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Racconti | ‘Avanzi di… balera’, come iniziai a fare il mestiere e quando conobbi Ludo

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Secondo appuntamento con il musicista Piero Trofa. Come già spiegato, non è una collaborazione musicale, ma da scrittore.  Trofa è molto conosciuto nell’ambiente dello spettacolo, ed è autore di colonne sonore per documentari e spot pubblicitari, ed insegna musica in scuole pubbliche e private. Alla musica si dedica completamente, sempre con grande attenzione agli aspetti formativi e alle connessioni che esistono tra musica e filosofia, la sua grande passione. Dal 1998 è presidente dell’Associazione Musicale Centro di Documentazione e Produzione Musicale “Ettore Panizza” con la quale organizza concerti ed eventi culturali in Italia e all’estero. In questo suo secondo racconto narra di come cominciò a fare il suo mestiere di musicista… 

                                                                                                                                                                Franco Ricciardi

———–

Mio padre morì che mi ero appena laureato e mi ritrovai orfano e disoccupato, con una madre bisognosa d’aiuto e un fratello più grande sempre estraniato in un suo sogno privato.

Soprattutto capii, nel più brutale dei modi, che non ero immortale come pensavo di essere.

Sprofondai in un labirinto dal quale mi sembrava che non sarei più uscito, mi venne prima l’appendicite, poi la diverticolite e credetti di morire anch’io:

“È perché tuo padre è morto per un tumore all’intestino. Sai a quanti viene la tachicardia perché il padre è morto d’infarto? Non morirai, tranquillo!”

Così mi spiegò il medico di famiglia. Più dei malanni, era devastante il senso di colpa per avere capito troppo tardi quali fossero le cose veramente importanti da fare e da dire a tempo e ora. Mio padre mi appariva in sogno quasi tutte le notti e conversavamo sereni come non lo eravamo mai stati ed era tanto realistico quanto triste il risveglio. Così, me ne stavo ficcato in un angolo a rimuginare sulla mia triste sorte, pieno di paure, pentito della mia scelta:

“Hai scelto la strada della disoccupazione” mi aveva detto mio zio quando gli avevo riferito che mi ero iscritto a Filosofia. Lui voleva che studiassi medicina e quando gli avevo spiegato che non sopportavo la vista del sangue aveva sbottato: “Ma che sangue! Tu ti schiaffi in una mutua, affitti un buco, ci metti dentro tre sedie e hai fatto l’ambulatorio. Dammi retta. Di malati non ci sarà mai carenza! Se poi proprio ti diverti a fare chiacchiere, fai lo psicanalista, così viene il pollo, lo fai stendere sul lettino, ti fai dire cosa ha sognato e gli pitti la centomila lire”.

Fare lo psicanalista mi sarebbe piaciuto, ma ci voleva comunque la laurea in medicina, e anche la specializzazione in psichiatria e il tirocinio e sarei anche dovuto andare in analisi… “Così ti mettono in manicomio” mi aveva detto mia madre, che invece voleva che facessi il professore come lei. Io invece avevo pensato di fare proprio il filosofo vero, scrivere le mie opere!

“Il carattere è il destino, dice Eraclito ed io devo secondare le mie attitudini” spiegai a mio zio e lui mi disse: “Povero te!”.

E quando mi ero laureato, entro i quattro anni e con il massimo dei voti, con ironia tagliente ma anche con sincero rammarico commentò: “E bravo! Mo’ puoi andare a spazzare i casini recitando Eraclito a memoria!”.

Adesso mi sentivo di dargli ragione, la morte di mio padre, arrivata subito dopo la laurea, mi sembrava una punizione alla mia presunzione. Non sapevo cosa fare, non ho mai brillato di iniziativa, sono sempre andato a rimorchio di qualcuno, convinto sì di dover assecondare il destino, ma anche di stare attento a non commettere hybris, ché sono gli dei che alla fine devono decidere. L’unica idea che mi venne in mente (per meglio dire che Atena mi suggerì) fu quella di affacciarmi nel liceo privato che avevo frequentato e chiedere se avessero bisogno di un insegnante, ché là si poteva essere assunti anche senza avere fatto il concorso. C’era una gestione nuova, il proprietario era un giovane più grande di me solo di qualche anno ma molto sicuro di sé, mi fece subito accomodare nel suo studio e mi invitò a parlargli del mio metodo di insegnamento. E man mano che gli parlavo, entusiasta di poter esprimere tutta la mia passione per la filosofia, anche lui si entusiasmò e mi esaltai, divenni ancor più enfatico. Parlai per un’ora e non mi sarei più fermato se ad un tratto lui non mi avesse fatto cenno di tacere. Sospirò, stette un po’ a riflettere, poi disse affranto: “Sei il mio insegnante ideale: ma perché non sei venuto l’altro ieri? Proprio ieri mattina abbiamo assunto una tua collega, è brava, non posso licenziarla!”

