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Alla Corte Il sorpasso, sulla falsariga del film omonimo

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Alla Corte Il sorpasso, sulla falsariga del film omonimo. Foto Linda Kaiser

Lo spettacolo in scena al Teatro della Corte di Genova fino al 4 febbraio 2018

Mettere in scena “Il sorpasso” oggi significa misurarsi con il film omonimo, il cult di Dino Risi del 1962, e l’impresa può risultare non facile. L’adattamento teatrale programmato al Teatro della Corte di Genova fino al 4 febbraio, prodotto da Bananas, ABC Produzioni, Teatro Arte e Marche Teatro, è firmato da Micaela Miano per la regia di Guglielmo Ferro e risulta, di massima, fedele al soggetto originale. Le scene sono di Alessandro Chiti, e le musiche di Massimiliano Pace richiamano la colonna sonora dell’epoca (“Vecchio frac” di Domenico Modugno; “Pinne, fucile ed occhiali”, “Guarda come dondolo” di Edoardo Vianello e altre canzoni).

Vestono i panni dei due protagonisti – l’esuberante quarantenne Bruno, immaturo e nullafacente, e lo studente universitario di Giurisprudenza, il timido Roberto – rispettivamente Giuseppe Zeno e Luca Di Giovanni. I due attori ricoprono i ruoli che furono di Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant. Il primo imita fin troppo il suo illustre predecessore, ma è credibile nella sua parte, e il secondo gli si contrappone bene.

La metafora degli anni del boom economico, incentrata sull’auto che corre fuori dalla capitale deserta nel giorno di Ferragosto, la spider Lancia Aurelia B24, appare ancora attuale e il testo vanta una dimensione senza tempo, con battute e citazioni entrate nell’immaginario degli italiani (sulla bicicletta, la campagna, il diritto spaziale, la difesa del paesaggio, la Roma antilavorativa).
Le tappe “on the road” contrassegnano altrettante lezioni di vita del personaggio amorale – che se la cava sempre e comunque – nei confronti dell’altro, l’inesperto e ingenuo compagno occasionale di avventura, che perde la vita in un simbolico salto nel vuoto.

Le soluzioni sceniche, che si avvalgono di proiezioni di strade di campagna sulle quinte teatrali, appaiono originali, finché non diventano ripetitive, per cui lo spettacolo può apparire un po’ carente di invenzioni. Il paesaggio dell’anima e la dinamica psicologica e conflittuale dei protagonisti passano poi in secondo piano in particolare nelle scene sulla spiaggia, in cui prevale una componente macchiettistica.
È apprezzabile, invece, il saliendo del finale, capace di condensare lo spirito di un’intera generazione in un vortice di immagini da cinegiornale.

Linda Kaiser