Home Cultura

Racconti | Una serata tra Pianobar, Jazz e Psichiatria

0
CONDIVIDI

Undicesimo appuntamento con il musicista Piero Trofa. Come già spiegato, non è una collaborazione musicale, ma da scrittore. Trofa è molto conosciuto nell’ambiente dello spettacolo, ed è autore di colonne sonore per documentari e spot pubblicitari, ed insegna musica in scuole pubbliche e private. Alla musica si dedica completamente, sempre con grande attenzione agli aspetti formativi e alle connessioni che esistono tra musica e filosofia, la sua grande passione. Dal 1998 è presidente dell’Associazione Musicale Centro di Documentazione e Produzione Musicale “Ettore Panizza” con la quale organizza concerti ed eventi culturali in Italia e all’estero. In questo suo undicesimo racconto racconta una vicenda che lo toccò da vicino…

                                                                                                  Franco Ricciardi


Appena aprii gli occhi, come tutte le mattine, mi voltai e vidi il letto vuoto dalla parte di mia moglie e come sempre sentii una stretta al cuore. Era tutta vita che non facevamo assieme. Guardai la sveglia che lei aveva spento subito perché non mi svegliassi anch’io. Come sempre la immaginai che si alzava e andava di là dalla bimba, faceva colazione con lei e poi l’accompagnava all’asilo, per fortuna poco distante e immerso nella calma quiete di Via Fabrizi.

Per me non era affatto un privilegio svegliarmi naturalmente, ma le rare volte in cui ero costretto ad alzarmi presto, mi girava la testa ed avevo la nausea. Insomma, ormai avevo preso quella che mia madre, con tono mortificato, chiamava “la piega del guardiano notturno” e ci pensavo con inquietudine.

Mia zia, che non era mai rincasata dopo le otto di sera in vita sua, più che mortificata era terrorizzata dalla vita che stavo conducendo, ogni volta che ci sentivamo al telefono mi diceva accorata: “Proprio non mi faccio capace che vai camminando di notte, prego sempre la Madonna che non ti succeda niente. Possibile che non ti trovi un lavoro decente? Mi sa che ti piace, sei sempre stato un ribelle! Mi raccomando almeno di andartene muro muro e di tenerti lontano dai parapiglia!”. Anche quella mattina mi giustificai dicendomi che io non avevo scelto un bel niente, il destino mi aveva defraudato, ero come Odisseo, partito alla guerra contro la sua volontà, e come lui ero desideroso solo di tornare a casa. Perché quella dove ora vivevo non era casa mia, non solo perché ci stavo in affitto, il che pure era importante: la casa è il luogo dove c’è pace e conforto ed io, pur amando la mia nuova famiglia, non trovavo pace. Mi sentivo diviso in due e una parte di me fosse altrove. A pensarci bene, lo stesso fatto di avere dovuto mantenere la residenza nella mia casa d’origine, così il padrone non pagava le tasse, attestava la mia scissione. Ne sarei mai venuto a capo? Odisseo alla fine era tornato, ma chi mi assicurava che fossi come lui? Forse era una favola che mi raccontavo per tener viva la speranza.

Mi accorsi che erano le undici e trasalii, ché di colpo mi ricordai l’appuntamento alle dodici in punto con Ennio nel suo studio, per impartirgli la prima lezione di piano. Ma non avevo la forza di alzarmi, o meglio, non avevo il coraggio. Di cosa avevo paura? 25.000 lire mi facevano comodo, ci avrei fatto la spesa e mi piaceva farla, mi sembrava di andare a caccia e procurare il cibo alla famigliola. Finalmente sentii la voce interiore che mi diceva “non puoi sottrarti” era tanto che non si faceva viva, così anche quella mattina riuscii ad alzarmi e a presentarmi in orario sul posto di lavoro.

Lo studio di Ennio si trovava al quarto piano di uno dei sontuosi palazzi stile liberty di Via XX Settembre. Già a vedere la tromba delle scale, mi venne una gran voglia di vedere il luogo dove lavorava tutti i giorni quell’uomo distinto che aveva cantato per quattro ore appollaiato sul terrazzino degli “Anni belli”. Suonai il campanello e subito mi aprì una brunetta magra, carina, elegante, sorridente e dai modi gentili. Annuì quando le dissi il mio nome, mi disse che ero atteso e dovevo pazientare solo qualche minuto. Ne approfittai per guardarmi attorno: l’ingresso era enorme e arredato in modo superbo, dall’attaccapanni ai quadri, ma non ci misi molto a capire che non era lo studio solo di Ennio: c’era tutto un via vai di uomini e donne vestiti in modo curiale e dall’aria indaffarata, i telefoni trillavano di continuo e il ronzio delle fotocopiatrici non cessava mai.

Ennio comparve all’improvviso, anche lui era vestito in modo curiale e portava una bella cravatta rossa. Mi venne incontro sorridente e come sollevato nel vedermi, mi tese la mano e mi disse gioviale: “Non vedevo l’ora che venissi”, mi fece accomodare nel suo ufficio e mi mostrò con orgoglio il suo pianoforte elettrico, sistemato di fianco alla scrivania. “Vedi, me lo sono messo vicino, non puoi immaginare quanto mi sia di conforto, perché qui ogni giorno ho a che fare con il peggio dell’umanità”.

Per evitare di chiedergli cosa fosse il peggio dell’umanità, senza chiedere il permesso, mi sedetti sul seggiolino, accesi il pianoforte ed eseguii una progressione di accordi molto complessa. Lui stava a guardarmi in religioso silenzio e con la coda dell’occhio notai il suo sguardo ingordo. “Tutte queste cose me le insegnerai, vero Pierin?” mormorò alla fine, in tono implorante e imperioso al tempo stesso ed io mi voltai e gli dissi con tono rassicurante: “Anche subito, se ti va. So che conosci gli accordi semplici e mi pare di aver capito che sei abbastanza in esercizio. Ma soprattutto sei intelligente, vedrai che è meno difficile di quel che pensi”. Ennio trasalì di gioia e cominciammo e l’ora passò in un baleno e lui non ebbe alcuna difficoltà ad apprendere quei segreti che fino a quel momento aveva creduto riservati a pochi eletti. Ogni volta che provava un accordo complesso e ci riusciva percepivo tutto il suo godimento nel produrre finalmente quei suoni raffinati. “Sei fantastico Pierin, 25.000 lire sono anche poche!” mi disse alla fine, porgendomi il denaro con gentilezza. Aveva gli occhi pieni di entusiasmo e gratitudine ed io pensai che se avessi potuto vivere solo di quello sarei stato felice. Bussarono alla porta ed entrò un uomo che poteva avere la sua stessa età: “Scusate se mi permetto di disturbare, ma prima ho sentito suonare il piano meravigliosamente ed ho pensato che non potevi essere tu, Ennio, e infatti vedo che c’è un pianista vero”.

Ennio me lo presentò: era un suo collega e aveva l’ufficio a fianco al suo. “E invece era lui” dissi prontamente a quell’uomo che fece una smorfia incredula ed esclamò: “Non ci credo!”. Ennio gongolava e gli ordinai: “Coraggio maestro, fai sentire al signore l’ultimo giro armonico che abbiamo provato”. Ennio eseguì il giro perfettamente, senza la minima sbavatura e la minima incertezza e il suo amico, dopo averlo guardato a bocca aperta, mi disse serio: “Allora anch’io posso imparare!”. Con una decisione piovutami da chissà dove, gli risposi: “Tutti possono imparare: basta volerlo con la massima determinazione e prendersi almeno un’ora al giorno per studiare con la massima concentrazione e dedizione.”. E lui disse che quell’ora se la sarebbe presa senz’altro, era stufo di pensare solo alle incombenze, quel pomeriggio stesso si sarebbe recato da Paganini a comprare un piano come quello di Ennio, anche più bello, e lo avrebbe messo nel suo studio, di fianco alla scrivania. E voleva cominciare al più presto le lezioni, ci saremmo visti nello stesso giorno di Ennio, un’ora prima. Non mi ero ancora riavuto dalla gioia e dalla sorpresa di aver messo a segno quel colpo, che bussarono ancora alla porta. Era un comandante di navi, cliente di Ennio, il quale pure aveva sentito suonare, ma questa volta Ennio volle che mi esibissi io e tutti e tre mi si misero intorno a guardare e ad ascoltare ammirati quel che pasticciavo sulla tastiera. Quando smisi, dopo avermi fatto i complimenti, il capitano mi disse che stava organizzando una festa in casa sua e siccome aveva un pianoforte a coda in salotto, che però nessuno della famiglia sapeva suonare, sarebbe stato lieto di ingaggiare un pianista bravo come me. Mi chiese il biglietto da visita e io arrossii e gli confessai che non ne avevo e già temevo di perdere l’ingaggio. Ma il capitano mi disse che non faceva nulla e annotò il mio numero su un bigliettino che Ennio prontamente gli aveva dato. Dissi a Ennio se voleva andare lui a quella festa e lui, quasi commosso, mi disse: “Ti ringrazio della fiducia, maestro, è vero che oggi mi hai già insegnato cose portentose, ma questa serata è tua di diritto!”.

