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Racconti | The show must go in, quando lo spettacolo deve continuare

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Quindicesimo e ultimo appuntamento con la prima serie di racconti del musicista Piero Trofa. Come già spiegato, non è una collaborazione musicale, ma da scrittore. Trofa è molto conosciuto nell’ambiente dello spettacolo, ed è autore di colonne sonore per documentari e spot pubblicitari, ed insegna musica in scuole pubbliche e private.

Alla musica si dedica completamente, sempre con grande attenzione agli aspetti formativi e alle connessioni che esistono tra musica e filosofia, la sua grande passione.

Dal 1998 è presidente dell’Associazione Musicale Centro di Documentazione e Produzione Musicale “Ettore Panizza” con la quale organizza concerti ed eventi culturali in Italia e all’estero.

In questo suo quindicesimo racconto ci parla di quando sua madre morì, ma “THE SHOW MUST GO ON”…

                                                                                                                                                    Franco Ricciardi

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Ricordo sin nei minimi dettagli quell’infausta mattina del 17 dicembre.

Un mercoledì gelido e umido, di quelli che ti fanno venir voglia di rimanere chiuso in casa ad aspettare la sera, sperando che non accada nulla, perché te lo senti nelle ossa che qualunque cosa accada potrà essere soltanto nefasta. Ma quella sera dovevo suonare con Bruno – e di conseguenza anche con Mary – alla festa di fine anno di un Lions club, che si sarebbe tenuta a Villa Spinola, ché solo a vederla da fuori, quella costruzione fatiscente, metteva tristezza. Appena aprii gli occhi piombai nell’ansia, pensando a tutti i momenti che avrei dovuto vivere dalle sette di sera in poi: oltrepassate le strette colonne di pietra dell’ingresso, mi sarei ritrovato nello spiazzo di ghiaia e subito l’anziano posteggiatore mi sarebbe venuto incontro con l’inconfondibile camminata di chi non ne può più, ma è incatenato al suo destino.

Mi sembrava di udire la sua voce: “Mi raccomando, non ci metta troppo tempo a scaricare la roba, dovesse arrivare già qualcuno dei loro, e poi vada a mettere la macchina là dietro, al solito posto, che non si veda, se no quelle mi mugugnano…”. Quelle erano le due sorelle che organizzavano il catering, imprenditrici di eventi molto attive in città e fuori, ossessionate dall’estetica fino all’inverosimile. A me quella cura pareva fuori luogo per quella villa che sembrava sul punto di andare in pezzi dentro e fuori. Le prese di corrente, tanto per dirne una, erano ancora quelle degli anni sessanta, con due buchi, ed ogni volta dovevo ricordarmi di portare un vecchissimo riduttore, che tutte le volte che lo connettevo faceva un lampo. Mi vedevo, solo soletto, che montavo la strumentazione nel salone da ballo ancora deserto, illuminato dai vetusti lampadari di cristallo, la cui luce era a malapena riflessa dalla grande specchiera tutta macchiata di ossido, dalla cornice dorata scheggiata in più punti. Bruno e Mary sarebbero arrivati soltanto a cose fatte.

Lei era diventata ancora più livorosa dopo che avevo cambiato casa e automobile e si consolava facendomi apparire alla gente più come l’inserviente che il pianista di suo marito. Avremmo cenato noi tre soli, nell’immenso salone, come una bizzarra famiglia di nobili decaduti proveniente da un regno ai confini della realtà, in attesa che gli invitati, che avrebbero cenato al piano di sopra, scendessero a ballare, dopo la lotteria di beneficenza e il tradizionale scambio di auguri e regali. Più mi perdevo in quelle immaginazioni e più ero tentato di inventarmi una scusa qualunque per non andare. Ma le 200.000 lire del cachet mi facevano dannatamente comodo, con l’affitto più alto, le rate della mia nuova automobile, una Citröen Xantia Station Wagon, con motore ad iniezione diretta, cilindrata 1800. Anche il bollo era più caro e così l’assicurazione e poi c’eranto tutte le altre spese che non la finivano di aumentare. Il telefono trillò all’improvviso e vidi sul display il numero di casa di mia madre.

