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Il Nano Morgante | Volere non basta

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Il Nano Morgante | Volere non basta

Per quanto sia possibile impegnarci nel dotare di solidità la nostra esistenza, non è detto che gli eventi concomitanti possibilizzino o consolidino tale proposito, visto che la solidità, come componente del sistema, è legata in qualche misura alla reciprocità.

La premessa non vuole scardinare l’ottimismo e la speranza di consacrare un desiderio: enuclea semplicemente le cause per cui una data condizione, anche quando si agisce al meglio per esaudirla, data la pluralità di variabili, tende a diventare  altro.

Da un lato, va riconosciuto che il singolo meglio può essere insufficiente rispetto all’obiettivo traguardato e alle volontà che lo supportano: in tal caso, l’obiettivo risulta sovradimensionato alle possibilità. Dall’altro, il presupposto può pencolare incerto, rabberciato malamente.

Sia come sia, parto da un vigoroso assunto: molto di ciò che accade possiamo evitarlo. Nondimeno, una gran parte accade poiché ha ottenuto un inconsapevole invito e un malaccorto avvallo.

Non per niente, si espone la componente casuale come imperscrutabile e ostile sorte, entità ineludibile e imprevedibile.

Pur non avendo argomenti oggettivi per sostenere che tutto dipenda dal singolo, che ogni questione di fatto rientri nel dominio personale, serbo elementi percettivi per conteggiare l’incapacità previsionale del singolo, in specie in presenza di sentimenti coinvolti. L’orizzonte di possibilità risulta in tal caso avere un’ampiezza contenuta tra nulla e  poco.

In parallelo, il luogo comune “se non ottieni qualcosa è perché non ci hai provato abbastanza”  resta tendenzialmente illudente, poiché antepone la condizione della tenacia senza tenere conto di variabili esistenziali quantitative e qualitative, della cui gestione l’individuo detiene nei fatti una ben misera quota.

Il presupposto ribalta il postulato vanaglorioso del volere è potere.

Non basta volere, tanto meno quando la volontà individuale è compromessa emotivamente da istanze ego-sintoniche.

Regge il parallelismo con la metafora del castello di carte:  lo scrupolo e la delicatezza di collocare le carte si oppongono  ad una statica labile in sé, vanificabile ad ogni pié sospinto.

In sintesi, conteggiamo possibili effetti dinamitardi laddove l’intento é  già inconsapevolmente minato da una vocazione esclusiva e non-plurale. Massimiliano Barbin Bertorelli