Mi sembrava di sognare e mi accordai anche con il capitano, per un cachet di 150.000, e quando lui e il collega di Ennio se ne furono andati, Ennio mi strizzò l’occhio e mi disse: “Al mio collega avresti potuto chiedere 30.000 lire, visto che non è un amico, e al capitano 200.000. Ma va bene così, perché avendoli trattati bene, ti chiameranno entrambi per altre feste e ti raccomanderanno a conoscenti ed amici. Tanto garantisco io”. In quel momento il mio telefono squillò e Ennio, vedendo sul display il nome di Ludo, ebbe un moto di gioia. Prima che rispondessi, mi suggerì di comunicare al suo rivale dell’accordo appena concluso con il capitano ed io obbedii e dopo un attimo di gelido silenzio, Ludo, già ingelosito dal fatto che ero là, gridò con astio: “Come! Vai a suonare e non mi porti?! Che c’entra che quello ti abbia detto che vuole un pianista e basta, dovevi dirgli che con Ludo a cantare la festa sarebbe stata grandiosa, tanto a gente così il grano gli esce dalle orecchie! E gli hai pure chiesto troppo poco, rovini la piazza! Finora ti ho fatto guadagnare un mucchio di soldi, è solo grazie a me se hai tirato avanti e adesso che anch’io sono senza lavoro pensi solo ai cazzi tuoi! Già che lo hai sempre fatto, figurati, ora poi, sei diventato amico di quello sciacchelo. Salutamelo, vorrà dire che d’ora in avanti ti arrangerai con lui, io andrò da solo, è meglio, l’ho sempre detto!”. Gli barbugliai che era una sola serata, dopotutto, magari in quel salotto non c’era spazio per altri strumenti, ma Ludo continuava a ripetermi che piuttosto avrebbe richiamato Francesco, il ferroviere in pensione. Allora gli dissi che avrei telefonato al capitano per perorare la sua causa e mentre Ennio sgranava gli occhi e mi faceva segno di non con il capo, Ludo replicò stizzito: “Ma sai che me ne frega di venire a fare lo scemo nel salotto del capitano. Vacci pure, va!”. Dopodiché tronco la telefonata. Ennio lo richiamò e, con aria di superiorità, gli disse di non fare il bambino e gli ricordò che quella sera stessa c’era l’inaugurazione dell’Antica Corte e di non fare scherzi. Udii distintamente Ludo che gli gridava di “andare a fare in culo”, ma ciò non incrinò minimamente, anzi rafforzò il buonumore di Ennio, che dopo aver chiuso la comunicazione, mi disse: “Vedrai che Ludo viene. Ora non pensiamoci più. Hai fame? Io tanta, è l’una e mezza passata, se ti fa piacere pranziamo assieme. Naturalmente offro io”. Notai nel suo sguardo una complicità ancor più intensa e pensai che non dipendesse soltanto dalla soddisfazione ricavata dalla prima lezione e dalla telefonata con Ludo. Il suo slancio emotivo tradiva una voglia di confidenza e mi inquietava e mi incuriosiva. Appena fummo in strada, mi guidò in una traversa e poi in un vicolo discreto e silenzioso perché chiuso al traffico e ci infilammo in un bistrot molto carino: “Qui si mangia e si beve bene. Garantito” asserì Ennio sempre più inorgoglito.

Il titolare e sua moglie, due persone di bell’aspetto, lo salutarono cordialmente ed Ennio si avviò deciso al tavolo a lui riservato. Ci eravamo appena seduti che la cameriera, anche lei di bell’aspetto, arrivò solerte per prendere le ordinazioni. Ennio mi consigliò gli spaghetti alla puttanesca ed io accettai, dal momento che offriva lui. La cameriera stava per andar via ma si fermò e vidi entrare una giovane e bella donna, alta, dalla figura elegante, i capelli di un rosso scuro particolare, che le cascavano giù a boccoli, lo sguardo altero, che però si addolcì quando incontrò quello di Ennio. Subito venne al nostro tavolo ed Ennio le disse indicandomi: “Lui è Pierin! Te lo avevo promesso!” poi si rivolse a me con voce rotta: “Lei è Marina. Canta divinamente”. Marina mi porse la mano e mi disse suadente: “Ennio mi ha detto che sei un grande pianista ed io non vedevo l’ora di conoscerti. Stasera verrò all’inaugurazione dell’Antica Corte, vero, così ti sento. Mi piacerebbe che faceste almeno un pezzo di solo piano e voce, chissà che meraviglia…”. Rivolse a Ennio uno sguardo complice e finalmente si decise di considerare la cameriera che era rimasta per tutto il tempo impalata a guardarci: “Puttanesca anch’io” le disse Marina e la liberò dall’incantesimo, poi subito mi investì come un fiume in piena. “Io adoro il piano, l’ho studiato da piccola, ma avevo una maestra pedante, la odiavo e così, purtroppo, ho smesso e non sai quanto me ne penta ora per aver perso quella chance! Ma ho continuato ad amare il mio piano, ci mettevo le mani sopra appena lo vedevo, i miei volevano venderlo ma mi opposi e ora ce l’ho in casa mia”.

Sulle ali dell’entusiasmo mi offrii di farle da insegnante ma lei subito scosse la testa. “Ho paura che sia tardi, sai? Ma un giorno devi venire a suonarlo!”. Mi guardò intensamente e quasi mi spaventai, ché Ennio era in allarme. Lei ebbe un moto di soddisfazione ed ebbi l’impressione che mi leggesse dentro; era davvero una donna piena di sorprese, con l’aria di chi può permettersi qualunque cosa, mi apostrofò: “Perdonami se sono diretta: ma noto che hai la vitiligine, sia sulle tue belle mani che sulla fronte, dove peraltro ti si squama la pelle in modo importante. Sono dermatologa, ho l’occhio clinico”.

“Esiste una cura?” mi affrettai a domandare, con la ferma volontà di tenere il discorso su un tono generico. Marina spiegò: “Mah, pensa che c’è gente che va a farsi bombardare da raggi UVA e UVB e si imbottisce di integratori, ma i risultati sono scarsi. Per me sono palliativi inutili, se non addirittura dannosi, ché nel migliore dei casi si riduce la risposta immunitaria solo a livello locale. Il fatto è che tu hai delle zone troppo estese e quelle terapie sono lunghe e costose. Ci sarebbe poi il trapianto di pelle, i giapponesi ci stanno lavorando da un po’: ti preleverebbero un pezzo di pelle sana e la metterebbero in coltura e una volta cresciuta a sufficienza la si cucirebbe chirurgicamente sulle zone interessate in modo da riportarle allo stato originale. Inquietante, eh, la tua pelle che cresce lontana da te. Soprattutto è costosissimo. Ma poi chi ci assicura che questo nuovo rivestimento, sottile qualche zero virgola qualcosa micron, ti rimanga attaccato? Pensa soltanto al gesto banale di lavarti le mani. Sono parecchio scettica. Non fare quella faccia delusa, voi maschietti rispetto a noi femminucce siete meno penalizzati dai fattori estetici e poi, se mi permetti, aggiungerei anche un pensiero che di certo una testa come la tua può comprendere…”.

Si sporse verso di me e mi fissò con serietà. “Ogni evento che accade significa qualcosa e se ti è stato dato questo segno di distinzione ci sarà un perché, la cui importanza scoprirai soltanto vivendo…”. Annuii impressionato e lei mi incalzò con maggiore fervore: “Posso chiederti da quanto tempo ce l’hai? Hai subito un trauma forte?”. Ennio mi lanciò uno sguardo con cui sembrò implorarmi di secondare la sua amica ed io le risposi: “Qualche anno fa è morto mio padre”. Lei trasalì: “E dimmi: già lavoravi?”.