Era mio fratello: con un tono di voce pieno di stupore infantile, urlò: “Mammina sta male! Mentre facevamo colazione si è messa a gridare all’improvviso: “Mamma mia! Mamma mia!” poi è caduta dalla sedia e si è andata ad incastrare tra la stufa e il frigorifero! L’ho chiamata ma non rispondeva, allora ho chiamato l’ambulanza e sono venuti a prenderla e l’hanno portata al San Martino. Ora sto vado anch’io, vieni anche tu, presto, mi raccomando, non fare il menefreghista come al solito! Dobbiamo essere più che mai compatti contro i nostri nemici!”.  Riagganciò, lasciandomi nello sgomento e subito mi vestii e corsi al San Martino.

Appena entrai lo vidi, stava ritto in piedi, rigido come un palo, in fondo al corridoio di un bianco accecante, illuminato dalla luce artificiale. Solo a vederlo, capii che la situazione era di gran lunga peggiore di quello che avevo immaginato. Là lui era stato ricoverato soltanto un anno addietro; là era morto nostro padre e in quell’attimo rivissi come in un incubo anche quel terribile evento. Lui si voltò di scatto, mi vide e subito mi venne incontro a passi frettolosi e mi disse con una aria allarmata: “Ho già parlato con questi medici corrotti! Il complotto è giunto al suo culmine ed è sin troppo chiaro che vogliono colazionarci la madre! Ma io li ho già avvisati di stare molto attenti a come si muovono…”. I suoi occhi attestavano uno chiaro stato allucinatorio e mi stupii di riuscire a mantenere una certa lucidità, nonostante l’angoscia che mi aveva preso. Ormai avevo imparato a comprendere il senso dei suoi discorsi fatti di parole che sembravano non averne; molte parole le coniava sul momento, erano il frutto di una logica tutta sua, ferrea e tenace, che non aveva nulla a che vedere con quella insegnataci da Aristotele, ma che non finiva di sorprendermi per tutte le rivelazioni che conteneva. In quel caso credetti di capire che avesse voluto comunicarmi che siccome era stato strappato all’improvviso dalla gioia della colazione (per lui quello era uno dei rari momenti di relativa pace e piacere) e questo gli aveva generato una rabbia incontenibile, per sfogarsi aveva bisogno di individuare uno o più colpevoli del suo malessere. A questa temuta eventualità reagiva con un pensiero molto ardito: lui era più forte di tutti i suoi nemici perché era un dio, precisamente Odino, cioè un piccolo odio, ché certamente era lui il primo ad aver paura delle azioni terribili che avrebbe potuto commettere se fosse stato totalmente travolto da tutto l’odio che gli ribolliva dentro a causa della sua condizione coatta. Al sindaco di Bogliasco, preside dell’Accademia Delle Belle Arti, da lui considerato il suo nemico numero uno, e al suo professore di pittura, che aveva bocciato le sue opere dicendogli: “la pittura non è decorazione”, ora si erano aggiunti i medici dell’ospedale San Martino, vili sicari, che avevano in mente ti togliergli la sua unica fonte di sopravvivenza. “Vogliono eliminare nostra madre per distruggere me, capisci?! Sono invidiosi della mia arte e della mia immane potenza, per non dire della mia fulgida bellezza…” mi sussurrò, spaventato ed irato, poi aggiunse: “Sono su che ridono di me mentre fanno una lauta   colazione, al capezzale della nostra povera madre, invece di adoperarsi per salvarla. Perché credi che ci facciano aspettare qui, se non per fare i loro porci comodi?”. Si morse la mano dalla rabbia e proprio allora vidi arrivare i due medici. Mio fratello si voltò di scatto a guardarli con uno sguardo pieno di paura. Il più vecchio dei due, un tipo sulla cinquantina, brizzolato, corpulento, parve subito irritarsi nel vederci. L’altro, basso, giovane e magro, coi capelli neri ben pettinati, un naso affilato che rendeva il suo sguardo ancora più intelligente, dopo aver sorriso a mio fratello con un certo imbarazzo, mi lanciò uno sguardo, badando bene di non farsi scorgere da mio fratello, con cui sembrava implorarmi la massima complicità e poi ci disse: “Purtroppo devo confermarvi che vostra madre ha avuto un gravissimo ictus ed è in coma, la prognosi è riservatissima. Potrebbe non svegliarsi più, oppure essere fortemente debilitata”.

