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Il Nano Morgante | La passione triste

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Il Nano Morgante | La passione triste
L'Invidia è un affresco di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova

L’invidia, uno dei vizi capitali, sanzionata con redenzione nella Commedia dantesca, non tarda a sorprendere nella sua dimensione applicativa, tale la vastità delle latitudini sociali  in cui trova espressione.

Con discreta probabilità di successo, è possibile credere che tale vizio sia frequentato prevalentemente dalle categorie sociali basse  nei confronti di quelle alte. E che quindi consista prevalentemente in una emozione di ostilità  del povero verso il ricco.

In realtà, tale “passione triste”,  per nominazione di  B. Spinoza, non  tarda a manifestarsi anche in casistiche inaspettate, in cui il titolare-detentore è, inconfessabilmente,  il ricco invidioso del povero: in buona sostanza, proprio di quel qualcuno di cui, in qualche modo e misura, si sente superiore.

Tralasciando al momento l’effetto generale per cui “l’invidia impedisce ogni rapporto conviviale”, scomodando W.Bion,  a latere è leggibile il fatto che la condizione democratica della Società contribuisce ad accentuare e radicalizzare, con i suoi presupposti di uguaglianza,  il vizio in argomento.

La pervasiva considerazione sottotraccia del “perché lui si e io no?” instilla una coda di conflitti emozionali che portano al patimento, più che per la propria condizione di disagio (economico, di norma), per un’altrui percepita condizione di agio; e che portano persino ad augurare danno agli altri.

Il godere dell’ altrui disagio, che traduce in soldoni un lato di questa passione triste,  è innegabilmente un’emozione inconfessabile e indimostrabile, nella misura in cui, a differenza di altri vizi,  tende a rendersi manifesta  solo nello sguardo del soggetto.

Resta ancora da rilevare la circostanza della prossimità socio-fisica  tra individui  quale condizione necessaria e sufficiente a provocare l’innesco, giacché è più facile e immediato provare invidia per il vicino di casa o il collega di lavoro che per un qualsivoglia magnate di cui la tv narra le smargiassate.

Il degrado etico-morale della Comunità umana, unitamente ai  fattori socio-economici  concomitanti e scatenanti,  pre-esiste già a livello di individuo, quando la sua idea performativa di esistenza e di relazioni interpersonali viene minata e compromessa  dall’ineluttabile presenza della  “passione triste” (cit.).

In sintesi, l’invidia è un vizio antico ineliminabile. Non per niente già Tacito, nel II secolo dC, sosteneva che “i vizi esisteranno fino a che esisterà l’uomo”. Massimiliano Barbin Bertorelli