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Arena di Verona, per il centenario un Nabucco d’annata

La Fondazione Arena di Verona festeggia la centesima stagione d’opera dell’Arena, nata nel 1913, con otto spettacoli lirici del suo migliore repertorio e sei gala, tra cui l’amatissimo Nabucco, opera giovanile di Giuseppe Verdi, rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano nel 1842 con il titolo Nabucodonosor, abbreviato in seguito in “Nabucco” dal 1844.

Qualcuno ha visto in quest’opera un conflitto tra potere e cultura: sta di fatto che le creazioni artistiche, come è noto, portano il timbro  degli stati d’animo dell’autore.

Verdi, in soli tre anni, dal 1838 al 1840, aveva visto morire prima la figlia Virginia, poi il figlio Icilio, poi la moglie Margherita.

Arena di Verona, per il centenario un Nabucco d'annata
Nabucco all’Arena di Verona (foto Ennevi)

 

Era un uomo provato dal dolore e, come se non bastasse, dall’insuccesso alla Scala dell’opera buffa “Un giorno di regno”, fortemente voluta dall’impresario Merelli; fu proprio quello  stesso impresario a salvarlo facendogli leggere il libretto del Nabucco  ed imponendogli di musicarlo.

Racconta lo stesso Verdi: “Mi ficca il libretto nella tasca del soprabito, e con un urtone mi spinge fuori dal camerino e mi chiude l’uscio in faccia.

Tornai a casa col libretto in tasca e un giorno un verso, un giorno l’altro… a poco a poco l’opera fu compiuta.” In Nabucco si evidenzia un accentuato sapore intimista, quasi estraneo  al temperamento verdiano, anche se sono già in nuce i fermenti patriottici che gli fecero abbandonare il sogno repubblicano  per seguire il disegno del re Vittorio Emanuele e che esploderanno in seguito nella sua vigorosa, riconoscibile, indimenticabile musica.

Nabucco è un re assiro  provvisto di una personalità ondivago isterica che alterna sete di potere a cadute psicologiche, stati confusionali a momenti di lucidità, poco attribuibili ad un re invasore, ma giustificati dalla vendetta del Dio d’Israele ( del quale  alla fine  invocherà il perdono e al quale si convertirà). Atteggiamenti in parte riscattati dall’amore verso le figlie, anche per la fredda ed indegna Abigaille alla quale non sa imporsi, ma  soprattutto verso Fenenia, vittima dell’ambizione sfrenata della sorella e sua figlia effettiva, per la quale si umilia  supplicando Abigaille di risparmiarle il patibolo.

E così è marcatamente intimista il celeberrìmo “Va pensiero”, un testo di toccante poesia musicata e vero cardine dello spettacolo, con cui gli ebrei ricordano con nostalgia la patria perduta.

Bella la figura del banditore che annuncia col tamburo l’inizio dell’opera e dei successivi atti. La messa in scena è stata quella storica del regista Gianfranco De Bosio (mancato lo scorso anno) e dello scenografo Rinaldo Olivieri (scomparso nel 1998) del 1991 e più volte ripresa: scelta in parte indovinata in quanto adatta a grandi spazi, con una suggestiva torre di Babele e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme.

Purtroppo non hanno convinto i movimenti, a volte non troppo comprensibili e centrati, delle masse di figuranti e coristi.

Ed erano del tutto da evitare tre lunghi intervalli e soprattutto (incomprensibili!) cambi di scena in pieno svolgimento degli  atti con relativo fermo dell’orchestra e degli artisti… con tecnici che si affaccendavano a lavorare al buio spostando enormi costruzioni fortunatamente mobili, strappando applausi di solidarietà tra gli spettatori.

D’effetto i fulmini, le fiaccole, il fumo che lentamente invade il palco, nonchè i sontuosi costumi.

Brillanti le prove degli interpreti principali, sia la voce incredibilmente forte e ben impostata del fenomeno Amartuvshin Enkhbat, il baritono mongolo credibilissimo Nabucco nelle varie fasi delle sue varianti psicologiche, da invasore a convertito.

Promossa anche Anna Pirozzi nella parte di Abigaille, anche se all’inizio è parsa leggermente afona sui toni bassi. All’altezza della parte il resto del cast.

L’orchestra, sottotono e sommessa nel primo atto, riprende energia e toni più verdiani negli atti che seguono, orecchie più attente e raffinate mormorano di qualche défaillance prontamente recuperata.

Dieci e lode alle prestazioni del coro, magnifico nel “Va pensiero”, anche questa volta concessosi al bis richiesto dall’anfiteatro a furor di spettatori, come da tradizione.

Uno spettacolo all’Arena di Verona è un evento al quale non si può mancare, almeno una volta nella vita.

Eccezionale anche per la grandezza e capacità di ospitare maestosi allestimenti, aderenti o meno ai gusti  del singolo, riscuote sempre meritati applausi per il riconoscimento dello sforzo di  conduzione, oltre che per l’indubbio valore degli artisti.

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La trama in riassunto. Il re assiro Nabucodonosor assale, sconfigge e conduce in cattività a Babilonia il popolo di Israele. Anche Ismaele, nipote del re di Gerusalemme, è tra i prigionieri.

Le figlie di Nabucodonosor, Fenenia (ostaggio in mano degli ebrei che da lui è stata salvata e Abigaille sono entrambe innamorate di lui.

Abigaille, fredda, determinata e assetata di potere, scopre di essere una schiava adottata dal re e riesce a spodestarlo approfittando dello stato confusionale in cui lo ha gettato la furia del Dio di Israele.

Ella vuole uccidere tutto il popolo ebreo, raccolto sotto la guida del pontefice Zaccaria.

Ma Nabucco, dopo aver subito dalla figlia Abigaille l’umiliazione di vederla stracciare le carte della sua origine servile ed assisa sul trono, chiede perdono al Dio degli ebrei e, tornato in  possesso delle facoltà mentali, riorganizza i guerrieri rimastigli fedeli e recupera il trono.

Abigaille si avvelena e muore, Fenenia, convertita all’ebraismo è salva, il re si unisce al popolo ebreo per  esaltare la gloria del loro Dio.

La recensione si riferisce allo spettacolo del 28 luglio 2023. ELISA PRATO