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La lotta contro il pregiudizio è una sfida difficilissima

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La lotta contro il pregiudizio è una sfida difficilissima
La lotta contro il pregiudizio è una sfida difficilissima

La lotta contro il pregiudizio è una sfida difficilissima perché il pregiudizio antiebraico, secondo David Meghnagi

La lotta contro il pregiudizio è una sfida difficilissima, è profondamente radicato nell’inconscio e nel linguaggio e si può combattere solo con la cultura e la difesa delle istituzioni democratiche, il pericolo è quando l’antisemitismo viene usato come strumento per rimodellare la società, come è avvenuto nel nazismo e in Italia con le leggi del 1938 che hanno stravolto l’assetto del paese».

Lo studioso ha avvertito: «Ma ogni fase ha preparato l’altra eppure ma non tutte dovevano necessariamente sfociare in quello che è accaduto perché in ogni momento si poteva scegliere, e qualcuno  ha scelto diversamente con l’esilio, il confino, nascondendo persone braccate mettendo a rischio anche la vita della propria famiglia». David Meghnagi ha ricordato, fra questi, gli oltre 600 mila militari che rifiutarono di combattere per la Repubblica di Salò, ma «che sono stati dimenticati per lungo tempo, non considerati un elemento  fondamentale per la costruzione della Repubblica e la guerra è finita prima anche grazie al sacrificio di quelle persone».

Fra coloro che hanno cercato di interrompere questo processo di morte il docente ha ricordato anche gli operai che hanno salvato le  fabbriche che i nazisti volevano trasferire in Germania e, accanto alla resistenza militare dei partigiani, «ci sono stati tanti atti di eroismo, non tutti inquadrabili nelle rappresentazioni pubbliche della politica ma piccoli fatti della vita quotidiana che hanno slavato l’onore dell’Italia». Meghnagi è poi entrato in quel doloroso processo di senso di colpa, di rimozione psicologica e individuale che ha caratterizzato gli anni successivi alla guerra e ha invitato a non chiudersi nella sofferenza: «Diamo ai nostri figli e nipoti una sensazione di speranza».

«Lo sterminio ha messo in evidenza – ha spiegato – che l’idea di progresso era entrata profondamente in crisi e che gli Stati più avanzati hanno praticato una barbarie inimmaginabile e ha dimostrato che l’essere umano, nonostante il progresso, in determinati contesti può comportarsi in maniera distruttiva e inimmaginabile e che questa distruttività non è legata semplicemente al comportamento singolo delle persone, ma ad una macchina statale fondata sulla frammentazione dei singoli, sulla mancanza della certezza del diritto, dove la catena di comando è assoluta, e pone sfide e domande all’etica e ci aiuta anche a capire meglio le situazioni normali e ci invita a riflettere sui pericoli in cui tutti ci troviamo».

Il relatore, infine, ha citato Primo Levi fra i testimoni della Shoah «che non hanno trasformato il dolore in rancore, ma hanno creduto nel bene nonostante il male e sono diventati i profeti del nostro tempo».