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Tornano a Genova i dialogatori per le Ong: è di nuovo polemica

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Un dialogatore (immagine di repertorio)

Sono nuovamente comparsi per due volte nel giro di cinque giorni di fianco all’ingresso del supermercato Carrefour di Piazza Merani in zona Albaro, di fronte al capolinea del bus linea 36. Sono i cosiddetti “dialogatori” con pettorina di celebri Ong come Save the Children o Medecins sans Frontières. Banchetto improvvisato, materiale illustrativo, persino confezioni di barrette ipercaloriche specificamente destinate ai milioni di bimbi denutriti delle aree piu’ diseredate dell’Africa nera che non dovrebbero essere li’ ma sperabilmente dove servono veramente.

I fatti. Ieri pomeriggio due giovanissime e “angeliche” “dialogatrici” dell’età di 18 anni con indosso la pettorina bianca con stampato sopra il logo di Medecins sans Frontières, verso le 16:30 intercettavano i clienti, per lo piu’ anziani, all’ingresso del supermercato, infarcendo loro la testa della loro grande mission di salvezza dell’umanità sofferente…purtroppo poi alla fine del gioco compare un bel contratto di diritto privato su cui apporre una firmetta che impegna l’ignaro donatore a legarsi per almeno 12 mesi a versare 9 Euro al mese. E la fregatura – decisamente amorale – è servita.

Su ogni contratto strappato la “dialogatrice”, o il “dialogatore”, riceve una provvigione variabile da tempi e luoghi. Il cronista sta al gioco, finge di essere interessato ma poi di necessità avvisa le forze dell’ordine. Perché? Perché il trappolone è organizzato da una società di marketing genovese che si muove in una zona decisamente grigia, mandando allo sbaraglio la meglio gioventu’ ad esporsi rischiando una denuncia.

Arrivano nel giro di 5 minuti due Volanti della Polizia UPG, mentre per magia il banchetto, il materiale informativo, le barrette ipercaloriche, le pettorine sono spariti dentro un borsone lasciato sul luogo. Sei solerti agenti di polizia, coordinati da un Commissario Capo, identificano le giovanissime rimaste “in borghese” sul luogo mentre irrompe, casco alla mano, un giovanotto trentenne con piglio aggressivo che afferma di essere il “responsabile”…appunto il responsabile dell’agenzia di marketing che lucra sulle mediazioni finanziarie che percepisce dalla manovra “benefica” tristemente a scopo di lucro personale. Gli agenti con professionalità e delicatezza identificano anche lui e chiedono spiegazioni. La zona grigia è confermata, lo squallore dell’attività che specula sulla piaga della fame..e della morte infantile nell’inferno del Terzo Mondo piu’ derelitto, è sconfortante.

E’ di nuovo polemica anche a Genova per l’effettiva onestà intellettuale (e giuridica) dei dialogatori delle Ong che fanno fundraising in strada, invitando i passanti a diventare donatori. La questione fu sollevata da LN tre anni or sono e vuole mettere sotto accusa la modalità di comunicazione utilizzata dai dialogatori, colpevoli di essere poco creativi e di fare leva sul senso di colpa. “Quando si fa fundraising bisogna stare attenti alle emozioni che si innescano nelle persone che approcciamo”, scrive Indre Edland-Gryt, autore di un articolo apparso sul Guardian di Londra e responsabile della comunicazione per un Ong norvegese, “mostrare per l’ennesima volta le condizioni di disagio estremo in cui vivono le comunità locali, non spingerà le persone ad interessarsene di più, tutt’altro: molto probabilmente servirà solo a farle sentire peggio”. E’ proprio il senso di colpa infatti, la reazione più comune che i dialogatori sembrano ottenere dalle persone. Ad affermarlo anche PFRA, la Public Fundraising Regulatory Association, l’osservatorio britannico sul fundraising secondo cui, effettivamente, il solo fatto di chiedere una donazione per migliorare condizioni di vita altrui, presuppone che, chi viene avvicinato, si senta in dovere di contribuire alla causa e in colpa nel caso decida di rifiutarsi. “La decisione di sostenere una campagna non deve essere istillata da sentimento negativo, come il disagio, – spiega Edland-Gryt – perché se quello è ciò che spinge le persone a donare, allora sarà molto probabile che smetteranno, non appena sentiranno di aver fatto il proprio dovere”.

La PFRA in una recente ricerca ha studiato proprio questo fenomeno. Il fundraising Face to Face sembra essere la modalità più redditizia e più efficace di reclutamento di nuovi donatori eppure il 50% delle persone che viene convinta ad offrire il proprio supporto ad una charity da un dialogatore smette di donare entro un anno. “Essere avvicinati da un dialogatore provoca un rilascio di adrenalina ma non è l’adrenalina che dobbiamo stimolare se vogliamo spingere le persone a donare.” Scrive Gryt, “Ciò di cui abbiamo bisogno sono le endorfine. Quando ridiamo e quando la nostra curiosità viene stimolata. Il rilascio di endorfine aiuta a rilassarci e ad abbassare le nostre difese personali” Secondo Gryt al fundraising dovrebbe essere applicata la Fun Theory, la teoria del divertimento, studiata recentemente da una ricerca di Wolkswagen secondo cui, rendere qualcosa divertente è il modo più semplice per cambiare il comportamento delle persone in modo positivo. Tra gli esempi virtuosi di questa teoria vi sono le scale a pianoforte realizzate in una stazione svedese, un modo originale per incoraggiare i pendolari a fare un po’ di movimento, utilizzando le scale invece delle scale mobili, che si sono praticamente svuotate: il 66% delle persone ha infatti le ha abbandonate preferendo i gradini musicali.

L’Ong statunitense Mama Hope ha seguito la stessa teoria con la campagna “Stop the pity”, stop alla pietà, utilizzando una strategia di fundraising basata sul divertimento e la dignità: un successo straordinario per la raccolta fondi dell’organizzazione che lavora in Africa, raccontato dai principali media americani, per la capacità di scardinare la visione stereotipata di un continente.

“La teoria del divertimento può essere adottata in diverse fasi delle attività non-profit, dalle campagne di sensibilizzazione al fundraising vero e proprio,” afferma Gryt, “La logica è semplice, se siamo intelligenti, non avremo bisogno di dare la caccia alle persone per strada”.

Marcello Di Meglio