Pina Bausch), iniziò a fabbricare artigianalmente delle maschere per sperimentare nuove forme espressive; fra questi studenti vi erano Hajo SchülerMarkus Michalowskie e in seguito il regista Michael Vogel.

Le due strade, quella della Tosse e di Familie Flöz spesso si sono incrociate nel corso di questi anni, e sabato 24 e domenica 25 gennaio la compagnia tedesca ha calcato nuovamente il palco della sala Aldo Trionfo con la sua ultima produzione intitolata Finale . Uno spettacolo che racconta tre piccoli universi , tre storie quotidiane che, come sempre, potrebbero essere le storie di tutti.  Prima però della narrazione, la compagnia ha voluto portare il pubblico a conoscere meglio le meschere che indossa. Maschere che appena calcate trasformano tutti in attori. Sembra strano, ma è proprio quello che si è visto la sera di sabato. L’interesse degli spettatori verso il lavoro dei Familie Floz era già palesato dal numero dei presenti in sala,  ma ancora di più è uscita fuori la passione per questo genere di teatro quando non c’è stato bisogno da parte degli attori di stimolare nel pubblico la salita sul palco. Tutti infatti avevano voglia di entrare in simbiosi con le maschere, indossando quei testoni in cartapesta e gommapiuma che, magicamente, cambiano non solo i connotati a chi li veste, ma anche postura,  gestualità e forse pensiero.

Foto: Dina Solomon

La maschera che non copre, ma anzi mette in risalto l’io vero, quello forse nascosto, che fuoriesce paradossalmente sotto false sembianze. La maschera che mette a nudo le nostre paure, i nostri sentimenti, le nostre fragilità, ma che ci fa sentire meglio, perchè appunto più autentici. Solo dopo una mezz’ora ha preso il via il vero e proprio spettacolo partendo dal primo episodio che racconta di un gestore di uno Späti, tipico locale notturno berlinese. Un tipo mite e romantico, che facilmente empatizza con la sua clientela bizzarra. Si innamorerà anche, ma alla fine lei non lo seguirà e questo lo lascerà triste nel suo proseguimento di  cammino.

Il secondo episodio esamina il rapporto tra madre e figlio, un rapporto difficile in cui il figlio sembra aver sempre sofferto la lontananza di una madre sulla ribalta perchè cantante di fama. Ora però quella madre si è ammalata  e questo lo confonde  e spiazza. Ma  quando alla fine arriva la morte di quella che è sempre stata un punto di riferimento,  se dopo un primo momento si sente perduto, comprende invece che è arrivata l’ora del cambiamento e ne approfitta per volgersi ad una nuova vita.

Foto: Simon Wachter

L’ultimo episodio ha come protagonista una giovane donna che vive isolata nella foresta, in apparente armonia, ma con un passato che affiora tra le crepe di una felicità fragile. E’ un’esploratrice  alla ricerca del senso della propria vita che si rifugia nella natura più selvaggia, entrando in contatto con la propria anima e con il proprio animale. Un animale che teme e che esce fuori nel momento in cui deve salvare un bue (o un toro) tenuto alla corda da due fratelli cacciatori. Liberare la bestia è come liberare sè stessa e lo fa senza indugio anche a costo della vita. Tre storie che raccontano tre vite al bivio, collegate da una misteriosa narratrice, una fotografa (che inizialmente sembrava essere una delle spettatrici salite sul palco),  che attraverso la sua indagine iconografica ci porta in un viaggio senza parole, fatto esclusivamente suggestioni.

Fabian Baumgartner, Lei-Lei Bavoil, Vasko Damjanov, Almut Lustig, Mats Suthoff  sono bravissimi e avvincenti sotto la regia di Hajo Schuler, eppure a questo spettacolo manca qualcosa che ci fa rimpiangere le performance di dieci anni fa in cui non veniva infranta la quarta parete e il pubblico rimaneva maggiormente rapito da quei personaggi a volte dolci e appassionati, altre melanconici per poi diventare improvvisamente rabbiosi , di cui non si conosceva il volto degli attori, ma solo quello che trasmetteva la loro maschera.

Se si scopre tutto,  la magia del teatro va in frantumi. Francesca Camponero

Foto: Simon Wachter

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