Me ne andai via deluso, desolato, disperato, certo di aver mancato l’appuntamento decisivo con il destino. Avrei vissuto a spese di mia madre per tutta la vita? Eravamo emigrati dal Molise nell’amena cittadina di Recco solo perché facessi l’eterno villeggiante?

La mia fidanzata (mi sembrava impossibile averne una) si stava laureando ed ero sicuro che quanto prima avrebbe trovato lavoro; era sveglia, mica imbranata come me, e temevo che mi lasciasse. In preda alle mie ubbie, quel giorno stesso, mi misi a vagare come un pazzo per le strade di Recco e per caso incontrai un amico che non vedevo da anni, che mi aveva sempre considerato un grande pianista. Mi sorrise cordialmente e mi chiese: – Che fai?  “Niente!” – Suoni ancora? Scoppiai a ridere. Suonare? Una volta iscritto a filosofia mi ero riproposto di smettere tutti i vizi assurdi e i peccati di gioventù e di dedicarmi solo alle cose serie e per quattro anni non avevo nemmeno più alzato il coperchio del mio pianoforte. Gli raccontai anche del mancato appuntamento col destino e gli dissi che non avevo proprio idea di cosa fare della mia vita. Lui rise divertito, mi diede una pacca su una spalla e mi disse: – Ma meno male che non ti hanno preso! Che ci devi fare in una scuola, tu? Combineresti solo dei grandi casini! Perché, la musica non è una cosa seria? Vieni, ti porto da Ezio, quello che ha il bar in fondo alla passeggiata; lo ha appena ristrutturato, ora è una meraviglia, e ha pure comprato un pianoforte nuovo di zecca e va cercando qualcuno che lo suoni!

Lo seguii come un ragazzo segue l’aquilone e quando vidi Ezio, dietro al banco del bar appena ammodernato, con indosso una giacca bianca che faceva risaltare ancor più i suoi occhi azzurri, vispi, volitivi e i baffi biondi ben curati, mi dissi sconsolato: “Ma figuriamoci se uno così elegante, piglia proprio me!”. Ezio mi sorrise cordiale e mi strinse la mano con vigore, guardandomi dritto negli occhi, per cogliere quel lato essenziale di un essere umano che se non lo capisci subito non lo capirai più. Quindi, mi invitò a sedermi senz’altro al pianoforte e fargli sentire di cosa fossi capace. Ricordavo una decina di pezzi, peraltro in modo lacunoso, così cominciai in punta di dita, sperando di non essere ascoltato, e quando i due si allontanarono, andarono al banco e si misero a chiacchierare e bere, tirai un sospiro di sollievo. Esaurii presto il mio repertorio, claudicando e pasticciando sulla tastiera e stavo per ricominciare da capo quando Ezio mi fece cenno di smetterla e di andare lì da lui e mi aspettavo che mi cacciasse: – Cosa bevi? mi chiese allegro: “Un succo di frutta” risposi timidamente e come per scusarmi. – Un pianista che beve succo di frutta! – Gridò lui ridendo, poi si fece serio di colpo e mi disse con voce sommessa e non tonante come al solito: – Vedi, non è perché mi farai risparmiare sui beveraggi che ti prendo, ma perché suoni piano che quasi non ti si sente. Qui sono venuti in tanti che si credevano Emerson e li ho mandati tutti a cagare. Se suonerai sempre come hai fatto ora, vedrai che andremo d’accordo e nessuno ti porterà mai via il posto.

Il mio amico mi strizzò l’occhio, ma io non riuscivo a crederci. Si trattava di suonare tutti i giovedì e venerdì, per tutto l’anno: – 80.000 lire a botta. Va bene? mi chiese Ezio, ma era un ordine. Annuii senza discutere. Poi il mio amico mi avrebbe detto che ero stato scemo, che Metodio ne prendeva 200.000, ma per me non era niente male, dato che fino ad allora non avevo mai guadagnato una lira in vita mia.