Anch’io trasalii, perché era la prima volta che associavo quei due eventi e aggiunsi incuriosito: “No, e solo ora faccio caso al fatto che ho cominciato proprio appena dopo che lui è morto, ed è successo per caso, cioè per destino; e mi sono anche sposato e sono diventato padre…”. Marina annuì soddisfatta e riprese a dire: “Ovviamente, tutte queste cose assieme ti hanno stressato molto, ma non hai avuto nemmeno il tempo di stare a ragionare con una certa calma. Viviamo male, andiamo troppo di corsa e così non abbiamo tempo e modo di accorgerci delle cose   veramente importanti che ci succedono; la vita ci scivola via come sabbia tra le dita e ad andare avanti così finiamo per ammalarci in modo grave e irreversibile. È stupido, si tratta della nostra vita, abbiamo il dovere verso noi stessi di vigilare. Nel mio caso, per esempio, anche se mi pareva di avere realizzato tutti i miei obiettivi ed ero la prima a dire che non mi mancava niente, ma ho poi dovuto riconoscere che in realtà vivevo soltanto per gli altri, non facevo niente per me stessa. Ed era tutto così monotono, senza emozioni e senza allegria… Insomma, stavo morendo di normalità e non me ne rendevo conto, continuavo a ripetermi con protervia che andava tutto bene, che non avevo da desiderare di più, che al mondo c’era tanta gente che non poteva permettersi tutto quel che potevo permettermi io. E cosa mi permettevo? La borsa firmata e altre futilità? È stato il corpo ad avvisarmi, da un giorno all’altro mi è venuta l’orticaria ed ho capito che stavo letteralmente bruciando...“.

Si voltò verso Ennio e lo guardò amorevolmente. “Poi, ad un convegno di medici, ho visto lui, soprattutto l’ho sentito. Stava là sul palchetto con la sua tastiera e cantava, era come immerso in un mondo tutto suo, era felice e non si curava affatto dell’indifferenza generale… Non lo avevo mai visto prima e subito ho pensato, nonostante la sua classe, che fosse un musicista di mestiere. Mica potevo immaginare che in realtà era un avvocato affermato che di notte se ne andava in giro a cantare per pura passione. Soprattutto non potevo immaginare quanto ciò gli facesse bene. Ma poi mi sono detta che un cantante di mestiere, in quella circostanza, non avrebbe mai avuto quell’intenzione; di solito mi sembrate tutti così poco motivati ai convegni, e vi capisco. Invece Ennio concertava, sognava e mi ghermì nel suo sogno! Dio che meraviglia! Mi sono avvicinata senza nemmeno accorgermene e mi sono messa di fianco a lui ed ho atteso con religioso rispetto che finisse e quando si è fermato gli ho messo una mano sulla spalla e gli ho detto che avevo voglia di cantare, l’avevo sempre desiderato, ma non avevo mai osato farlo. E lui per tutta risposta ha staccato il microfono dal supporto e me lo ha offerto: – Dai! – Mi ha detto, e in un modo così incantevole che mi sono buttata. E quando mi sono accorta che già molti colleghi si erano avvicinati mi son sentita morire, pentita della mia intraprendenza. Ma Ennio mi ha strizzato l’occhio e ha fatto partire la base di Insieme, mi ha dato l’attacco e ho cantato, come se non avessi fatto altro nella vita, mi sono lasciata andare su quel magico tappeto volante fatto di note. E tutte le volte in cui ho temuto di perdermi, Ennio era là che mi guardava intensamente e mi rassicurava, mi rimetteva a tempo, mi faceva capire che stava andando tutto bene, ed io mi fidavo di lui come non mi era mai capitato nemmeno con mia madre e mio padre, era come se mi tenesse per mano, anzi come se mi portasse in braccio… I miei colleghi mi guardavano a bocca aperta con la coppa di spumante in mano, mi sorridevano ma erano anche aggressivi, mi mangiavano con gli occhi, ed io anziché sentirmi a disagio ero alle stelle. Quei quattro minuti di canzone mi son sembrati un’eternità e verso la fine ho sentito sotto la pelle che si stavano tutti già preparando ad applaudirmi, non vedevano l’ora, ed ho creduto di svenire per l’emozione. Poi quando l’applauso è esploso mi sono accorta che mi tremavano le gambe, ero stremata ma felice come non ero stata mai, forse nemmeno quando è nata mia figlia… Sì, lo so che è eccessivo, ma è la verità! Da quel momento in poi non ho potuto più fare a meno del canto e di lui…”. Indicò Ennio con uno sguardo folle, poi continuò: “Da allora ci vediamo tutti i giorni per provare, nel suo garage ha allestito uno studio insonorizzato, piccolo ma graziosissimo. Abbiamo ormai un repertorio vastissimo, siamo in una sintonia pazzesca, è più che un sodalizio, un’amicizia, un amore, forse non ci sono nemmeno le parole per definire quel che siamo diventati. Inutile dire che i nostri rispettivi consorti sono gelosissimi, ma sanno che se rinunciassimo a questa magia staremmo male noi e faremmo stare male anche loro. Non ti dico che cosa stupenda è stata la prima serata che abbiamo fatto! Avevo paura di non farcela, ma poi è andato tutto a meraviglia e ora so con certezza che con Ennio al fianco potrei andare a cantare dovunque. A quella serata ne sono seguite altre, tutte di livello: grandi alberghi e ristoranti, anche fuori, a Milano, Torino, in bellissime ville toscane. Che emozione partire alla volta di un posto sconosciuto senza sapere chi e cosa troveremo, affrontare una situazione che non si può assolutamente prevedere. Ormai se sto per troppo tempo senza l’adrenalina della serata che incombe comincio ad agitarmi, non potrei nemmeno continuare a svolgere il mio vero lavoro serenamente…”.

Ennio la interruppe: “Marina è straordinaria” disse con voce carezzevole, e le prese una mano fra le sue, poi, guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Dobbiamo fare una serata noi tre, assolutamente Pierin. Ludo lo lasciamo a casa, in certi posti altolocati è meglio non portarlo, ci farebbe fare una figura barbina.”. Annuii e vidi le loro mani stringersi.

Li guardai mentre si allontanavano, mano nella mano. Ero frastornato, non riuscivo a pensare a niente. Il telefono trillò e sul display comparve un numero di un telefono fisso. “Signor Trofa? La chiamo dal San Martino, c’è sua mamma che ha bisogno di lei, perché suo fratello è ricoverato qui da tre giorni. Dovrebbe venire. Padiglione 11. Può mica?”. Certo che potevo! Ma perché mia madre non mi aveva detto niente? Erano le due e mezza, non c’era tempo per pensare, bisognava organizzarsi e avvisai subito mia moglie la quale senza farmi troppe domande mi disse di non preoccuparmi, che a prendere la bimba sarebbe andata lei. Mi precipitai a prendere la macchina e poi mi fiondai al San Martino, stranamente trovai parcheggio e mi misi alla ricerca del padiglione 11. Rimasi impietrito quando lessi “Psichiatria”. Spinsi angosciato la porta a vetri e la vidi, immobile come una statua, mi guardava come quel giorno in cui mio padre era appena morto. “Perché non mi hai detto niente!” le gridai con tono di biasimo. Lei mi ricambiò con lo stesso tono: “Tu sei così preso dalla tua nuova vita così piena di impegni, non volevo importunarti. Ora ti si può parlare senza che devi scappartene via come al solito?”. Ci sedemmo su una panca e lei cominciò a raccontare: “Lo sapevi che tuo fratello da quando vostro padre è morto non ha più voluto uscire di casa, se non per accompagnarmi a fare la spesa, mi sta sempre addosso, dice che mi deve proteggere. Ma ultimamente è molto peggiorato, non so come gli sia venuta in testa l’idea che il sindaco di Bogliasco lo voglia fare uccidere, sostiene che abbiamo i telefoni sotto controllo, che i giornali parlano di lui tutti i santi giorni con un linguaggio in codice. Per esempio, la settimana scorsa sulla pagina della cultura di Repubblica c’era un articolo intitolato “E venne il giorno di Quintino”, dedicato a Quintino Sella. Ma tuo fratello mi ha detto: lo vedi? Hanno deciso la data in cui mi faranno fuori… E guai a contraddirlo, si rivolta come una bestia”.

