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Squid Game, geniale metafora delle falle del sistema neoliberista

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Seong Gi-hum, giocatore 456, protagonista della serie sudcoreana Squid Game, interpretato da Lee Jung-jae.

Squid Game, la serie sudcoreana in onda su Netflix dal 17 settembre 2021, che ha letteralmente sedotto milioni di spettatori da ogni dove, immobilizzandoli sul divano con il cuore sospeso sulle sorti dei protagonisti e non solo, costituisce invero una geniale metafora del sistema neoliberista.

La serie, ideata e prodotta dal regista e sceneggiatore Hwang Dong-hyuk(Seul/1951), è stata bersaglio di variegate critiche. In effetti in Italia classificata come vietata ai Minori di 14 anni per la crudezza delle immagini ed un supposto inno alla morte, in realtà cela e svela, per chi lo vuole, una riflessione profonda sulla disumanizzazione in atto delle società odierne a carattere occidentale.

Se è vero che un giovane ne va accompagnato nella visione, visto che in Europa e nel nostro paese sono occorsi degli episodi emulativi tra minorenni, come ad esempio l’essersi presi a schiaffi giocando “ad 1/2/3 stella” in una scuola elementare di Torino, ad un’attenta analisi Squid Game non inneggia alla sopraffazione, bensì la condanna, in quanto la “violenza” è conseguenza di una struttura sociale in cui il “Capitale” prevale sul valore della singola vita umana. Non dimentichiamo che lo sceneggiatore e regista Hwang Dong-hyuk è sudcoreano ed in parte ha studiato regia negli USA, oltre ad essere stato investito insieme alla sua famiglia dalla pesante crisi finanziaria che ha segnato il proprio paese nel 2009.

Da questa sofferenza sociale prende forma nella sua testa la sceneggiatura di Squid Game. Privo di risorse economiche, il nostro regista senza soldi nel 2009 consuma il tempo nei Cafè, leggendo fumetti sui giochi di sopravvivenza, nei cui personaggi si identifica. Da qui la trama della serie, dove i 456 giocatori della sfida di giochi per bambini in cambio di un premio da 45,6 miliardi di won(33 milioni di euro circa), pena la morte, sono selezionati tra le più svariate classi sociali, con il denominatore comune  di debiti salati o l’impossibilità di pagare le cure sanitarie ai propri cari che in Corea del Sud sono a pagamento.

In effetti i giocatori selezionati, dopo aver sollevato delle proteste, inizialmente vengono lasciati tornare a casa. Tuttavia liberamente tornano, perché ” siccome l’Inferno lo viviamo già fuori, preferiamo stare qui…”recita una delle battute iniziali del sequel. Lo scegliere la probabile cruenta morte rispetto ad un’esistenza del tutto sbandata senza possibilità di redenzione sociale, crivella lo spettatore nel proprio nucleo vitale; dunque impossibile non innamorarsi perdutamente di Squid Game con ciò che ne consegue.

La serie inoltre sottintende anche il crimine del traffico degli organi estratti dai quasi morti, ma ancora vivi giocatori eliminati. Inoltre le ultime puntate rivelano l’incombere dell’Ombra dell’Occidente su questo perverso ciclo di giochi. In effetti i finanziatori di tutta questa deviante struttura ludica sono dei ricchi occidentali i quali, con la complicità di un ricco uomo d’affari autoctono che vi partecipa come giocatore 01, investono e scommettono sui singoli giocatori per diletto, guardando alla loro morte come fossero personaggi di un videogame: l’apoteosi del capitalismo.

Ne emerge una trama dissennata che ha portato finalmente alla ribalta planetaria la “Bellezza” del Korean drama, prima appannaggio di incalliti cinefili appassionati del compianto Kim Ki-duk, misteriosamente scomparso in Lettonia l’11 dicembre del 2020, come ricorderete.

La serie è stata recentemente doppiata in italiano ma, per quanto il doppiaggio assurga ad una nostra Eccellenza, suggeriamo di visionarla in coreano, perché è basata su un tipo di recitazione non riproducibile in un’altra lingua. Le attrici e gli attori presentano un talento straordinario e nelle espressioni facciali e nel tono di voce, così abile a cambiamenti repentini. Ad esempio l’amatissima giocatrice 067, Kang Sae-byeok, disertrice nordcoreana, è interpretata dalla bellissima modella Jung Ho-yeon, la quale in alcuni momenti recita con accento nordcoreano ed in altri torna all’influenza sonora sudcoreana per non rivelare la sua autentica provenienza. Che dire di Han Mi-nyeo, giocatrice 212, rappresentata da Kim Joo-ryung, attrice di ruoli minori rivelatasi padrona di una possanza interpretativa sovrumana, difficile da duplicare con il doppiaggio. Che dire poi del volto intenso del protagonista, il giocatore 456Seong Gi-hum, interpretato da Lee Jung-jae, ex modello sudcoreano.

Il Giocatore 456, che sarà poi il vincitore di tutta la serie di giochi che si chiudono con il cosiddetto “Gioco del Calamaro”, da cui il titolo del sequel in Squid Game, incarna l’eroe puro della serie. Il “Buono” che ti resta nel cuore anche molto tempo dopo che hai visionato con ardimento ogni singola puntata. Intense le capacità interpretative di Lee Jung-jae, sul cui personaggio il regista chiaramente punta per il seguito, ma non sbilanciamoci! In una recente intervista rilasciata negli ambienti di Hollywood, Hwang Dong-hyuk ha dichiarato di come gli balenino in mente nuove idee per il proseguo, soprattutto prendendo le mosse dal sofferto giocatore vincitore 456; tuttavia ad oggi nessun accordo risulta ancora formalmente siglato con Netflix.

Intanto godiamoci la complessità ideologica e l’ottima messa in scena della prima stagione, certi che rappresenti un “unicum” che lascia spiccare finalmente il talento coreano nel settore cine-televisivo. No, non è una serie sulla violenza per quanto svisceri scene feroci; semmai su come la società non dovrebbe essere, ma purtroppo causticamente è ai nostri giorni. Romina De Simone