Anzi, ero preoccupato, mi pareva una paga perfino esagerata per quel che c’era da fare e per come lo avrei fatto. Ringraziai il mio amico, il quale, la prima sera in cui presi servizio, si presentò e mi disse, tutto entusiasta, che c’era un altro titolare di un locale, sempre a Recco, che mi cercava: – Ormai sono il tuo manager! Chi ti vuole ingaggiare deve parlare prima con me! Facciamo cento? mi propose entusiasta.

“Facciamo sempre ottanta!” replicai deciso e lui mi guardò deluso e mi disse: – Ce l’hai mollo.

Ma non era ancora finita! Sbucò un terzo titolare di un locale, sempre di Recco, deciso di avvalersi della mia arte e la trattativa fu chiusa sempre a ottanta.

– Ecco, ora sei a tappo. Ti ho sistemato! esclamò il mio amico-manager, tutto soddisfatto. Non riuscivo a spiegarmi perché lo facesse, gli domandai se gli dovevo del denaro e lui mi mandò a quel paese.

– Da quando mi è venuta l’idea di fare musica dal vivo si sono svegliati tutti! Buon per te! disse Ezio, con tono polemico, mentre, scuotendo la testa, versandomi l’ennesimo succo di frutta alla pesca: – Che poi, perché sempre alla pesca? Qualche volta potresti anche fare ananas, o albicocca! mi diceva tutte le volte, osservandomi come un fenomeno curioso. Ma io volevo mangiare e bere sempre le stesse cose, mi rassicurava, mi ero fatto l’idea che la monotonia fosse la cura per la mia pancia malandata. A volte, per cambiare, chiedevo solo dell’acqua minerale, non gasata e non fredda e lui mi guardava sconcertato e mi diceva: – Il massimo della goduria. Se vuoi prima te la metto un po’ sulla stufa. –

Ora mi pareva che il lavoro fosse troppo, da metà marzo a metà novembre suonavo tutte le sere ininterrottamente, solo nei mesi morti d’inverno potevo riposare tre sere alla settimana. Avevo paura di non reggere, sia fisicamente che mentalmente, se avessi dovuto suonare sempre in un locale sarei impazzito. “Non ce la faccio!” dissi al mio amico e lui sbottò: – Ce la devi fare! È più dirlo che farlo! I locali sono tutti a Recco, ci vai a piedi in pochi minuti e non devi manco camallare strumenti, soltanto sederti, sollevare il coperchio del piano e mettermi a suonare. La serata dura tre ore, il tempo passa in fretta, la gente pensa solo a mangiare e chiacchierare, manco ti percepisce, mi devi dire dove sta la fatica!. Così parlò l’amico-manager e mi convinse a resistere.

Pian piano mi abituai, ero lieto che la gente non facesse caso a me, molto meglio che se fossi stato al centro dell’attenzione con tutti a chiedermi: “La sai questa? Mi suoni quest’altra?”. Insomma, non aspettavo altro che la serata finisse per andarmene a casa a dormire. Anche Ezio era lieto, rimescolava i suoi cocktails tutto raggiante e splendente nella sua giacca bianca, illuminato dalla luce intensa e calda dei faretti, tutti puntati su di lui. Ma pure capitava che ogni tanto qualche cliente venisse a farmi i complimenti e mi desse perfino la mancia. Anche negli altri locali mi davano mance; in un ristorante, tutte le domeniche veniva un anziano industriale con sua moglie e a fine cena mi chiedeva di suonargli “Eternamente”, a mo’ di sigla. La facevo durare per il tempo esatto in cui si metteva il cappotto, il cappello e la sciarpa ed ogni volta, prima di infilare la porta, mi lasciava sul pianoforte un biglietto da 20.000. E una sera, da Ezio, un giovane marinaio appena sbarcato, mi si accostò e dopo avermi guardato per un po’ con una specie di commiserazione, mi sussurrò: “Ti lascio un’offerta”. Allora pensai di mettere sul pianoforte una cassettina come in chiesa e mi dissi: “in fondo noi musici siamo un po’ come sacerdoti, la musica fa parte del sacro della vita e i fedeli devono mantenerci”.

Ma poi non ebbi il coraggio, temevo che Ezio trovasse la cosa screditante più per il locale che per me. In fondo, non m’importava poi tanto delle mance, guadagnavo bene, almeno così mi pareva, mi pagavano in contanti, sera per sera, avevo le tasche sempre piene di soldi, era una sensazione fantastica. I soldi allora rappresentavano la libertà, volevo andar via di casa, sposarmi, avere una vita tutta mia!