Mio fratello, dopo un primo attimo di smarrimento, si alterò e sbottò con violenza e temetti che stesse per prendere il medico per il bavero: “Non è possibile che alle soglie del terzo millennio in questa baracca non ci sia nemmeno un cane che possa fare nulla per salvare mia madre!”. Poi sibilò, con aria allusiva: “Sa… io sono il nipote di una persona molto influente, un magistrato della Corte di Cassazione di Roma…”.

A quel punto il medico corpulento gli voltò le spalle e fece per andarsene, scuotendo la testa, come chi vuole evitare di fare cose sconvenienti. Io tremavo come una foglia, lanciai uno sguardo al piccolo medico con il quale imploravo io il suo aiuto, oltre ad offrirgli tutta la mia solidarietà. Lui sembrò capire tutto e con un incredibile self control prima ci disse: “Scusate un momento”. Poi, con passi frettolosi, raggiunse il collega e li vidi sparire dietro una porta che dava su una scalinata immersa nell’oscurità. Mio fratello mi fissò con occhi smarriti e irati, era totalmente fuori di sé. Pensai con sconcerto che il padiglione di psichiatria era lì vicino e mi chiedevo se quei due fossero andati là a cercare rinforzi. Intanto mia madre era là, sola ed agonizzante, sdraiata in un lettino, in una delle innumerevoli stanze in uno dei piani superiori. Perché non mi svegliavo da quell’incubo? Trasalii nel sentire mio fratello parlare ancora; mi disse con voce ancor più concitata e sprezzante: “Non puoi comportarti sempre da vigliacco! Non hai detto una parola in difesa di nostra madre a quei due monatti! Se non ci fossi stato io l’avrebbero già ammazzata! La lasceresti morire senza batter ciglio, pur di tornare alle tue squallide occupazioni, vero? Pensi solo ai soldi, sei uno schifoso!”. Rimasi annichilito. Per fortuna intervennero gli dei, dico questo con estrema convinzione, perché altra spiegazione non so ancora dare: il piccolo medico riapparve come dal nulla. Era solo e con un tono pieno di umanità, ma anche fermo, si rivolse a mio fratello, guardandolo dritto negli occhi e costringendolo ad abbassare i suoi: “L’operazione si può anche fare, se proprio lo volete. Ma mi preme avvertirvi che sarebbe un inutile quanto impietoso accanimento terapeutico, dato il gravissimo stato in cui versa vostra madre: c’è il rischio che, anche se l’operazione dovesse riuscire, cosa peraltro assai improbabile, nel migliore dei casi rimarrà in uno stato vegetativo che potrebbe durare anni, fino alla morte. Certo, un miracolo può anche succedere e abbiamo anche il diritto di sperare, ma credetemi, la situazione è veramente compromessa e siamo davvero dispiaciuti, per lei e per voi figli. Vi prego di rifletterci e di comunicarci la vostra decisione…”. Durante tutto quel discorso, vidi il volto di mio fratello passare dalla paura, rabbia e furore, ad una sofferta contrizione, quasi gli vennero le lacrime agli occhi e percepii lo sforzo sovrumano che fece per non cedere al pianto, ché per lui mostrarsi debole significava esporsi alla crudeltà del nemico, che per lui, soprattutto in quel momento, era l’umanità tutta, me compreso. Ero comunque in preda alla più cupa disperazione e grande fu la mia meraviglia quando, dopo che il medico ebbe finito di parlare, lo vidi sospirare e proferire, con un filo di voce e tirando su con il naso: “E sia. Allora speriamo tutti che si riprenda…”. Mi guardò, sorridendo nervosamente e con una smorfia di disgusto, probabilmente con l’intento di minacciarmi, poi aggiunse, come fra sé e per farsi coraggio: “Mammina è forte! Ce la farà!”.