La guardavo incredulo. Sin dalla morte di nostro padre, in effetti, mio fratello mi era parso depresso e come avulso dalla realtà, ma non avrei mai creduto che la sua salute mentale fosse degenerata a tal punto, tutte le volte che erano venuti a trovarci avevamo perfino riso e scherzato come da ragazzi. Eppure mia madre non stava mentendo, il suo volto sembrava quello di un’eroina tragica, non l’avevo mai vista così provata, era tutta rossa in viso, doveva avere la pressione altissima. Le chiesi come si sentisse e mi disse: “Non ce la faccio più a tollerare le paturnie di quel campione, volevo portarlo dal neurologo e lui si è arrabbiato, mi ha detto che sono peggio di Agrippina, che quello è in combutta con i servizi segreti e lo avrebbe avvelenato di sicuro. Ormai non si fida più di me, non mi lascia un attimo da sola, a volte mi sento soffocare. Per fortuna un giorno mi sono imposta, sono uscita da sola e sono andata a parlare con la dottoressa del centro di igiene mentale; mi ha dato il numero di telefono del centro e mi ha detto che se la situazione fosse degenerata avrei dovuto allertarli subito, ché dai miei racconti avevano capito che tirava una brutta aria. E infatti tre giorni fa è successa la tragedia. Quella mattina tuo fratello non voleva assolutamente che uscissimo, era convinto che fuori ci fossero i sicari appostati pronti a crivellarci di colpi di kalashnikov. Pensa, voleva mettere l’armadio grande davanti alla porta di casa! Ho dovuto lottare disperatamente per chiamare l’ambulanza, mi insultava, mi strappava la cornetta dalle mani, non so nemmeno come ho fatto. Allora si è messo di vedetta alla finestra e quando ha visto arrivare tutto quello spiegamento di forze, ambulanza, auto dei pompieri e dei carabinieri, si è barricato in camera da letto e non ha più risposto ai miei richiami, né a quelli della dottoressa del centro. Quella povera donna, per scongiurare il ricovero, è stata lì a parlare per più di un’ora contro quella porta chiusa ma non ha ottenuto risposta, con i pompieri sotto la finestra con il telone teso e i carabinieri a dirigere il traffico. Si è radunata tantissima gente, che vergogna, chi me lo doveva dire, quando mai fossimo venuti a stare qui…”.

Scoppiò in lacrime. Continuavo a guardarla sgomento senza sapere cosa dire. Lei dopo poco fece un gesto come per riprendersi le forze, smise di piangere, si soffiò il naso, e continuò: “Un pompiere ha scardinato la porta e lo abbiamo trovato rannicchiato in un angolo e mi son sentita troppo male, mi hanno dovuto sorreggere e farmi sedere, la dottoressa voleva darmi dabere qualcosa ma non ho voluto. L’ho visto mentre lo portavano via, mi ha fatto una pena tremenda…”.

A quel punto scoppiammo a piangere entrambi, mi sentivo squassarmi il petto dai singulti, mi passarono davanti tutte le scene di quando io e lui eravamo piccoli e giocavamo assieme a pallone, scorrazzavamo in bicicletta, ridevamo con tutti i nostri compagni e tutto sembrava andare bene. Cos’era successo dopo? A pensarci bene tutto era cominciato quando eravamo emigrati da Campobasso a Recco. “Noi non emigriamo, ci trasferiamo”. Aveva puntualizzato mia madre, come offesa. Ma perché? “Perché non ne posso più di questo clima rigido e non ho più parenti qui. Là c’è mia sorella ed è un posto bellissimo, c’è un clima stupendo, Genova è vicina e c’è l’Università e voi avrete più opportunità…”. Già, l’opportunità di suonare nei locali come “Gli anni belli”. A tutto questo pensavo confusamente, mentre piangevo come un vitello, abbracciato a mia madre. Poi, ad un tratto, come avevamo cominciato smettemmo. Mi ricordai che quella sera c’era l’inaugurazione dell’Antica Corte e il tempo dileguava velocemente, non faceva certo eccezione per me. Mia madre ricominciò a raccontare, evidentemente era importante liberarsi da quelle scene che la ossessionavano da giorni. “Ma la cosa peggiore è stata quando dopo un quarto d’ora che se n’erano andati, ho sentito suonare il campanello, sono andata ad aprire e me lo sono ritrovato davanti… E mi ha detto, serafico, come se fosse tornato da una passeggiata, che quando l’ambulanza si era fermata al primo semaforo lui se n’era scappato. Meno male che sono tornati subito a riprenderselo e che non se lo sono più lasciato scappare. Ora è di là, ricoverato, e chissà che succederà!”. Mi indicò la grande porta di metallo laccato bianco. “Si può vedere?” chiesi e subito mi colse la paura della risposta. “Sì che si può vedere, sono andata già ieri… Sta sdraiato sulla branda rincitrullito, gli hanno dato la sbobba”. Così mi disse mia madre e scoppiò di nuovo in lacrime. Non ebbi il tempo di farlo anch’io, sentii girare la chiave nella toppa, la porta si aprì e comparve un infermiere, un uomo corpulento dall’aria dura e pragmatica. Mi guardò dritto negli occhi e mi chiese con tono vigoroso: “Lei è il fratello?”. Annuii. “Vuole vederlo?”. Mi voltai verso mia madre e lei mi fece un cenno di assenso e seguii quell’uomo all’interno. C’era un’anticamera con una porta laterale e una di fronte, con un oblò abbrunito, al di là della quale ce n’era subito un’altra, anch’essa con l’oblò. L’infermiere aprì l’una e l’altra con una delle tante chiavi del mazzo, poi mi fece cenno di entrare e mi disse che la stanza di mio fratello si trovava in fondo al corridoio, sulla sinistra. Entrai convinto che andassimo assieme, invece quello rimase al di là della porta e subito mi chiuse dentro, facendomi cenno attraverso l’oblò di non preoccuparmi. Ed io non ebbi il tempo di preoccuparmi, ché in quel momento udii un urlo alle mie spalle: “Ehi, tu! C’ho un minchioneeee!.

Mi voltai e vidi un ragazzo robusto e barbuto in fondo al corridoio che si era aperto la vestaglia e mi esibiva il suo organo sessuale in erezione. Mi voltai di nuovo verso la porta e l’infermiere non c’era più, volevo prenderla a calci, mentre il matto in fondo al corridoio rideva come una scimmia. Poi ci fu silenzio e mi voltai di nuovo da quella parte temendo chissà che altro: il matto barbuto non c’era più e avanzai con circospezione di qualche passo. Sulla soglia della prima porta a destra comparve un uomo anziano che mi sorrise con aria allusiva, poi sulla mia sinistra sbucò un giovane calvo, in maglietta e mutande (l’ambiente era super riscaldato) che iniziò a saltellarmi attorno come un pugile sul ring guardandomi con aria di sfida e facendomi il chiaro cenno di mettermi in guardia anch’io. Ricomparve il ragazzo barbuto e cacciò un grido bestiale e fu allora che, in fondo al corridoio, vidi mio fratello che disse al barbuto: “Taci immediatamente, stolto!”. Quello subito si rabbuiò, alzò la guardia e gridò: “Oh, non fare il furbino, eh!”. Mio fratello non lo considerò e mi fece segno di avvicinarmi e quando gli fui vicino mi mormorò con un sorriso stravolto: “Non devi mostrarti timoroso, se no questi poveretti si ringalluzziscono. Stai tranquillo, che qui sono il ras…”. Mi tirò dentro la stanza e socchiuse la porta priva di serratura e mi ordinò di sedermi sul letto, poi mi si fece da presso e mi disse con aria da cospiratore: “Ho parlato con il capo dei servizi segreti. Mi hanno messo qui per disorientare i miei nemici…”. Era soprattutto lo sguardo allucinato a schiantarmi, non riuscivo a reggerlo: “mamma mi ha detto che è giù venuta a trovarti e così sono venuto anch’io” gli dissi, tanto per cambiare discorso, ma subito mi pentii, perché a quelle parole lui sgranò gli occhi dal terrore e mi inquisì: “Che vuoi dire? Le è successo qualcosa? Hanno arrestato anche lei? Dove l’hanno portata? Parla!”.

Il suo spavento mi spaventò, gli dissi che era di là e stava bene e un poco si calmò, ma era sempre molto inquieto: “Mi raccomando, in questi giorni in cui mi tratterranno devi stare sempre con lei, lascia perdere tua moglie, tua figlia, il lavoro sono solo cazzate, fai la persona seria una volta tanto, bada a mammina, non bisogna abbandonarla. Guarda che se non lo fai e poi le succede qualcosa non ci sarà inferno dove potrai nasconderti, ti troverò e ti ammazzerò!”.