Rigiravo tra le mani quelle banconote, le guardavo, le lisciavo, ancora un po’ incredulo, ma con un filo di speranza nell’avvenire. Aprii un conto in banca e mi sentii arrivato. Aprii anche la partita iva, nonostante il mio amico-manager mi avesse vivamente sconsigliato di “entrare in quei computer”. Fu sempre lui, comunque, a mandarmi da un’anziana signora, impiegata dell’Intendenza di Finanza in pensione, che mi tenne i registri e mi diede consigli. Ci fu un momento in cui pensai che saremmo andati avanti così all’infinito, come se avessi trovato un posto fisso. Nel giro di due anni riuscii a mettere via quaranta milioni, uno sull’altro. Ricordo che acquistai dei BOT al 18%, e mi diedero in cambio 7 milioni e rotti di interessi anticipati.

E finalmente mi sposai! Ma il viaggio di nozze, in Toscana, durò solo tre giorni, perché non avevo certo le ferie pagate, ed eravamo in piena stagione, Ezio e gli altri ci tenevano a fare musica. Sembravano più contenti di prima, uno di loro si disse orgoglioso di avere aiutato un giovane a mettere su famiglia, Ezio esclamò: – Allieterai la mia vecchiaia con le tue note!. Era tutto così magico. Per mia madre e mia zia invece tutto ciò era solo preoccupante, mi dissero che ero pazzo.

Feci loro notare con orgoglio che guadagnavo 2 milioni e mezzo al mese, senza contare le mance e gli extra, e loro replicarono: – Sì, ma è un lavoro aleatorio!

In famiglia erano tutti servitori dello Stato, abituati alla certezza dello stipendio a fine mese, il lavoro autonomo era una follia, soprattutto quel tipo di lavoro. – Non è nemmeno un lavoro! diceva sempre mia madre.

E andò ancora più in ansia quando io e mia moglie prendemmo in affitto, a Quinto, una bella casetta di cinque vani col giardino, appena ristrutturata dal proprietario. Era un tizio che faceva il contadino e abitava sul vicino colle degli Ometti, e fu molto chiaro: “600.000 lire, in nero, tre mesi anticipati e residenza da un’altra parte, ché così non rimane traccia.”

E l’agente immobiliare fu ancora più chiaro, mi prese da parte e mi disse con durezza: – Se vuoi concludere l’affare mi devi dare non una, ma tre mensilità, più iva, ovvio, ché una casa così, a questo prezzo non la troverai mai.”

Pagai tutto senza discutere, anche Rimbaud era stato sodomizzato appena giunto a Parigi, un provinciale deve sempre pagar dazio in qualche modo per poter diventare cittadino. Tenendo conto anche di quel che avevamo speso per arredare la casa, non mi restava molto del gruzzolo iniziale. E ne restò ancora meno quando dovetti comprare anche la macchina nuova, perché un giorno, sul cruscotto della mia vecchia Citroën GSA Pallas, comprata usata per 1 milione di Lire, si erano accese di colpo tutte le spie, come se fosse una slot machine. La permutai con una Citroën BX nuova, approfittando di una supervalutazione dell’usato di 2 milioni. Il venditore mi chiese che lavoro facessi e quando gli dissi che facevo il musicista mi disse: – Questa è la macchina ideale per un musicista!

S’intende che optai per il pagamento rateale, ma l’impiegato della banca addetto ai prestiti mi obiettò: – Mi spiace, signore, le ci vuole un garante, perché ha aperto la partita iva solamente da un anno. Gli portai mia madre e lui spiegò a malincuore che essendo lei pensionata non poteva garantirmi, ché la pensione non si poteva pignorare. – Ha mica un altro parente? mi chiese accorato. Allora portai mio fratello, che si presentò vestito elegantissimo e quando l’impiegato gli chiese che lavoro facesse, con la sua solita aria scanzonata e surreale, come vantandosi dichiarò di essere disoccupato. L’impiegato e la sua collega si guardarono in un modo che non saprei descrivere, poi trattenendo a stento il riso, ma anche un po’ irritati, mi dissero: – Vede, era sottinteso che l’altro suo parente dovesse avere una busta paga. E dopo averci squadrato da capo a piedi, aggiunsero: – Vediamo come siete e ci fidiamo.