Percepii anche l’enorme fatica che il medico fece per trattenere un sospiro di sollievo, poi disse con vigore e rivolgendoci uno sguardo incoraggiante: “Siate certi che faremo tutto il possibile per assistere vostra madre al meglio”. A quelle parole mio fratello si commosse ancor più e il medico colse l’attimo propizio per congedarsi. Quando fu lontano, mio fratello si voltò di scatto a guardarmi e mi disse con voce rotta e gli occhi lucidi: “Mammina tornerà a casa, ne sono sicuro! Ma noi adesso dobbiamo restare qui di guardia, perché questo posto è pieno di gente malfidata… Giura che non farai come al solito che ti defili, tu e la tua fottuta brama del maledetto denaro!”. E proprio in quel momento squillò il mio telefono e mio fratello mi fece un cenno imperioso di non rispondere. Con il tono di chi si scusa con la massima mortificazione, gli dissi che qualunque notizia fosse, era meglio sapere che non sapere e lui parve molto impressionato dalle mie parole e mi concesse di rispondere, ma mi ordinò di andare fuori, ché là dentro di certo era pieno di microspie. Così, finalmente mi ritrovai solo e potei tirare un poco il fiato, ma durò solo un attimo. Era Mary. Senza nemmeno chiedermi come stavo, mi apostrofò con aria inquisitrice: “Si può sapere cosa succede? Ti ho chiamato tanto, al numero della tua splendida magione, non hai risposto e mi sono preoccupata! Ti ricordi, spero, che stasera abbiamo la serata con i Lions a Villa Spinola! Non è che magari ti sei impegnato con qualcun altro che ti dà di più e perciò ti dai irreperibile? Sarebbe un disastro per me e Bruno, oltre al danno economico sai che brutta figura ci faresti fare con quella gente altolocata che già ci guarda dall’alto in basso? Sarebbe comunque strano che tu abbia trovato un’altra serata, visto che è mercoledì… Già, che sotto Natale ci sono ante feste aziendali e quelle le pagano bene e tu sei diabolico… Come?! Ma non mi dire! Tua madre ha avuto un ictus? Non ci credo! Oddio, non sai quanto mi dispiace!”. Oltre allo sconcerto e alla curiosità, percepii anche senza vederla un moto di gioia. Voleva saper tutto: “Dov’è che l’hanno portata? Ah, a San Martino. Ma perché non la portate a Sampierdarena, là c’è una mia amica che fa l’infermiera, conosce tutti i medici, le parlo io e te la trattano meglio, che negli ospedali pubblici non è che tutte le infermiere trattano i pazienti tutti allo stesso modo! Anche mia madre la ricoverarono a San Martino, era sempre stata bene ma poi le trovarono un tumore e se ne andò in pochissimo tempo, se ci penso mi viene da piangere! C’è stata tanto ricoverata, là, l’ho sempre dettoche quel posto porta sfiga, tutti quelli che conosco ne sono usciti morti. Madonna, ricordo il giorno che morì mia mamma, mi sembra ieri: pioveva che dio la mandava! Sapessi quanto mi manca! È inutile, lo dico sempre: per i figli non c’è niente di più brutto della morte della mamma, maschi o femmine che siano, è un legame troppo profondo, non c’è paragone con quello con il padre, a quella testa di cazzo del maschio glielo ripeto tutte quelle rare volte che si degna di venirmi a trovare e finisce sempre che mi insulta e allora bisticciamo: “quando morirò verrai a fare sulla mia tomba per dirmi quanto mi volevi bene e quanto ti manco! Invece dovresti dirmelo ora che son viva! Ti pentirai e sarà troppo tardi!” Eh, sì, caro mio, dobbiamo goderci le persone care quando ci sono, perché il tempo vola via in un momento e poi ti ritrovi con un magone che non passerà mai, per tutto quello che potevi fare e non hai fatto! Un anno fa dovetti andare a presiedere all’esumazione di mia madre e quando vidi i suoi resti a momenti mi veniva un colpo. Aveva ancora tutti i capelli, per un attimo mi è sembrato che dormisse e mi aspettavo che da un momento all’altro si girasse a guardarmi e mi parlasse, più che paura mi fece una tristezza che non ti dico, ci pensai per giorni, ci penso ancora, non me lo posso dimenticare, a volte non riesco a dormire… Ma vedrai che tua madre si riprenderà, adesso la scienza fa miracoli, figuriamoci! Fatela operare! Come, vi hanno detto che è meglio di no? Ma lo vedi che dovevate venire a Sampierdarena! Davvero, dimmelo, che mi metto subito in moto, che ci vuole, telefono alla mia amica, figuriamoci, per gli amici faccio questo ed altro! Sapessi quanto mi dispiace, poverina! Ci siamo sempre sentite al telefono, la chiamavo quando tu sparivi, ci tenevo tanto a conoscerla di persona, anche se è una che sta sempre un po’ sulle sue. Però era gentile… Beh, allora mi raccomando stasera, sai che devi arrivare là al massimo alle sette, così monti tutto con calma come sai fare tu e tutto funzionerà alla perfezione come al solito e Bruno darà il bianco! Ci tiene a far bella figura, l’ho sentito poco fa, stava preparando il vestito, sai quanto è vanitoso, è comprensibile, bello com’è… Lo so che non ti senti di venire, però… 200.000 lire a testa vengono bene di questi tempi, con tutte le spese che ci sono. Certi eventi non si possono annullare, quella gente ci aspetta da mesi, vogliono Bruno, ci siamo impegnati, sai come son fatti i ricchi, pretendono. Non farci scherzi! Ora vado, perché ho da fare un sacco di telefonate ancora. Io lavoro per voi giorno e notte, che ti credi, non ci pensi perché sei troppo abituato ad avere la pappa pronta. Ci vediamo stasera, sii puntuale. Ah, e mi raccomando di non metterti a raccontare a tutti che tua madre sta male, sai che cazzo gliene frega a loro, mica sono come me che mi preoccupo per tutti e ricevo solo calci in bocca. Ma poi è giusto, se ci pensi. Ti direbbero: e allora perché sei venuto? Te ne rimanevi a casa col tuo dolore. Vengono là a divertirsi, mica per ascoltare piagnistei. Quindi, bocca chiusa, fatti forza e cerca di sorridere. Lo sai come si dice: lo spettacolo deve andare avanti”.