I suoi occhi erano così pieni d’odio che feci uno sforzo sovrumano per non svenire. Ma più che altro era il senso sin troppo chiaro delle sue parole ad annichilirmi. Di colpo il senso profondo della mia vita sembrava svelarsi in tutti i suoi risvolti e in tutta la sua tragicità: Marina aveva detto che ogni evento significava qualcosa, ma questo lo avevo già imparato a vent’anni da Freud, leggendo la sua “Psicopatologia della vita quotidiana”. Mi ero detto che dopo aver letto quel libro niente era più come prima e la mia vita sarebbe stata sempre nel segno della più completa consapevolezza. Invece avevo ripreso a vivere facendo finta di niente, per viltà e per debolezza, ché ci vuole una grande forza d’animo per reggere certe verità. Ma ora la verità mi aveva travolto come un terremoto, non potevo più fuggirla; per quanto cercassi di fare il morto, la mia esistenza era giunta ad una svolta, era come morire e paradossalmente quel luogo allucinante mi sembrava il più sicuro sulla terra, perché avevo più paura a tornare là fuori. Ma non potevo restare là, mio fratello voleva che andassi da mia madre, aveva il terrore di perderla, come di morire, più che aggredirmi mi aveva attaccato come per difendersi. Mi guardò ancora più minaccioso: “Vai, presto, ogni secondo può essere fatale! Non curarti di quei quattro pidocchiosi, non ti fanno niente, sono creature mie!”. Uscii da quella stanza con il cuore che mi batteva molto più che nel pisciatoio pieno di ubriachi, il corridoio era molto più corto di come mi era parso quando ero entrato, in due balzi fui dalla porta e la tempestai di pugni, ora temevo di essere stato tratto là con l’inganno.

L’infermiere venne ad aprirmi con tutta calma e mentre attraversavo la soglia sentii gridare alle mie spalle: “Raccomandato, ladro, bastardo!”. Mia madre era sempre lì, si era alzata e subito mi disse: “Vieni, che adesso andiamo a parlare con la dottoressa”. Mi guidò oltre l’arco, sul pianerottolo dove c’era la scala per andare ai piani superiori. Passammo una porta dietro la quale c’era un lungo e vasto corridoio dove si aprivano altre porte; mia madre andò a colpo sicuro e senza bussare entrammo in un grande studio dall’arredo scarno in cui, dietro a una scrivania, stavano sedute due donne con il camice bianco, entrambe corpulente: la più anziana, dallo sguardo dolce e con i capelli castani così compatti da sembrare una parrucca, stava al centro, e l’altra, dai capelli biondi e gli occhi azzurri, con una strana fissità, sedeva alla sua destra. “Allora, come sta Luigino?” chiese premurosamente a mia madre la dottoressa seduta al centro. “È molto preoccupato per la mamma”.

Risposi macchinalmente e tutte e due le dottoresse trasalirono e mi fissarono: “Ma poverino, lui vuole la sua mamma!” disse la dottoressa di mezzo guardando mia madre con aria compassionevole. La bionda invece prese a fissarmi incuriosita. “Lei signora come sta? È stanca, eh?” chiese a mia madre la dottoressa seduta al centro, quindi si rivolse a me e mi intimò: “Le stia vicino, suo fratello ora è qui”. Sentii una morsa alla gola e gridai, in un miscuglio di paura e speranza: “Ma cosa ha?!”. Le due dottoresse guardarono mia madre, quella seduta al centro esitò e la bionda, come liberandosi da un gran peso, sentenziò: “È schizofrenico”.

Avvertii un colpo alla bocca dello stomaco, come se mi ci avessero dato un calcio. Ripetei più volte quella parola dentro di me. Schizofrenico: dal greco: schízō, ‘io divido’ e phrḗn, ‘cervello’. Divido il cervello. Il cervello diviso in due, se non in tre o quattro. Guardai mia madre che continuava a fissare la scrivania. Era qualcosa di peggio di un incubo. “Ma rimarrà rinchiuso qui per sempre?” chiesi ancora, sempre più angosciato, e la dottoressa bionda mi parve sul punto di scoppiare a ridere, poi proruppe: “Ma scherza?! Suo fratello uscirà a breve! Deve uscire e tornare a casa!”. Poi ci guardò dubbiosa e si affrettò ad aggiungere. “Però se non lo volete più, potete inoltrare richiesta e lo mandiamo in comunità, ci mancherebbe! Non è mica bello vivere con i matti, mica vi dovete sentire in colpa se non lo volete. Là in comunità si organizzano tante attività, non è una meraviglia, ma non ci starà male e voi potete quietare. Pensateci e fateci sapere”.

A queste parole l’altra dottoressa inarcò le sopracciglia, poi osservò con tono accorato: “Ma Luigino è molto attaccato alla sua mamma”. Mia madre non batté ciglio e la bionda fece una smorfia come di disgusto. Mi sembrava di capire tutto e niente. “Io cosa devo fare?” domandai macchinalmente. “Lei fa il musicista e ha famiglia, vero?” mi chiese la bionda. Tra le due era quella che mi piaceva di più. “Sì, e stasera devo andare a suonare. Ci posso andare?”. Le risposi sempre senza riflettere e vidi con la coda dell’occhio mia madre trasalire quasi impercettibilmente. La dottoressa di centro volse la testa leggermente verso la collega ma senza guardarla, poi guardò me, con aria implorante: “Per una volta potrebbe evitare di andare e stare con sua mamma”. La bionda sgranò gli occhi e disse con decisione: “Io farei che lei va a lavorare e una volta finito, invece di tornare a casa sua, va dalla mamma a dormire. Per questa volta. Conta di finire molto tardi?”. Spiegai che sarei rincasato al massimo alle due. Era così surreale stare a discutere di quelle cose, con mia madre che continuava a tacere con un’espressione di sfinge. Mi mancava la terra sotto i piedi. Telefonai a mia moglie e solo a sentire la sua voce mi sentii meglio. Le raccontai per sommi capi quel che era successo e lei, senza che le avessi parlato di questo, mi consigliò di dormire da mia madre per quella notte. Finalmente uscimmo fuori da quel luogo infausto. Mia madre subito mi disse imperiosa: “Mi raccomando, non fare parola con tua zia di questa tragedia, se no quella muore!”. Mentre avviavo l’automobile mi accorsi che erano le quattro passate. Ero in ritardo, tenuto conto che dovevo accompagnare mia madre a casa e glielo dissi e lei osservò: “Vuoi andare per forza in quel pidocchietto, a pestare sul pianoforte. Avrei dovuto impedirti di impararlo. Almeno non venire troppo tardi, lo sai che non riesco a dormire finché non ti sento rincasare”. Ecco, dunque come era! Divisione dell’anima, più che del cervello. L’altra mia parte non era in peregrinazione chissà dove, non era proprio mai partita, era rimasta rinchiusa in quella maledetta casa, ancora legata a filo doppio all’anima di mia madre!” Come poteva essere una diavoleria simile? Mi pareva di sapere tutto ma non sapevo niente. La lasciai sotto casa, voleva che salissi a farmi la doccia e quando le spiegai che l’avrei fatta a casa mia, anche perché dovevo cambiarmi per la serata, ebbe un moto di disappunto e mi disse: “E che te lo dico a fare, hai sempre fatto come hai voluto”. Partii a tutta birra, con il cuore in subbuglio, mentre lei arrancava su per la scalinata scuotendo la testa.

Arrivai all’Antica Corte alle sei e mezza in punto, come convenuto con Gesy. Suonai il campanello e passarono parecchi minuti prima che lei venisse ad aprirmi. Era sola e non parve affatto contenta di vedermi: “Ah, sei tu. Mi credevo che non venivi” mi disse scortesemente e mi fece un brusco cenno di entrare e subito mi ordinò di controllare che il pianoforte fosse accordato e mi disse, come pentita di tutto: “Paganini s’è preso un sacco di soldi. Cominciamo bene, ah!”.

Finalmente vidi com’era quel mitico locale: un seminterrato umido, a forma di L, con il bar situato davanti alla porta d’ingresso, nel segmento corto, e il palchetto messo al vertice dell’angolo con il segmento più lungo, praticamente un corridoio dove c’era una fila di poltroncine di velluto grigio, mezze sfondate e sature di umidità. Sia loro che il banco, le sedie e i tavolini risalivano alla gestione precedente, Gesy aveva fatto dare solo una superficiale leccata di tinta bianca ai muri. Il pianoforte verticale era antiquato, a due pedali; lo avevo già visto tempo addietro, nel magazzino di Paganini, Gesy lo aveva fatto mettere contro il muro, sulla mitica pedana di legno dei vecchi tempi, alta una decina di centimetri, di modo che avrei suonato dando le spalle al pubblico.

Mi sedetti sul seggiolino che scricchiolò sinistramente e sollevai il coperchio; provai a suonare due note e constatai che l’accordatura era già scesa. Inoltre, c’erano due tasti che se schiacciati non tornavano su. Mi guardai dal riferire tutte quelle magagne a Gesy, mi misi subito a suonare The entertainer e lei parve rincuorarsi e mi disse: “Ecco, bravo, suona qualcosa di allegro così, va, che qua mi pare un mortorio”. Si mise a trafficare tra il banco e un tavolino più lungo degli altri, dove sistemava vassoi di carta dorati con tramezzini tagliati a triangolo, vol-au-vent con salsa rosa e gamberetti, wurstel, pizzette, patatine, popcorn, arachidi, pistacchi, olive verdi col peperoncino infilato nel buco del nocciolo. Aprì il frigorifero e cominciò a controllare i beveraggi: cartoni vari di succo d’arancia e ananas, bottiglie di spuma alla sanguinella, chinotto, Sanbittèr, Coca-cola, quindi cinque o sei bottiglie di spumante e una caraffa di sangria. Pensiero che avrei suonato mentre tutti si sarebbero rimpinzati e mi venne fame, afferrai una tartina con il wurstel e la misi in bocca avidamente. Era gelida ed ebbi l’impulso di sputarla là per terra.