E proprio ora che avevo l’affitto e le rate della macchina da pagare e anche la moglie incinta, avevamo visto la bambina nel magico caleidoscopio dell’ecografia, che emozione!) e c’era anche la cameretta da comprare, tutti e tre i miei datori di lavoro, mi diedero il benservito nello stesso momento dicendomi di avere tutti ricevuto una visita da un ispettore dell’ENPALS. – Ci ha detto che dobbiamo versarti i contributi e noi gli abbiamo detto che sei un libero professionista e pensavamo te li versassi tu! – Io dissi che nessuno mi aveva mai segnalato quell’onere.

– Infatti, quello ci ha spiegato che solo nel caso di voi musicanti, anche se con partita iva, ai contributi dobbiamo pensare noi, perché l’ente non si fida, dice che siete volanti e avete vita breve e che è più facile incassare da noi, bersagli fissi e più solvibili. Mi hanno fatto una multa di 4 milioni. Mi dispiace immensamente, ti voglio bene, ma non posso più tenerti. E poi non c’è più giro, lo vedi, troppe spese.

Così, mi dissero tutti, più o meno, guardando altrove imbarazzati e dispiaciuti. Presi gli ultimi soldi come in un incubo e mi buttai nella notte. Non tornai subito a casa, semplicemente non potevo. Vagai per le strade di quel paese dove avevo passato tanti momenti spensierati, ai tempi in cui studiavo e giocavo, non dovendo pensare ad altro. Quelle vie non mi erano sembrate mai così buie e vuote. Mi spinsi fino allo scoglio di Mulinetti e mi misi a rimirare il mare scuro che non sta fermo mai. Pensai anche di uccidermi, ma una voce mi disse: “Non lo farai, innanzitutto perché hai sempre avuto paura della morte in generale e del dolore fisico in particolare, e poi stai diventando padre! È giusto che lasci il posto dove hai vissuto con tua madre e ti avventuri per il mondo.” Tornai a casa tardi, mia moglie dormiva già, mi infilai nel letto e, mi dissi: “Gli dei non mi abbandoneranno!” e mi addormentai come un sasso.

Fu sempre il mio amico-manager a telefonarmi per dirmi che aveva parlato con un tizio che a Genova gestiva una sala da ballo e faceva dei pomeriggi danzanti per coppie clandestine di anziani. Voleva risparmiare sull’orchestra, perciò andava cercando un musicista che da solo potesse supplirla.

– Si tratta di suonare liscio due pomeriggi alla settimana: 200.000 lire a botta. – Mi disse. “È tanto!” osservai scettico e lui mi spiegò che quel tizio avrebbe ancora risparmiato, ché un’orchestra costava minimo 800.000 lire.Però ti devi comprare almeno la tastiera con le basi, dell’impianto puoi farne a meno, ti colleghi a quello del locale. E comprati anche una camicia da artista e un gilet, mica ti puoi presentare con il golfino alla dolce vita come da Ezio e gli altri. Guarda che bella questa…

Mi mostrò una rivista con la pubblicità di camicie artistiche: – Questa nera col fulmine è bella, sui pantaloni neri e con un paio di scarpe lucide farai un figurone.

Soltanto all’idea di indossarla, mi vergognavo, ma quello sarebbe stato il minimo. Il fatto è che dovevo spendere per la tastiera. Avevo già sentito parlare delle tastiere con le basi che suonavano da sole ed avevo anche sentito dire che stavano spuntando come i funghi finti musicisti che andavano in giro a fare serate muovendo le mani a caso su quelle tastiere. Uno di loro mi aveva supplito in uno dei locali di Recco e al mio ritorno il titolare mi aveva detto, con uno sguardo ammirato: – Ha suonato una Lambada che sembrava un’orchestra, la gente ballava, tanto casino così qua dentro non l’avevo mai visto. Comprati anche tu una pianola!

Dovevo adeguarmi, a maggior ragione adesso che ero rimasto senza lavoro. Ma le tastiere costavano molto. “E se poi quel tizio dopo avermi preso in prova non mi confermasse?”. Con la testa piena di dubbi, mi recai in uno dei negozi di strumenti di Genova e il negoziante subito mi mostrò la fantastica GEM WX2 e mi disse convinto: – Con questa bomba puoi andare dove vuoi. – Costava 1 milione e 300.000 lire, compresi i floppy disk con una cinquantina di basi di brani di liscio. Firmai l’assegno con la mano che mi tremava, portai a casa la tastiera e passai tutta la sera a provarla e mi stupii nel vedere quanto fosse facile programmare un brano dietro l’altro. “E poi io so suonare, le mie mani si muovono con coerenza, risulterò più credibile!”, la speranza si riaccese. Mia madre e mia zia invece erano più disperate e addolorate che mai, per il fatto che mi sarei esibito “in quella specie di bordello”, per loro era un chiaro segno della rovina della nostra famiglia. Mio zio mi disse sarcastico: – Meglio spazzare le strade, almeno ti danno l’indennità!

