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Il Nano Morgante | L’assetto anti-prossimo

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Il Nano Morgante | L’assetto anti-prossimo

In città, ormai, se ne sentono e se ne vedono di tutti i colori.

Seppur, letteralmente, tale sensazione visiva appalesa l’incongruenza del poter “sentire” i colori, oltre che del “vederli”, pretende che ne renda sensibile l’interpretazione.

Non si tratta, ad esempio, di sentire e vedere i colori dei quadri di Matisse, che ne intendeva il rapporto in modo da “fare valere e risaltare le differenze”. Si tratta, tuttavia, del quadro drammatico (etimologicamente,  in movimento) in cui  persiste convintamente questa società parcellizzata e  fortemente differenziata: in cui le differenze ostacolano le relazioni tra i singoli componenti, facendosi valere in quanto divisive. In cui, per soprammercato, ciascun componente si rende sostanza intollerante ed immiscibile alla sostanza altrui.

Tale è la percezione che traggo, per sentore multi-tasking e  per vista diretta,  semplicemente frequentando i  “non-luoghi” (cit.) pubblici.

Ciò che sento & vedo, animato da volontà curiosa, è lo spettacolo che offre una  appiattita umanità, in cui l’individuo assolve al proprio ruolo ancillare erigendo muri di separazione sempre più alti ed adottando un guerresco “assetto anti-prossimo”. E ciò nonostante  che ogni sana differenza non necessiti di muri od artiglieria pesante per tutelarsi.

Pertanto, in funzione disciplinare, è frequente sentire e vedere imprecazioni rivolte tanto allo “straniero”, quanto al “locale”, poiché il compasso del malessere è puntato solo occasionalmente sulle questioni “etniche”.

In realtà, la scarnificazione dei valori morali alimenta nell’individuo la sensazione vivente di non far parte di un insieme, il dis-gusto  nel volersi sentire estraneo, nel distaccarsene:  sulla falsariga del “ meglio che stia sulle sue che sulle mie”, dicendola alla Aldo Busi.

Per bene che vada, l’esito del progresso pare transitare nei dintorni del Kali-yuga,  epoca oscura e degradata, facilitando una digressione ironica su Max Weber,  secondo il quale “chi cerca visioni del mondo, se ne vada al cinema”.

La visione sensibile del mondo reale e la ricomposizione armonica delle divisioni cedono il passo all’avanzata volgare e distruttiva di un folla di individui, solitaria e desiderante, che tesse relazioni preferibilmente con partner-inumani: alcool, psicofarmaci, immagine feticcio del corpo, realtà virtuali.

Sull’ondata emulativa per Yeats, nel suo rammarico di  “invecchiare tra i sogni”, conseguenza di un amore infelice non corrisposto, confidare in un cambiamento allontana un precoce incanutimento.

Preferibile un pensiero fattivo di comunione col prossimo, visto che senza comunità non ci può essere alcuna comunione. E nessuna speranza di un sensibile cambiamento.

Massimiliano Barbin Bertorelli