Dopo queste ultime parole inglesi, dette con pessima pronuncia, Mary troncò di netto la comunicazione, forse temendo più le dicessi che non sarei andato, piuttosto che la ricoprissi di insulti. Ma io non avrei fatto né l’uno né l’altro, ero semplicemente annichilito, e non sapevo dire se più per la sua sfacciataggine o per la sua ipocrisia. Sollevai lo sguardo e vidi mio fratello, sulla soglia della porta, mi fissava con aria da agente segreto e ogni tanto faceva discreti gesti d’impazienza. Il telefono trillò ancora. Bruno. Mi diedi dell’idiota per avere detto a Mary la disgrazia che mi stava succedendo, ci si era buttata su come un avvoltoio, ma ormai il danno era fatto e non potevo fare altro di stare a guardare dove voleva arrivare. Sotto lo sguardo indagatore di mio fratello ascoltai quel che Bruno aveva da dirmi: “Ciao amigo. Ho saputo haora che tu mamà sta muy mal e querìa comunicarte toda mi fuerza y cariño. Yo compriendo che te pesa suonare stasera, quando morì mi mamà non volevo mangiare, non volevo fare più nada. Ma te pregunto un favor de hombre a hombre: fatti forza e vieni a suonare, sono seguro che tu mamà ne avrà conforto también. E tu sabe che para mi el dinero non ha tutta quella importancia, solo che in questo caso tengo bisogno di quelle 200.000 lire, ché se non li prendo il padrone di casa ci butta fuori”. Lo sguardo di mio fratello era diventato davvero angosciante e per togliermi da quell’impaccio, o per meglio dire, per avere solo un impaccio, risposi a Bruno: “Non preoccuparti, stasera ci sarò senz’altro. Anch’io ho bisogno di 200.000 lire…”.