Solo mia moglie mi incoraggiò. Era così bella in quei giorni, come non l’avevo mai vista. I capelli, specialmente, erano più folti e lucenti. Se non ci fosse stata lei e la bambina in arrivo non avrei mai avuto il coraggio di ficcarmi là dentro.

Ma quando entrai convenni che non era nemmeno troppo male, anzi: c’era un’atmosfera piena di magia, con le luci basse rosse, blu, gialle, e la lampada stroboscopica che girava lentamente su sé stessa, come un misterioso pianeta in orbita in un altrettanto misterioso sistema planetario. Solo il tanfo di muffa mi ricordava dove mi trovavo e cosa ci ero venuto a fare. – Sei alto, però sei segaligno, mi ti pensavo meglio messo. Sul palco sembrerai cento lire in un campo da bocce, ma l’importante è che risparmio. Così parlò il gestore, Pasquale, un tipo sulla cinquantina, bruno, massiccio, con aria scocciata e scettica. Poi mi rivolse uno sguardo serio e quasi minaccioso e aggiunse: – Sta a sentire: qui la pista deve rimanere sempre piena, se si svuota li perdiamo e ti devo cacciare. Mo’ vai a montare tutto l’ambaradero, troverai due cavi, li attacchi la tastiera così ti senti. Suona i pezzi che vuoi, ma mi devi fare sempre questa sequenza, capito? Mi diede un biglietto stropicciato e mi ordinò: – Mo’ vai e inizia e non smettere prima delle cinque, devono essere due ore piene, se no non ti pago. Quando ti fermi vieni qua e ti bevi qualcosa, poi vai a pisciare e dopo un quarto d’ora ricominci e vai avanti fino alle sette. – Sul biglietto c’era scritto: “Valzer, mazurka, polka, tango, tango, beguine, foxtrot, cha-cha, passo doppio, rock, lento, lento e poi ricominci.”

Attaccai e seguii pedissequamente quelle istruzioni e subito la pista si riempì, prima una, poi due, fino a una decina di coppie di vecchi. In quell’atmosfera onirica parevano ombre, avevano tutti un notevole stile, si stringevano appassionati nel tango e si scatenavano nel rock, con un atletismo sorprendente, il ballo li rianimava. La pista era sempre piena, ma io avevo paura: che si spegnesse la tastiera, che si incantasse la base, o chissà che altro. Le due ore passarono lentamente e stavo per crollare, poi Pasquale mi fece un cenno imperioso di smettere e mise un’audiocassetta e mentre scendevo dal palco mi accorsi che non mi sentivo più le gambe, tanto erano dure. Mi recai al banco per bere il mio succo di frutta alla pesca e intanto sentivo cantare: “oh mamma, mamma, mamma, ormai quel coso lì, mi serve solamente per fare la pipì…”

Pasquale faceva anche il barista, deciso a risparmiare fino all’osso. Versava da bere senza garbo ai vecchi che attendevano di essere serviti con mestizia; erano tutt’altre persone da quelle apparse sulla pista. Le donne bevevano succhi di frutta, Pasquale li versava da cartoni comprati al supermercato; gli uomini bevevano birra, o spuma alla sanguinella, o caffè corretti con la sambuca. Non tutti erano mesti, mi si accostò una donna sulla settantina, tra le più arzille, con due grandi occhi neri sporgenti che le mangiavano il volto cosparso di lustrini, i capelli tinti di biondo platino, pantaloni di pelle nera e scarpe con tacchi a spillo vertiginosi. Mi schioccò un bacio umido di saliva sulla guancia e mi gridò con la sua voce chioccia: – Bella gioia! Dopo me la canti Piccolo fiore? Mi piace troppo! Annuii, anche se non la potevo accontentare: avevo la base della canzone ma non sapevo cantare, non avevo il microfono, mi sarei limitato a fare finta di suonarla. Ma sarebbe stata contenta lo stesso, era così euforica, mi indicò un vecchio spelacchiato intento a sorseggiare la sua spuma e mi sussurrò: – Vedi quello là? è un mio amico, però non quello ufficiale, è uno così, tutto fa! Poi rise sgangheratamente ed io le sorrisi umilmente e mi allontanai in fretta, dovevo andare a pisciare per ritornare sul palco e ricominciare, il quarto d’ora era volato.