Gesy mi guardò con occhio grifagno: “Che fai, ti metti a mangiare le tartine che non abbiamo manco aperto?!”. Le dissi che avevo voluto assaggiarne una per vedere se erano buone: “Ah? E buone sono?” le dissi che erano fredde e lei ribatté ridendo: “Eh, già! Sono andata stamattina al forno, come potevano essere ancora calde? Ma poi a una cert’ora viene Tiger e porta le trofie al pesto appena fatte, così alla gente gli facciamo mangiare pure qualcosa di caldo, non ti preoccupare. Rimettiti a suonare, visto che ti pago”.

Così parlò, inequivocabilmente offesa, poi, col suo passo goffo e pesante, andò nello stanzino che si apriva dietro il banco, riparato da una tenda nera corta che lasciava vedere le sue gambe tozze dalle caviglie gonfie da far paura. La sentii bofonchiare fra sé, come una voce narrante da dietro un sipario: “Dice che le tartine so’ fredde… È arrivato il maestro di cerimonie… mah!”. Suonarono alla porta e lei subito mi gridò: “Apri!”. Obbedii e mi trovai davanti tre giovanotti, tutti in camicia e pantaloni neri. Dalle custodie che avevano a tracolla capii che erano un chitarrista, un contrabbassista e un sassofonista e il chitarrista aveva anche un piccolo amplificatore. Mi spiegarono che erano venuti a fare le prove di suono e dal tono di voce e da come mi guardavano capii che pensavano fossi il cameriere di Gesy e quando gli spiegai che ero l’unico musicista pagato della serata, mi guardarono anche con una vera e propria ostilità. Dissero che di lì a poco sarebbero arrivati altri jazzisti ed entrarono. E infatti di lì a poco il campanello trillò ancora e ancora, non facevo in tempo a chiudere la porta che subito dovevo riaprirla. Arrivò anche Federica, cantante jazz; la vedevo per la prima volta ma ne avevo già sentito parlare per il talento e per le indubbie capacità di promoter: graziosa, un po’ in carne, capelli corti ricci neri, carnagione bronzina, occhi scuri pieni di passione, faceva pensare subito al jazz. Mi chiese di poter parlare con il responsabile ed io, trattenendo a stento il riso, le dissi che in quel momento si trovava nello stanzino dietro il banco ma che prima o poi ne sarebbe uscita. Lei mi sorrise perplessa, forse pensando che la stessi prendendo in giro, e subito raggiunse i ragazzi sul palchetto e si mise ad aiutarli. Il batterista era intento a montar la batteria, il trombettista scaldava la sua tromba eseguendo scale su scale, il chitarrista regolava il suo amplificatore e c’erano ben due pianisti che dopo avere messo le mani sul pianoforte mi dissero che faceva schifo e non potei far altro che guardarli facendo spallucce.

Alle otto cominciò ad arrivare il pubblico, gente di ogni età: i più giovani erano perlopiù sostenitori dei jazzisti, i più maturi erano quasi tutti amici di Gesy. Lei finalmente riapparve da dietro la tenda nera e ci fu un trasalimento generale. Si era cambiata d’abito e adesso indossava un vestito rosso di un kitsch spettacolare, si era truccata in modo ancor più marcato dell’altra sera, sembrava un travestito. I suoi amici la circondarono e cominciarono a farle i complimenti, ma lei si lagnò a voce alta: “Ma quale bella! Guarda qua! Stamattina sono andata dalla parrucchiera e quella scema m’ha fatto ‘sta piega che mi si è già tutta ammosciata! E si è pigliata pure un sacco di soldi! Ma domani mi sente!”. Andò dietro al banco e cominciò a tirare fuori dal frigo i beveraggi, poi mi ordinò di iniziare. I jazzisti avevano finito di allestire il palco e c’era un’intricata foresta di leggii e aste microfoniche che attraversai a fatica e finalmente mi sedetti al pianoforte e dopo un attimo di smarrimento in cui, contro la mia volontà, mi passarono per la mente tutte le scene vissute nel padiglione di psichiatria dell’ospedale San Martino, iniziai a suonare. Decisi di fare degli evergreen tutti a ritmo di swing, sperando così di accontentare tutti. Federica passandomi accanto mi lanciò un sorriso di consenso e incoraggiamento, mentre gli altri jazzisti, radunatisi tutti in gruppo, dopo che avevano riempito i loro piatti di plastica rossa di più roba possibile, si misero a confabulare fra loro ridacchiando e pensai che ce l’avessero con me. Ogni tanto, alle mie note si mischiava il trillo invasivo del campanello e ogni volta trasalivo e quando Gesy apriva, guardavo alla mia destra per vedere chi fosse. Finalmente arrivò Ludo e la sua voce inconfondibile risuonò per tutto il locale. Ce l’aveva con Gesy: “Belin, come ti sei ingermata! Sembri Moira Orfei!”. Poi si dedicò a me: “Belin, senti come ci dai di swing! Cangia musica, che hai già rotto i coglioni!”. Arrivarono anche Ennio e Marina, che si era messa la minigonna, e vidi Gesy che subito le lanciò un’occhiata di chiara ostilità. Ludo non parve affatto sorpreso vedendo Marina e pensai che la conoscesse e il fatto che non me ne avesse mai parlato mi diede da pensare.

Lei e Ennio mi sorrisero e mi strizzarono l’occhio all’unisono, rinnovando la complicità mostratami poche ore prima. Avevano portato una decina di amici, tutte persone distinte e sorridenti. Il locale ora era pieno. Dopo nemmeno mezz’ora Gesy venne a dirmi di smettere, ché toccava ai jazzisti. Quando mi alzai nessuno applaudì, continuarono tutti a chiacchierare tra loro, passai attraverso quella foresta di ferro, urtani qualcosa che minacciò di cadere e l’afferrai all’ultimo momento. Appena sceso dal palchetto, incrociai il contrabbassista, alto e robusto come un birraio, che con un’espressione neutra mi porse un biglietto da visita su cui, oltre al suo nome e al numero di telefono, c’era scritto a caratteri grandi: “Scuola di jazz”. Lo ringraziai sorridendo impacciato e mi stavo per dirigere verso il gruppo di Gesy, quando fui fermato da una coppia alquanto singolare.

Lui indossava una specie di caffettano con degli elefanti dorati sopra, aveva i capelli ricci rasati e i baffetti alla messicana, la carnagione scura, resa ancora più scura da almeno due dita di cerone. Anche lei aveva due dita di cerone sulla faccia, occhi truccati all’orientale, e indossava una casacca con fantasie tropicali. Mi mise una mano sul braccio e rivolgendomi uno sguardo capzioso mi disse: “Sei bravissimo! Io mi chiamo Mary e lui Bruno, è mio marito. Anche Bruno è un grande musicista, suona il sax, insieme fareste faville. Sto cercando un tastierista per lui e tu mi sembri l’ideale, si vede che sei un bravo ragazzo, onesto. Puoi darmi il tuo numero se ti fa piacere, ti chiamo domani, così parliamo con calma. Abbiamo tanto lavoro in vista, ma lui non può andare da solo, uno che lo accompagni con la tastiera gli ci vuole, è più bello e professionale. Ora vai a mangiare, caro, hai faticato tanto, te lo meriti. Siamo persone oneste e rispettose, con noi ti troverai bene”. Le dettai il numero, aveva già in mano carta e penna, poi finalmente mi diressi al buffet. Ludo mi accolse con il solito sarcasmo: “Finalmente l’hai smessa. Bene facesti, tanto non ti cagava nessuno. Ma poi ti sei messo pure a parlare con quei due tipi naif e oua non ti mangi ciù ninte, lo vedi che è tutto finito, spazzolato, come se fossero passate le cavallette?”. Marina si affrettò a dirmi: “Ti abbiamo tenuto noi qualcosa!”. Mi indicò un piatto di plastica pieno di vol-au-vent su un tavolino, accanto a loro: “Ecco, così pure Pierin va a San Martino a fare la lavanda gastrica!” disse Ludo e Marina lo guardò impassibile. Intervenne Gesy, guardando di straforo Marina con aria di sfida: “Ludo, amore mio, finiscila di dire minchiate e preparati, ché ti voglio sentire cantare, stasera ho deciso che Ennio si riposa, poverino, ha faticato tanto”.