Poi mio fratello ed io rientrammo precipitosamente in ospedale, come se fossimo certi di trovarvi il medico pronto a dirci la cosa che più temevamo. Invece trovammo un’infermiera che aveva l’aria di sapere chi fossimo e perché vagassimo in quei meandri. Ci disse che le condizioni di nostra madre erano stazionarie e ci consigliò di andare a mangiare qualcosa, tanto al momento non potevamo vederla. Il suo tono di voce e i suoi modi erano imperiosi e molto simili a quelli di nostra madre e mio fratello l’ascoltò fiducioso e mi fece segno di seguirlo.

Frattanto si era messo a piovere, una pioggia sottile ma insistente che minacciava di durare tutto il giorno, fino a sera. Rabbrividendo, pensai che di lì a poche ore avrei dovuto fare parecchi viaggi per tirare fuori tutto l’armamentario dal bagagliaio e portarlo nella villa; un oggetto per volta, perché con l’altra mano avrei dovuto reggere l’ombrello ma mi sarei bagnato lo stesso. Eravamo entrati in un baretto, negli immediati dintorni, e ordinato due toast e due birre. Erano anni che non succedeva un fatto del genere. Seduto sullo sgabello alto, cercavo di non guardare mio fratello, attraverso i vetri fissavo il grande e panciuto gatto di gomma posto di fianco al palazzo della RAI, dall’altra parte di Corso Europa, su cui sfrecciavano le auto e i bus sollevando nuvole d’acqua. Mi venne in mente che un tempo nemmeno tanto lontano, in luogo di quelle corsie e quegli orribili palazzi di cemento si estendevano uliveti a perdita d’occhio e sulle colline filari di vigne e certamente, con un tempo simile quel paesaggio doveva essere stato malinconico ma non così opprimente. E mi sentii anche più oppresso nel guardare mio fratello che addentava il tramezzino con gli occhi sbarrati, come se fosse sul punto di morire di fame. Ma non era la semplice fame della pancia, piuttosto ira e smarrimento e mi dava un’angoscia indicibile solo cercare di immaginare che genere di pensieri si stesse agitando in quella testa e mi meravigliai che nonostante tutto, stessi riuscendo a mandare giù i bocconi. “Mia madre sta morendo”, ripetei incredulo dentro di me. Mi ricordai di quando, dopo il trasloco, era venuta a vedere l’appartamento in cui mi ero trasferito con la mia famiglia: “Questa casa non è poi tanto male, finalmente posso morire in pace.” Mio fratello proruppe tutt’ad un tratto, ridestandomi da quei ricordi: “Mi ha detto che vuole andare a stare nella nostra cappella di famiglia e precisamente di fronte a suo padre e sopra a sua madre”.

Il tono di voce di mio fratello mi era sembrato identico a quello di mia madre, calmo e risoluto, minaccioso, e con un brivido pensai ad una possessione e ci mancò poco che mi rivolgessi a lui come se fosse lei: “come! Vuoi farti seppellire nella nostra terra e lasciare da solo mio padre, là nel cimitero di Recco, dove rimarrà per chissà quanti anni?”. Mio fratello mi fissò come se mi avesse letto nel pensiero e mi sentii mancare.

Dunque era assolutamente certa che la sua ora era arrivata! Più che profetizzare la propria morte, stavolta l’aveva invocata e voluta con tutta se stessa, cogliendomi totalmente impreparata, perché di profezie nefaste ne aveva proferite talmente tante, sin da quando noi figli eravamo piccoli, che col passar del tempo non ci avevo più fatto nemmeno caso, convinto che ci avrebbe seppelliti tutti.