Un vecchio dall’aria sorniona, sprofondato in una poltrona di velluto tutta marcia di umidità, mi sorrise mentre gli passavo davanti, poi proruppe all’improvviso: – Bello! Sei bello! “Non esageriamo, sono un tipo…” Replicai ironico: – Sei anche simpatico!. Mi infilai in fretta nel cesso sperando che non mi seguisse. Il tanfo toglieva il fiato ed ebbi un conato di nausea. C’erano una decina di vecchi in fila contro i pisciatoi ingialliti, ci mettevano tanto a orinare, nel mentre biascicavano, borbottavano e scuotevano la testa. Mi misi a orinare anch’io e subito arrivò un giovane e mi si mise di fianco. Biondo, pettinato con l’onda, elegantissimo, con l’aria strafottente, talmente profumato che non si sentì più l’odore di piscio. – Mi raccomando, ora fai un bel po’ di lenti! – Mi ordinò con aria complice. Alla fine si scrollò il membro a lungo e vigorosamente e uno dei vecchi lo guardò con invidia e bofonchiò: – Beata gioventù! – Uscii da quell’anticamera degli inferi e risalii sul palco, attaccai subito con “Je t’aime moi non plus.” Il giovane biondo e profumato guadagnò il centro della pista tenendo per mano una donna vestita in modo vistoso, bionda anche lei, che doveva avere sicuramente più di settant’anni. Il giovane la strinse e le palpò il sedere, le sussurrava parole e lei sorrideva tutta lusingata, muoveva la testa a scatti per guardare le altre donne, tra cui la vecchia dai capelli biondo platino, abbracciata al suo amico “che tutto fa”. “Questo è il mio lavoro, è così che mantengo la mia famiglia…” mi dissi sgomento e pensai a mia madre e a mia zia, che si sarebbero strappate le vesti se mi avessero visto, ma lo immaginavano e chissà come. Non vedevo l’ora che finisse e ritrovarmi tra le mani le due banconote da centomila lire. Alle sette la gente cominciò a diradarsi pigramente. Una donna bassa e secca si avviò con passo frettoloso all’uscita stringendosi nella sua pelliccia ed esclamò con voce stridula: – è l’ora dei Pavesini! – Il suo amico si infilò il giaccone, con le braccia aperte per un attimo mi parve uno spaventapasseri, tutta la vitalità mostrata fino ad allora si era spenta di colpo. Attese paziente qualche minuto, dopo che lei fu uscita, poi uscì anche lui, furtivamente. Due coppie si attardarono ancora a ballare le canzonette programmate dal signor Pasquale. Lui li guardò e disse infastidito: Quelli sono gli irriducibili

La donna dai capelli biondo platino ora si stringeva al suo amante ufficiale, era appena arrivato, un tipo corpulento dalla faccia enorme, che sorrideva sognante, se l’accarezzava con l’aria di voler chiarire a tutti che era solo sua. L’amico che tutto fa era sparito. Pasquale mi comandò di andare a sbaraccare ed io subito risalii sul palco e sbaraccai, mentre gli irriducibili mugugnavano. Andai finalmente alla cassa, incredulo di riscuotere la mia paga, ché Pasquale non mi ispirava per niente fiducia. Lui mi diede il borderò da compilare e si rimise a parlare con un tizio che aveva la sua stessa aria losca. Già non ne potevo più, ma pure speravo che Pasquale mi tenesse, con due pomeriggi alla settimana per tutto l’inverno avrei risolto ogni problema. Gli porsi il borderò e sfoderai un sorriso ossequioso e gli dissi: – Per essere la prima volta mi pare che sia andata piuttosto bene. Possiamo pensare ad una programmazione? – Lui inarcò il sopracciglio, poi si rivolse all’amico sorridendo: -Va trovando la programmazione… Questi domani so’ tutti morti.  Tornò a rivolgersi a me: – Verrai finché vengono questi quattro disperati.