Si fece avanti Federica: “Bellissima serata, signora Gesy!”. Ludo aggrottò la fronte e disse con sarcasmo: “Belin, meravigliosa! “. Federica non smise il suo sorriso ottimistico e continuò: “Dovremo fare in modo che il locale fosse sempre così vivo! Tu sei bravissimo Piero!” mi disse tendendomi la mano ed io la strinsi incredulo. “Hai visto? Eppure a vederlo così non gli daresti mille lire, è un ragazzo sorprendente, non morde, è di compagnia, basta che lo metti lì in un angolo a suonare e non sporca. Però poi ci devi dare il grano se no mica ti ritorna. A proposito, Pierin, te la sei fatta dare la centomila lire dalla Gesy, non vorrei che alla fine gli amici se ne vanno, che inutile serata e tu rimani bello pesso”.

Gesy guardò Ludo con odio e stava per dire qualcosa ma intervenne Ennio: “Ciao Federica, sono Ennio, il direttore artistico. Lo so che in questo locale, fino a quando lo ha tenuto la povera Mina, si è sempre e solo fatta musica jazz, e anche se ora vogliamo fare anche altri generi, manterremo almeno una serata alla settimana con voi. Che ne dici?”.

Federica annuì impacciata e delusa. Intervenne Gesy: “Certo, che ti facciamo suonare, porti tutta questa bella gente, poi ne parliamo con calma, cara, facciamo la programmazione. Tieni, lo vuoi un bicchiere di vino?”. Federica accettò gentilmente il calice: “Grazie signora Gesy. Sì, ne parliamo poi, con molto piacere!”. Intanto i primi jazzisti erano saliti sul palco, erano i tre che si erano presentati per primi. Attaccarono senza proferire una sola parola di preambolo; era un brano free di cui non distinguevo il tema, un’improvvisazione continua, i tre si alternavano facendosi di volta in volta un breve cenno di intesa. Nella sala era sceso un rispettoso silenzio, Federica seguiva affascinata, ogni tanto sorseggiava il vino, sembrava felice. Ennio invece, con la testa di Marina sulla sua spalla, appariva preoccupato e contrariato, forse perché Gesy gli aveva impedito di cantare, o forse pensava a sua moglie che lo aspettava a casa. Ogni tanto spiavo anche Ludo il quale seguiva la performance con interesse. Quei tre erano davvero bravi, la trama intricata di infiniti accidenti, con variazioni a volte al limite della cacofonia, mi avvinceva, rispecchiava l’esistenza che noi tutti eravamo costretti a menare nelle città. I rumori c’erano tutti: i colpi di clacson dei motorini e degli autobus, le accelerate, le frenate, il rollio delle ruote, delle moto, delle auto e dei tram, mi sembrava di vedere le rotaie che solcavano le strade mattonate; e di udire le urla degli automobilisti, i fischietti dei vigili, le voci metalliche delle réclame nei megafoni e tanto altro ancora. Ammiravo affascinato e invidiavo l’indubbia preparazione di quei musicisti giovani, ma già maturi, si percepiva sin troppo bene che da anni praticavano, studiavano, ascoltavano, soprattutto amavano quel genere di musica più di ogni altro. Gesy, dopo averli fissati per un po’ come la mucca il treno, si ritirò ancora dietro la tenda nera. Tornò fuori solo quando ci fu un lungo applauso, adesso sorrideva, soddisfatta e sollevata. Ludo chiese a Federica: “Sì, ma come facciamo a sapere se l’hanno suonata tutta giusta?”.

Federica sgranò gli occhi dalla sorpresa, poi abbozzò un sorriso bonario e osservò: “Non è una domanda stupida”. Ludo aggiunse: “No, perché se poi scoprissi che sbagliano pure sarebbe meglio che andassero per cartoni, altro che tornare ed essere pagati”. A quelle parole lo sguardo tollerante di Federica si incrinò un poco e lei ribatté un po’ polemica: “Va bene, avremo cura di programmare delle serate anche con un jazz fruibile dai più, così perlomeno sarà chiaro a tutti che, anche se improvvisiamo, siamo tutti musicisti non improvvisati”.

Proprio allora si avvicinò a noi un signore sulla quarantina, bassetto, di carnagione scura, i capelli corti e ricci e due baffetti neri, con una bella giacca a quadri, e chiese, con marcato accento napoletano: “Scusate, ma volevo sapere se questi signori continueranno a suonare questa musica per tutta la serata? No, perché qua ci sta gente che ogni tanto vuole sentire pure qualche bella canzone”. Ludo rise divertito e gli disse: “Ecco, bravo, una bella canzone! Tipo “O sole mio”“. Quindi si rivolse a Federica. “Cosa ti avevo appena detto?”. Lei accusò il colpo con un sorriso sofferto e rispose al signore dall’accento napoletano: “Canterò al prossimo set e vedrò di inserire degli standard, vedrà che si divertirà”. Il signore sorrise come senza capire e Ludo gli disse, con tono sarcastico: “Belin, il set, certo che si divertirà, giocheranno a tennis!”. Tornò ad incalzare Federica: “Se mi dai retta, ne canti qualcuna di Mina, ma anche di Orietta Berti, che qua tra Pierin al pianoforte che fa lo swing e questi tre becchini, mi sono già venuti due marroni che a momenti cascano per terra e non sono nemmeno le dieci”. Il signore napoletano nel mentre si allontanava disse a Federica: “Mi raccomando, signorina, qualche bella canzone napoletana!”.

Arrivò Gesy, visibilmente agitata, e disse a Federica: “Mettiti subito a cantare, ché se no la gente se ne va”. Federica non ebbe il tempo di rispondere che Gesy si era già allontanata. Ludo prese Federica per un braccio e le disse, noncurante che lo stesse guardando allibita: “Sta a sentire, te lo dico da amico. Non so cosa tu intenda per standard, parli come se stessimo in America, invece siamo a Genova, in Corso Torino. Da vecchia bagascia da palcoscenico quale sono, ti garantisco che le canzoni che hai in mente di cantare, a parte voi che vi divertite tanto a suonarle, qui dentro non le ha mai sentite nessuno e sicuramente non piaceranno e non potete fare i cazzi vostri, se veramente siete interessati a lavorare. Sarà pure musica ricercata, quella che fate, per carità, ma la Gesy, non so se lo hai capito, non ha intenzione di fare di questo posto il jazz club che era una volta. Perciò dai retta allo zio: ora che vai sul palchetto cantaci qualcosa di bello, se non proprio O sole mio o Arrivederci Roma, che ne so, fai Ghost, My Way, Strigneme o belin; insomma, quelle canzoni che stanno bene su tutto come il blu. Meglio ancora sarebbe se cantassi anche qualcosa dei Trilli, ma mi raccomando solo se ti parli bene u zeneize, se no fai anguscia. Poi, se ti degni di venire nel mio carrugio, ti spiego io quale sarebbe la mia idea geniale. Vi porto tutti già domani mattina da Merula, facciamo questa macchinata di figa, e ci prendiamo una bella centralina da sedici canali, quattro belle casse da tremila watt, un impianto luci di quelli belli, con l’americana e tutto. Poi prendo anche un pulmino, come quello del Babbo, e facciamo una bella orchestra spettacolo di liscio, la chiamiamo Ludo & i suoi ragazzi. Parlo anche con di Radio Zeta, dai, che con il liscio si guadagna ancora, vi metto a libro paga e almeno mangiate. Perché non discuto il fatto che sapete suonare, ci mancherebbe, ma dovete capire una volta per tutte che qui in Italia il jazz non piace a nessuno, piace solo agli americani, ma se andate in America vi fanno il culo, ché là suonano tutti benissimo, mica hanno bisogno che vada qualcuno ad aggiungersi. Invece il liscio gli americani non saranno mai in grado di suonarlo e magari se andiamo là saremo noi a fare il culo a loro. Poi ti dirò che tu, anche se non sei proprio una figa, perlomeno sei ancora giovane, ti metti un bel vestitino, rigorosamente nero, che snellisce, ci attacchi le pailletes, e me le canti tutte: Boccuccia di Rosa, Non ti fidar di un bacio a mezzanotte, Sono timida, si imparano in un giorno, sono facili e in italiano, così le capiscono tutti, soprattutto ballano, e magari è la volta che veniamo ricchi. Che ne dici?”.