Stavo male, ma non mi sentivo in colpa, soprattutto non mi riusciva di piangere. Non sapevo se mi angosciasse l’eventualità che lei rimanesse in stato vegetativo per anni o se morisse. Nell’uno come nell’altro caso tutti i nostri parenti, compreso mio fratello, avrebbero preteso che mi trasferissi nella nostra vecchia casa assieme alla mia famiglia, in modo da accudire soprattutto lui. Ma se questo avrebbe fatto dormire a loro sonni relativamente tranquilli, a me avrebbe distrutto la vita. La mia mente era sconvolta da quel turbine di pensieri, mentre in petto imperversava una tempesta di sentimenti contrastanti: la pietà e l’amor fraterno lottavano aspramente contro un fortissimo senso di ribellione. In quel caos di sensazioni, ogni tanto spiccava un’intuizione che non avevo modo di mettere completamente a fuoco e me ne dolevo, perché sentivo nel profondo che era la chiave di volta per fare la mossa giusta e salvarmi. Avevo capito che dovevo sciogliere quel nodo che avevo sempre sentito nella pancia sin da quando ero piccolo, proprio come se il cordone ombelicale non fosse mai stato reciso. Anche mio fratello aveva lo stesso problema, solo che lui era stato anche fagocitato da nostra madre e poi assimilato in una devastante simbiosi. Io e lui eravamo le due facce della stessa medaglia; ma in quel momento mi pareva di essere io quello più in difficoltà, aveva l’aria di saper tutto quel che andava fatto in quei prossimi giorni nefasti e quasi lo invidiavo. “Oh, ma adesso sono io che deliro!” mi dissi alla fine, destandomi da quelle elucubrazioni. Guardai l’orologio, si avvicinava sempre più velocemente il momento in cui mi sarei dovuto recare a Villa Spinola e sentivo di non avere la forza, ma dovevo trovarla, perché era vero che quelle 200.000 lire mi servivano maledettamente. E fu proprio quando ormai dovevo andare che ci fu concesso di vederla. Aveva una camera tutta per sé ed entrammo era intubata e non ebbi il coraggio di guardarla. Invece mio fratello le si fece troppo da presso e cominciò ad esaminarla con l’attenzione di un medico legale, l’auscultò. Poi, sotto gli occhi perplessi dell’infermiera, prima aprì i cassetti del comodino, poi diede un’occhiata nell’armadietto. Gli dissi che dovevo andarmene e lui mi guardò con evidente disgusto. Della serata al servizio dei Lions, a Villa Spinola, ricordo tutto in modo nitido. Quando arrivai, per fortuna non pioveva; il piazzale di ghiaia era allagato, il posteggiatore si limitò a farmi un lesto cenno di saluto da lontano, già a quella distanza percepivo tutta la sua voglia di non essere là. Non mi pesò poi troppo portare dentro la strumentazione e allestire il palchetto, faticare mi distraeva. Mary e Bruno arrivarono giusto in tempo per sedersi a mangiare. Subito mi chiesero come stava mia madre e si scusarono di non essere riusciti ad arrivare prima per aiutarmi: “Abbiamo avuto una giornata terribile”. – Disse Mary, con tono poco convinto e senza approfondire. Ci accomodammo al tavolo, apparecchiato in modo perfetto, avevamo tre bicchieri di cristallo a testa, posate d’argento, i tovaglioli erano di pregiata fattura come la tovaglia. Bruno era visibilmente contento di quell’eleganza, mentre Mary era a disagio. Dopo poco sopraggiunse cameriere sulla quarantina, alto e atletico, elegantissimo, con la sua bianca livrea dagli alamari e le spalline annodate color oro. Servì gli antipasti, Mary per la prima, come da galateo, proferendo un rispettoso: “Signora…”. Lei si voltò di scatto a guardarlo, con occhi obliqui, increduli, più imbarazzata che lusingata, e gli rispose con tono di eccessiva confidenza: “Qua signore non ce ne sono, chiamami Mary, siamo gente che lavora come te!”. Il cameriere ebbe un lievissimo trasalimento e si lasciò sfuggire un quasi impercettibile sorriso come di sprezzo, era più una smorfia. Non rispose e si dileguò. Mary ci rivolse a me e Bruno uno sguardo interrogativo; quando il cameriere tornò a prendere i piatti, lei li aveva accatastati tutti davanti a sé e prontamente glieli porse e gli disse, con un sorriso con cui invocava complicità: “Se non ci aiutiamo tra di noi…”. Il cameriere ebbe di nuovo un flebile sussulto e con tono deciso e inequivocabilmente sprezzante, le rispose: “Grazie, signora!”. Quindi si dileguò di nuovo e Mary lo seguì con uno sguardo perplesso, poi osservò: “Certo che ce n’è di gente strana a questo mondo…”. Bruno le disse: “Devi smetterla di dare confidenza a chiunque, specialmente ai camerieri. Loro sono qua per servire, non per fare conversazione. Cerca di comportarti da signora almeno per una volta”.