Mi diede le 200.000 lire, tutte in banconote da 10.000, e commentò ridacchiando: – Così te li spendi bene. Pasquale mi chiamò ancora, andai avanti così per un paio di mesi, poi comparve un’avvenente ragazza che passava tutto il tempo seduta accanto a Pasquale, fumando una sigaretta sottilissima dopo l’altra. Lui non aveva più l’aria sicura e lucida di prima e il pubblico si diradava di volta in volta. Finché una mattina Pasquale mi telefonò e mi disse che le serate erano sospese. Chiamai il mio amico-manager e lui, desolato, mi disse che non sapeva proprio dove mandarmi. Lo consolai dicendogli che aveva fatto fin troppo per me. La cosa più grave era che l’ultima volta Pasquale non mi aveva dato le 200.000 Lire e più volte mi presentai là davanti, ma trovai chiuso. Finché una sera vidi la saracinesca leggermente sollevata e non appena m’infilai dentro ebbi l’impressione di essere sul set di un film di mafia. L’aria, più che mai satura di muffa, puzzava di omicidio. Stavo per andarmene, ma vidi un tizio, una specie di armadio, con una cesta di capelli in testa, con la camicia bianca e i pantaloni neri, che stava seduto su una sedia e fissava il pavimento. Proprio in quel momento sollevò la testa e mi guardò con aria interrogativa, quindi si alzò, mi venne incontro e mi disse con durezza: – Che vuoi. – Ingoiai la saliva e risposi con voce rotta dalla paura: “Sono il musicista che suonava qui al pomeriggio, cercavo il signor Pasquale.”Non ci sta. Sono suo fratello cugino, dimmi a me. 

“Avanzerei ancora 200.000 Lire.” spiegai goffamente e l’uomo-armadio ridacchiò, mi si fece più da presso e mi disse ironico e vagamente minaccioso: – Ah, tu sei il musicante? Allora la conosci quella canzone che dice: “io me ne andrei?”

Annuii, lo salutai cortesemente e uscii. Una volta fuori respirai l’aria della notte, guardai per l’ultima volta la saracinesca mezza abbassata.

– Allora è proprio fallito, disse una voce alle mie spalle, facendomi trasalire. Mi voltai e vidi un uomo alto quanto me, ma più robusto, mezzo calvo e dagli occhi di ghiaccio che brillavano sotto la luce bianca del lampione. Mi fece un sorriso a trentadue denti, poi parlò di nuovo: – Tu non ci hai fatto caso, Pierin, eri sempre timoroso che la pista si svuotasse, ma una volta son venuto a sentirti. Pasquale mi aveva detto che era ormai ai resti, te lo volevo quasi venire a dire, ma nella vita è buona norma farsi sempre i cazzi propri. E poi non era sicuro che chiudeva e stasera sono venuto apposta a vedere e combinazione ti incontro. Io mi chiamo Ludo, sono un tuo collega, suonavo per la concorrenza, agli Anni Trenta, la discoteca che sta in Piazza Tommaseo, in quello che una volta era un pisciatoio. Pure là stanno per fallire, per cui sono a piedi come te. Vieni, ci beviamo qualcosa qui vicino. C’hai fame? Mangiamo.

Lo seguii come in sogno e mi ritrovai seduto a un tavolaccio con quello sconosciuto collega, ma era come se ci fossimo conosciuti da sempre. Lui certamente sapeva tutto di me: – Conosco pure Ezio, mi ha detto che hai lavorato per lui e che sei un fenomeno. Ma adesso quei locali non vanno più per fare musica, bisogna far divertire la gente, farla anche cantare, partecipare, e tu non solo non canti, ma sei spaesato, non ci sai fare. Io invece e ci so fare, so cantare e non so suonare. Quindi, siccome teniamo famiglia, se mi dai retta ci mettiamo insieme e facciamo come i carabinieri, che uno sa leggere e uno sa scrivere, e vedrai che se vieni con lo zio non ti mancherà mai il pane. A Genova mi conoscono tutti, sono una vecchia bagascia dello spettacolo e so trovare le serate. Vedrai che la prossima settimana lavoriamo già. Allora, che dici? Lo facciamo questo grande duo? Già vedo i manifesti: Ludo & Pierin. Siamo due ragazzi splendidi che non ce n’è, io dico che facciamo un sacco di grano.

Per me eravamo solo due “avanzi di balera”, ma gli strinsi la mano lo stesso.

Ludo pagò il conto e ci buttammo nella notte, andando incontro a chissà quali avventure.