Percepii tutto lo sforzo che Federica fece per mantenere la calma: “Grazie, ci penserò signor…”. Ludo scoppiò a ridere. “Ma quale signore, sono Ludo e basta”. “Ci penserò signor Ludo!” ripeté Federica. “Non aspettare di venire troppo vecchia, se no non ti vuole più nessuno” le gridò Ludo mentre lei, dopo essersi alzata e avere accennato un’ironica riverenza, raggiungeva il palco. Parlò per qualche istante ai suoi musicisti e partirono le prime note di “As times goes by”. La grazia con cui si muoveva sul palco, ma soprattutto la sua voce bellissima, incantarono tutti, ci fu un lungo applauso e Gesy sorrise di sollievo. La gente rimase seduta e fu un successo dopo l’altro: Satin doll, My Funny Valentine, Stars feel on Alabama, Round Midnight, era una delizia stare là seduti a sentire, nonostante che le poltroncine fossero umide; una nube di fumo si snodava sinuosa verso l’alto e mi sembrava di stare in un locale americano degli anni trenta.  Ma ero anche preoccupato, ché il tempo passava e temevo che Gesy non mi pagasse, o, peggio, mi obbligasse poi a suonare fino alle tre. Alle undici il campanello trillò e tutti, compresi i musicisti, trasalirono, e Gesy, noncurante che la canzone fosse ancora lontana dalla fine, gridò con la sua voce chioccia: “So’ arrivate le trofie, ferma tutto, che si mangia!”. Federica rimase impietrita, i musicisti riposero i loro strumenti, poi scesero dal palco e si appropinquarono al banco, dove Tiger aveva poggiato due enormi contenitori. Dopo pochi istanti cominciò la distribuzione delle trofie e subito sentii la voce di Ludo sopra tutte: “Belin, è una colla!”.

Purtroppo aveva ragione, erano anche fredde e di pesto ce n’era poco, una spruzzata di verde. Le mandai giù senza commentare, anche Ennio e Marina fecero lo stesso, lui era sempre più contrariato, lei ogni tanto appoggiava una gamba alla sua. Finito di mangiare, tutti cominciarono ad andar via, anche Marina, c’era un amico che l’avrebbe riaccompagnata a casa, mi salutò con il bacino sulla guancia, mi strinse forte la mano e mi disse: “Sei bravissimo, ci saranno presto occasioni di suonare come si deve.” Anche la strana coppia con il viso tinto col cerone mi salutò col bacio e stringendomi forte la mano: “Ti chiamo, allora, Pierin!” mi disse la moglie con uno sguardo pieno di aspettative. “Federica, sei brava, e pure i tuoi suonatori, ma ti dico subito che questo la quale ora deve partire e non sappiamo come andrà. La musica che fate voi, il jazz, secondo me non attira la gente, questi si vogliono divertire, Ennio agli Anni Belli fa ballare pure le sedie, ché la musica pop accontenta tutti. E poi, mo’ ho appena aperto, non ce li ho i soldi per pagare tutti quanti. Se hai la pazienza di aspettare, se le cose cominciano ad andare, ti chiamerò sicuro, vediamo che succede. Io sono onesta e sincera, non me ne faccio niente di prometterti una cosa che poi non la mantengo”. “Va bene, va bene” disse Federica, semplicemente. Poi alzandosi aggiunse: “Ora si è fatto tardino. Ha il mio numero, mi potrà contattare quando lo riterrà opportuno. Buonasera a tutti”. Così parlò Federica, mentre si avviava verso la porta si girò per salutare ancora una volta me Ennio e volta Ges. “Ciao, eh” le disse Ludo con tono di scherno.

Tutti gli altri jazzisti se ne erano già andati, eccetto il batterista che non aveva ancora finito di smontare, solo quando se ne fu andato anche lui Gesy disse assertiva: “Allora, ragazzi, diciamo che si incomincia da giovedì prossimo, alle nove e mezza, a finire massimo a mezzanotte l’una. Comincia Pierin da solo e sabato suona anche Ludo”. Ennio si ridestò dai suoi pensieri e le chiese: “E venerdì? Vuoi fare anche venerdì?”. Gesy spiegò che per il momento non voleva fare niente al venerdì, però “se mi portate un po’ di gente facciamo. Tu Ennio lo sai che devi suonare sempre agli Anni Belli, se no è un disastro. Se le cose andranno bene ti farò cantare con Pierin al giovedì”. A quel punto Ludo apostrofò Gesy con aria dura: “Vedi che se mi fai venire solo il sabato non se ne parla neanche”. Gesy lo guardò di traverso, Ennio deglutì e pensai che l’esperienza all’Antica Corte fosse già finita. Ludo ribadì: “Se mi fai fare almeno venerdì e sabato ci vengo, se no non m’interessa”. Gesy ribatté con una specie di voluttà: “Sì, ma se non viene nessuno non ti pago”.

Ludo sorrise come a sfidarla. “Tu non ti preoccupare, la gente verrà e mi darai le mie cento fette, una sull’altra”. L’imprenditrice accettò la sfida: “E allora, se sei così sicuro, proviamo pure. Mo’ però s’è fatto tardi, ve ne dovete andare, che io e Tiger dobbiamo rimettere a posto”. Fece un gesto eloquente ed io guardai con aria interrogativa sia Ennio che Ludo il quale sorrise allusivo e poi disse a Gesy: “Non ti dimentichi niente?”. Lei lo squadrò come senza capire e lui mi guardò aggrottando la fronte, tenendosi a stento dal ridere, poi berciò: “Belin, la paga del soldato Pierin! Ce le vuoi 100.000 lire per l’intrattenimento di stasera? Sta sulle spine da due ore? Pensavi che si fosse innamorato di te? Sarebbe andato via da quel dì”.

Gesy guardò prima Ennio, poi mi trafisse con uno sguardo ostile: “Ah, li vuoi adesso?”. Annuii imbarazzato e Ludo parlò di nuovo: “Pierin mica è come i jazzisti, per amore della musica? Sai quanto se ne fotte della musica”. Gesy guardò Ennio smarrita e anche lui parve smarrirsi. “Eh, mo’ vado a vedere nella borsa di là se ce li ho, pecché stasera non è che la gente ha pagato per mangiare e bere, era tutto a gratis!”. Ludo ridacchiò. Ennio mi lanciò un’occhiata e mi fece un cenno con la testa come a dirmi di stare tranquillo. Anch’io mi sentii smarrito. Gesy sparì dietro la tenda nera, guardai l’orario sul mio telefonino: le due. Ludo ed Ennio ora chiacchieravano come se non esistessi, avevo voglia di urlare, di sfasciare tutto, addirittura di andare dietro quella tenda nera e caricare Gesy di botte. Lei uscì dopo poco e vidi che aveva in mano un biglietto da 100.000. Quasi me lo buttò in faccia e mi disse senza alcun riguardo: “E per stasera mi so’ svenata”. Presi il biglietto mezzo gualcito, lo intascai e mi alzai, salutai tutti, Gesy non rispose al mio saluto, Ennio mi disse che mi avrebbe telefonato e Ludo ironizzò dicendogli che ormai eravamo fidanzati.

Quando parcheggiai sotto casa di mia madre erano quasi le tre. Sapevo che era dietro le tende della finestra a spiarmi e solo allora mi accorsi che non avevo per niente voglia, anzi avevo paura, di tornare in quella casa. Poi a pochi passi dal portone notai sul selciato qualcosa come una pietra, ma non lo era. Mi avvicinai, mi chinai e rimasi impietrito: era un rotolo di banconote da 100.000 lire. Le raccolsi e le contai più volte, come avevo fatto più volte in sogno. Erano 800.000. Mi guardai intorno circospetto. Le aveva perse qualcuno che mi sarebbe sempre rimasto sconosciuto. Le misi in tasca e in quel momento sentii lo scatto del portone che si apriva, lo spinsi e salii. Mia madre mi attendeva sulla soglia come un’ombra e parlò solo quando ebbe richiuso la porta alle nostre spalle. Tutta la casa era immersa nella penombra, illuminata un poco solo dalla luce dei lampioni. Feci per avviarmi verso la mia camera e lei mi disse: “No, dormi con me. Lo sai che dopo la morte di tuo padre non posso più dormire da sola”.

Mi ricordai che in effetti da quel giorno mio fratello aveva sempre dormito con lei ed ebbi un brivido al pensiero che lei esigesse che anch’io dormissi dove un tempo dormiva mio padre. Ma ero troppo stanco per oppormi e accettai. Quando fummo a letto lei mi sussurrò con tono indagatore: “Sei sicuro che non hai niente da dirmi? Prima ho visto che ti sei chinato e hai raccolto qualcosa da terra. Cos’era?”. “Niente, credevo di aver perso qualcosa.”.

Mia madre non insisté, sembrò soddisfatta, e dopo qualche secondo, nonostante l’inquietudine e il turbine di pensieri, sprofondai nell’incoscienza.