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L’approccio olistico nella cura dei pazienti cronici

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L’approccio olistico nella cura dei pazienti cronici

La ricerca del Prof. Giannini e della Dott.ssa Bodini pubblicata su European Journal of Clinical Investigation

La pandemia di COVID-19, causata dal nuovo virus SARS-CoV-2, ha comportato – dal punto di vista sanitario – la necessità di modificare drasticamente la gestione ambulatoriale di pazienti affetti da patologie croniche al fine di salvaguardarne la salute evitando loro, quando possibile, l’esposizione a rischi non necessari, come a esempio quelli connessi agli spostamenti per le visite programmate. I pazienti affetti da Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali rappresentano una popolazione particolarmente fragile, affetta da una malattia cronica che determina spesso manifestazioni cliniche debilitanti, e che sovente viene trattata con farmaci impegnativi che ne possono modificare la risposta immunitaria. La gestione di queste patologie richiede non solo conoscenze specialistiche approfondite, ma anche un supporto clinico e umano costante nei confronti dei pazienti da parte dei medici che li hanno in cura.

Il gruppo del Professor Edoardo G. Giannini, titolare della Cattedra di Gastroenterologia dell’Università di Genova e del Programma Dipartimentale per la Diagnosi e Terapia delle Malattie Infiammatorie dell’Apparato Digerente presso l’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, si occupa anche di ricerca scientifica nell’ambito delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali e attualmente gestisce a livello ambulatoriale più di 700 pazienti affetti da queste patologie. Il team medico del Programma, coordinato dalla Ricercatrice Dr.ssa Giorgia Bodini, oltre a offrire assistenza sanitaria specialistica e a rendere disponibili terapie innovative al fine di gestire nel modo più appropriato i pazienti all’interno della nostra Regione, ha da tempo istituito un indirizzo di posta elettronica “dedicato” al quale i pazienti possono accedere allo scopo di rimanere in contatto costante con il team clinico che li ha in cura. In questo modo i pazienti possono porre quesiti, esprimere dubbi e ricevere risposte inerenti la loro patologia anche al di fuori delle visite periodiche programmate, o richiedere ulteriori informazioni riguardanti la terapia già in essere. Questo tipo di sostegno telematico si è rivelato cruciale in un momento come quello determinato dalla pandemia di COVID-19, allorquando si è reso necessario evitare gli spostamenti dei pazienti pur cercando di far mantenere loro un contatto ininterrotto con gli specialisti, non solo per verificare il loro stato di salute ma anche per fornire loro un supporto scientificamente affidabile a riguardo dei timori che potevano insorgere da notizie riscontrabili su internet.

Sulla scorta del richiamo da parte dell’Ateneo a voler cercare di mantenere, anche nelle difficoltà contingenti, le attività di ricerca scientifica all’insegna di #UniGenonsiferma e sulla base delle indicazioni da parte dell’IRCCS Policlinico di concorrere al mantenimento degli standard di cura per i pazienti oltre che a voler contribuire – per quanto di competenza – alle attività di ricerca clinica correlate alla pandemia COVID-19, il gruppo guidato dal Professor Giannini e coordinato dalla Dottoressa Bodini ha appena concluso una ricerca che è stata accettata per la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica European Journal of Clinical Investigation.

Il gruppo di ricercatori ha evidenziato come nel periodo antecedente al 21 febbraio 2020, pur in presenza di notizie pubbliche inerenti il nuovo virus SARS-CoV-2, le richieste di informazioni da parte dei pazienti su eventuali misure di protezione, sulla possibile influenza di COVID-19 sulla loro patologia, o sui timori dell’infezione nel contesto delle terapie assunte fossero praticamente assenti. Al contrario, i ricercatori hanno evidenziato come dopo il riscontro del “paziente 1” in Italia e del Decreto che istituiva la “zona rossa” nel Lodigiano e a Vo’ Euganeo, il numero di richieste di informazioni sia incrementato del 142%, con un contatto su 3 avente come oggetto la richiesta di informazioni, o timori, riguardanti il possibile impatto dell’infezione sulla loro patologia, o sulla eventuale necessità di una rimodulazione della terapia assunta. In particolare, la parte significativamente preponderante (75%) delle richieste pervenute da pazienti in terapia con farmaci immunosoppressori o biologici riguardava COVID-19, mentre una parte minore dei pazienti non in terapia immunosoppressiva faceva riferimento a questo problema. Questo strumento di comunicazione, in un frangente nel quale le attività ambulatoriali indifferibili dovevano essere forzatamente sospese al fine di tutelare la salute dei pazienti evitandone gli spostamenti non urgenti, si è rivelato di grande utilità. Infatti, un altro risultato del lavoro del gruppo dei clinici universitari dell’Ospedale Policlinico San Martino è stato quello di avere evitato, attraverso il counselling a distanza, la sospensione autonoma dei farmaci nel 98% dei pazienti che assumevano terapie biologiche o immunosoppressive, dato rilevante in quanto una sospensione improvvisa di questi farmaci avrebbe potuto comportare la necessità di accesso urgente al Pronto Soccorso, con eventuali potenziali ricadute negative. Inoltre, ha permesso di mantenere un legame costante con i pazienti fornendo loro risposte basate su evidenze scientifiche, condivise con la Società Scientifica che a livello nazionale si occupa delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IG-IBD) e con l’Associazione dei Pazienti (AMICI), nonché continuità assistenziale e sostegno psicologico, dato quest’ultimo non trascurabile in una patologia per la quale gli eventi stressanti possono rappresentare fonte di riattivazione.

In sintesi, lo studio scientifico condotto presso l’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino da parte del Professor Giannini e della Dottoressa Bodini dell’Università di Genova ha mostrato come la presa in carico olistica dei pazienti affetti da patologie croniche, come le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali – condotta anche con modalità che siano in grado di mantenere un solido contatto a distanza – sia benefica per la migliore gestione dei pazienti, e si riveli utile anche nel corso di eventi inattesi come la pandemia COVID-19.