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Lucia di Lammermoor, una fragile innocente cerca la luce

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Lucia di Lammermoor, una fragile innocente cerca la luce

Gaetano Donizetti (1797- 1848) nasce a Bergamo da famiglia poverissima e carica di figli. Forse a causa di questa tensione verso il superamento della miseria è dovuta la sua copiosa  produzione artistica: tra gli amici era noto col soprannome di “Dozzinetti”.

L’autore scrisse ben 70 opere, delle quali “Lucia di Lammermoor”, composta in trentasei giorni e considerata il suo capolavoro, è la 48esima e fu rappresentata la prima volta nel settembre 1935 con successo al Teatro San Carlo di Napoli.

Nonostante la copiosa produzione l’autore era comunque attento alla qualità ed interveniva sui libretti in maniera decisa ed equilibrata: è nota la sua lunga collaborazione con il librettista napoletano Salvatore Cammarano, discendente da una famiglia di artisti a vario titolo.

Anche negli anni 1836 e 1837, funestati da ben cinque lutti famigliari tra cui due figlie e la moglie, Donizetti, pur affrontando momenti di buio sconforto, non smise di lavorare,  indifferentemente ad opere buffe e a drammi romantici.

Il Nostro debuttò con opere influenzate dallo stile rossiniano imperante, ma già personalizzate con l’attenzione alla psicologia dei personaggi e il maggiore impegno drammatico.  Durante il soggiorno a Napoli (dal 1822 al 1838 fu direttore artistico del San Carlo) scoprì l’operistica napoletana, che rinnovò in senso romantico/drammatico e lirico, staccandosi definitivamente da Rossini.

Le opere della maturità, tra cui Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, sono espressioni di equilibrata perfezione, depurate  da  provvisorietà  ed incertezze ancora presenti nella copiosa  produzione precedente, alla quale era costretto dalle  incerte condizioni della vita di spettacolo del tempo (nonché da quelle economiche della sua).

L’attenzione al dettaglio e all’innovazione si manifesta in Donizetti anche nel proporre gli strumenti: per la scena della  pazzia di Lucia egli prevede l’uso della glassarmonica, o armonica a bicchieri, strumento affascinante da suonarsi con le mani umide, che, secondo alcuni critici, sarebbe  perfetto per  rappresentare, grazie al timbro tremolante, le angosce di una donna vulnerabile che va verso la pazzia. Purtroppo il valido solista di quello strumento, Domenico Pezzi, venne a dissidio con il Teatro san Carlo, per cui il Nostro fu costretto a sostituire la partitura per glassarmonica adattandola al flauto.

Il dramma di Lucia si svolge e si compie nel castello di Ravenswood alla fine del secolo sedicesimo.

L’ambientazione proposta dal Carlo Felice ricerca momenti  green e luminosi, che staccano dalla cupezza della scena, in genere costante nelle rappresentazioni di quest’opera.

Nel primo atto un cervo morto disteso su un lungo tavolo  anticipa la drammaticità simbolica delle scene seguenti, nelle quali la stessa posizione dell’animale assumerà Lucia e poi lo sfortunato Arturo, promesso sposo giustiziato.

L’abbigliamento in apertura delle donne, Lucia ed Alisa, è sobrio e modernizzato, così come appare essenziale anche quello degli uomini, una proposta per alleggerire un dramma fosco, poco toccato da problematiche sociali, un tantino fuori dal nostro gusto, un copione che ripropone l’espediente molto usato di inganni perpetrati attraverso false missive.

La giovane e fragile Lucia vive in un mondo cupo che non le appartiene, un mondo “notturno”, fatto e governato dalle leggi degli uomini di casa, uomini d’armi e armati non solo di lame, con in testa ferme opinioni su come si governano, a vantaggio della famiglia, i destini delle donne di casa.

Lucia brama il sole, il calore della luce, la gioia di un amore nato e cresciuto già con un destino simbolicamente infausto,  nei pressi della tomba della madre, laddove lei stessa ha rischiato di morire per la furia di un toro. La giovane ama Edgardo, nemico di suo  fratello Enrico.

Lucia però sa solo sognare e sperare, non sa opporsi efficacemente, non sa combattere: sa vivere in un guscio d’uovo ma non osa rompere il guscio. Davanti alle pretese del fratello il suo primo pensiero non è quello di ribellarsi ma quello di morire, e già manifesta i primi sintomi di un disturbo mentale.

Il fratello Enrico è determinato, il dolore ed i sentimenti della sorella non gli interessano, sono cose da poco, da spazzare via in un baleno: “…tuo fratello sono ancor, spenta è l’ira nel mio petto, spegni tu l’insano amor.”

Lucia è una donna dalla psicologia fragile, poco coltivata, nessuno e tanto meno le donne di casa le hanno mai detto che si può provare ad infrangere il destino non con i sospiri ma con le azioni.

La giovane crede di non avere i mezzi per opporsi alla triste realtà di sposare un uomo che non ama, pertanto si rifugia  in una falsa realtà da lei stessa creata, nella pazzia, che non le permette neppure di comprendere la portata del reato che compirà.

Anche Edgardo, lo sfortunato amato, si pone come un personaggio diverso da quelli maschili che siamo abituati ad incontrare nel melodramma: è del tutto alieno dalla superficialità e dall’incoerenza, ad esempio, di un Alfredo, ma ciò purtroppo non basta a spostare i macigni del destino: renderà comunque impossibile la separazione dall’amata   Lucia attraverso la repentina azione di un pugnale.

La prima al Carlo Felice del 29 maggio ci ha offerto una bella prova di maturità artistica da parte di Andrea Bocelli, nei panni di un Edgardo  assolutamente credibile, mai retorico od eccessivo, del tutto padrone dello spazio scenico.

Zuzana Marková è stata una Lucia sempre più convincente, scaldando la voce man mano che gli eventi si susseguivano.

A Mariano Buccino (Raimondo) fragorosi segni dal pubblico di meritato gradimento. Del tutto all’altezza il resto del cast, che si ripresenterà a spettacoli alterni.

Sul podio padroneggia la   sicura bacchetta di Andriy Yurchevich.

Felice la regia di Lorenzo Mariani.

Elisa Prato