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La Traviata: ovvero Amore e Morte, come Verdi avrebbe titolato

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L'Arena del Mare a Genova

Domenica scorsa ha debuttato “La traviata” all’Arena del mare del Porto Antico, nell’ambito dell’iniziativa estiva del Teatro Carlo Felice “Ti porto all’Opera”, in replica fino al 1° agosto.

L’Arena è già di per sé uno spettacolo, un angolo di mare reso ancora più suggestivo dal passaggio frequente, dietro al palcoscenico, di silenziose, imponenti, illuminate navi da crociera.

Particolarmente suggestiva la scenografia, improntata sul colore rosso (già felicemente proposto dal regista Gallione nella rappresentazione del maggio 2018 ): rosso di sangue ma anche di vita che pulsa, che si sposa con quadri alternati in stile Luzzati, simbolici, stilizzati, audacemente moderni, ma che, nonostante i colori smaglianti, sottolineano un impatto  con ambienti sterili, di allegria forzata ed imposta.

Già nel preludio i violini richiamano l’aria di “Amami Alfredo”, anticipando la fine funesta della protagonista e la passione che serpeggia anche nella parte finale dell’opera, creando un clima di aspettativa e di pura emozione; la stessa aria torna nell’ultimo atto, quando Violetta si illude di aver ancora una vita davanti: poi il duetto sale  e ricade, accompagnando la sua morte.

L’attenzione per il buon vino di Verdi, figlio di un vinaio, è uno dei motivi che aprono l’opera.

Nell’atto primo è Violetta che propone l’ aria a tempo di valzer “Libiam nei lieti calici”, il brindisi più famoso nell’opera lirica.

Il vino scorre a fiumi tra danze e risate e rende coraggioso l’esitante Alfredo nel proporsi all’amata, intonando l’aria “Un di felice eterea” e ancora “Libiamo, amor fra i calici più ardenti baci avrà”.

Risponde Violetta “Godiam, fugace e rapido è il gaudio dell’amore, è un fior che nasce e muore..”

E’ evidente che Verdi non ha in simpatia il personaggio di Alfredo, rappresentato come un banale provinciale attento alle proprie voglie ma molto meno a capire l’essenza di Violetta e, più tardi, i suoi generosi comportamenti finanziari: per una donna abituata alla sostanziale umiliazione di essere pagata, il vero amore non ha prezzo.

La protagonista sarà in seguito affrontata dal padre di Alfredo, che insiste affinchè lasci libero il figlio, perchè il disonore che  questa relazione porta alla famiglia non comprometta il prossimo matrimonio della figlia.

Alla fine la donna accetta il sacrificio e il saluto del mancato suocero “Siate felice, addio!” suona come un ultimo dileggio.

Verdi avrebbe voluto il titolo di amore e morte perchè per “le donne perdute” è un insieme previsto e fatale, lo scontro fra i desideri e le beffe del destino.

Ne “La Traviata” si va oltre: vi è ogni tipo di sentimento, amore vero e mercenario, rispetto formale delle tradizione e degli affetti, familiari, dolore per sacrifici non compresi e sottovalutati.

E poi vi è la tisi, grande ispiratrice di melodrammi, quasi una punizione attesa per chi è fuori dalle regole: ma Violetta non si redime perchè muore, ella recupera la sua umanità perchè accetta l’amore e il sacrificio. Nonché per la sua intensa voglia di vita pulita, tanto da vendere persino i suoi beni per non essere mantenuta.

Un’opera contemporanea, che contiene, in sintesi, una proposta di revisione di mentalità nel campo del perbenismo e della parità morale tra i due sessi.

Ottima la prestazione dell’orchestra e di tutti gli artisti, eccellenti nel canto e perfetti nel “physique du role”. Particolarmente apprezzate anche dal numeroso pubblico le esibizioni di Angela Nisi (nel ruolo di Violetta è abilissima sia nelle prestazioni belcantistiche del primo atto, sia in quelle soffuse e sofferenti del declino) e di Stefano Antoniucci nel ruolo di  Giorgio Germont.

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Giuseppe Verdi (1813-1901) popola le sue opere con  personaggi appassionati e vitali, inseriti in vicende intense, nelle quali i protagonisti hanno modo di mostrare sentimenti e contraddizioni  con grande forza espressiva.

Il compositore era nativo della laboriosa e generosa provincia parmense, cresciuto  tra persone semplici ed autentiche, cosa che gli permise di veder chiaro nell’osservazione del vissuto  e di porgerlo in musica con visioni  concrete e volutamente innovative.

Concluso il ciclo decennale delle opere giovanili, cominciato con il Nabucco del 1842, Verdi incanala il proprio stile verso produzioni intimiste, più aderenti all’animo umano: nasce così la trilogia popolare, “Rigoletto” (1851), “Il Trovatore” e “La Traviata” (ambedue del 1853).

La prima rappresentazione de “La Traviata” avvenne al teatro La Fenice di Venezia  nel marzo 1853.

Musicata su libretto di Francesco Maria Piave, la storia della dolce Violetta è stata ispirata da “La signora delle camelie”, testo teatrale di Alexandre Dumas (figlio), tratto dall’ autore  dal proprio precedente omonimo romanzo, in cui si narrava la storia di Marie Duplessis, cortigiana ed amante di Dumas, morta giovanissima nel 1847, definita dallo stesso “una delle ultime e sole cortigiane provviste di un cuore.”

Verdi, che due anni prima aveva proposto “Rigoletto” ai veneziani, scrive nel gennaio 1853 a De Sanctis: “A Venezia faccio la Dame aux Camélias, che avrà per titolo, forse, Traviata, un sogeto dell’epoca. Un altro non l’avrebbe fatto per i costumi, pei tempi, per mille altri goffi scrupoli… Tutti gridavano quando io proposi un gobbo da metter in scena. Ebbene io ero felice di scrivere il Rigoletto…”

L’autore parla chiaro quando afferma di voler portare  l’attualità in scena, al fine di sfidare le ipocrisie e la doppia morale della classe media del tempo, quando un mantenuta costava circa  trecento euro attuali annui.

Probabilmente troppo ardita per l’epoca, l’opera fu un completo fiasco. Il pubblico veneziano fu sconcertato dell”ambientazione contemporanea: la stampa, con sottile doppiezza, diede agli interpreti, e in particolare alla soprano Salvini-Donatelli, che non possedeva il fisico del ruolo, la responsabilità del fallimento. Ma Verdi commentò: … “un fiascone e peggio, hanno riso. Eppure non ne sono turbato. Ho torto io o hanno torto loro. Per me… la rivedranno e vedremo! “E infatti un anno dopo i veneziani la rivedranno, con l’ambientazione retrodatata al Settecento: stavolta, misteri dell’animo umano, l’opera  piacque enormemente.

La donna che per amore rinuncia all’amore è un motivo ben conosciuto del  teatro ottocentesco, anche nella prosa, già presente nel tardo settecento e già introdotto da Verdi  nel Rigoletto.

D’altra parte anche il Nostro stava compiendo un cammino personale in quanto i trascorsi della donna alla quale si era legato, la soprano Giuseppina Strepponi, non erano proprio a tiro con la  morale dell’epoca: nonostante accogliesse il pensiero di Dumas, quello che conta è il contenuto del  cuore, Verdi impiegò quasi un ventennio,  dopo la vedovanza, prima di decidersi a sposarla.

E non dimentichiamo qualche affiorante contraddizione nella morente Violetta, che augura all’amato, finalmente consapevole della propria cecità, di trovarsi, dopo di lei e con la sua benedizione,“una pudica vergine nel fior degli anni”.

Elisa Prato