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Nano Morgante | Parti deluso, fai prima

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La delusione di Caterina Giganti (acrilico 100x80)

Da piccolo, quando incespicavo e cadevo, mettevo sempre le mani avanti: se proprio bisogna capitombolare a terra, meglio escoriarsi le mani piuttosto che il viso.

La premessa è doverosa per estendere il concetto all’esistenza adulta, laddove, in più, sussiste un principio di proporzione tra la mole di aspettative dell’individuo e le delusioni in cui incorre.

E’ palese infatti che nutrire un interesse verso qualcosa (o qualcuno) preveda un corrispondente disimpegno di energie disponibili.

Ed è anche ovvio che a tale disimpegno non sempre consegua, a prescindere dalla personale dedizione, un esito adeguato.

E’ un dato di fatto che questa Società illudente sospinga l’individuo in mire oltremodo ambiziose, non possedendo né producendo, nel contempo, effettive ed eque condizioni di esaudimento.

Umoralmente, ciò compone un quadro probabilistico confuso e contraddittorio.

In tal senso, considerando i principali ambiti in cui gravitano le aspettative individuali, i sentimenti, lo studio, il lavoro, esse legittimamente assorbono e assommano l’idea entusiastica dell’esaudimento, ancorché vi sia insita, a ribadire il concetto, una incongruenza di fondo a causa di tali premesse aleatorie.

In specie, la canonica identificazione della volontà e dell’impegno come viatico al successo, comunemente fra-inteso nella sua capitalistica accezione, rientra in detta tipologia aleatoria.

Certamente, è scontato che ogni percorso presenti qualche ostacolo. E che esso possa manifestare, in contiguità al comprensibile entusiasmo nell’affrontarlo, l’irriferibile verità del mancato superamento.

A tal fine, si consideri in anticipo l’idea di una possibile delusione, almeno come prodotto dell’ ironia (“unica forma spirituale del mondo moderno”, scomodando Jean Baudrillard), a riassorbire l’ambizione scomposta della Società e ad alleviarne il peso in capo al singolo componente.

D’altronde, nulla di assurdo ritenere che, anche partendo avvantaggiati, si possa comunque, nel seguire la sorte e senza tracimare illuminismo pessimista, mettere in conto una cifra col meno davanti.

Quando (e se) riuscissimo ad applicare questa deflessione competitiva, seppur eretica, socialmente deprecabile, diverrebbe più che ironico, visionario, pensare ad un arrivo sfolgorante senza inciampi.

Ecco perché, per saggezza preventiva, si fa prima a partire già delusi.

Massimiliano Barbin Bertorelli