Quella sera si era messo una giacca rossa fiammante e anche un papillon di raso del medesimo colore della giacca. Mary aggrottò la fronte che si riempì di mille rughe e sbottò risentita: “Ma che dici! Comportarmi come una signora? Io non sono mica un’ipocrita! Sai che cazzo me ne frega di apparire per quella che non sono! Il bello è che mi conosci meglio di chiunque altro! Come ti viene in testa di farmi un discorso del genere!”. “Già, come gli è venuto in mente?” Mi chiesi. Il cameriere tornò con i primi e Mary lo inquisì con il tono di chi esige riconoscimento: “Pensa che mio marito, mentre sei andato via, mi ha detto che non dovrei darti confidenza perché sei un cameriere! Ma io, anche se ora faccio la manager di un grande musicista, sono rimasta la stessa, sono una persona alla buona, mi perdoni, ma è più forte di me, mi viene spontaneo dare una mano a chi lavora, non mi do mica tutte le arie che si danno quelle signore che adesso, al piano di sopra, son là sedute che mangiano e si fanno aria con il ventaglio. Lei non ci crederà, ma non le invidio per niente, se mai loro invidiano me. Vedrai se non è vero, perché a voi camerieri non scappa niente, che quando scenderanno, cominceranno a mangiarsi con gli occhi mio marito, quelle arpie, vogliose come sono, dato che hanno fatto tutte un matrimonio d’interesse e un bell’uomo come lui se lo sognano! Eh, beh, mi dispiace per loro, ma mio marito non ha occhi che per me, ormai me lo sono accaparrato io (si batté sul petto con violenza), perciò si attaccano al cazzo!”.

Più parlava e più si faceva aggressiva, come se quelle arpie fossero già discese e avessero circondato il nostro tavolo, intenzionatissime di portarle via il suo Bruno. Il cameriere ci servì senza proferire parola, il suo volto sembrava scolpito nel marmo. Guardai Bruno e mi parve che stesse facendo uno sforzo sovrumano per non dare in escandescenze. Si era arrabbiato molte volte con Mary, negli ultimi tempi, alla fine dell’ultima serata che avevamo fatto, quando lei, davanti ad alcuni nostri aficionados, con i quali ci eravamo fermati a fare due chiacchiere, gli aveva intimato di smetterla di bere, lui le aveva sibilato, digrignando i denti: “Finiscila di starmi addosso, sei solo un mucchio di panni sporchi!”. Lei allora si era morsa le labbra ed era sceso un silenzio imbarazzante su tutti noi e ciascuno aveva guardato altrove. Ma adesso Bruno sembrava intenzionatissimo ad apparire un signore e non mosse alcun appunto alla moglie. Li guardavo e intanto pensavo che a pochi metri di distanza, in una delle centinaia di camere dell’ospedale San Martino di Genova, mia madre stava agonizzando e sia pur nello sgomento, non riuscivo a scacciare l’idea che in tutto quello che stava accadendo c’era un senso decisivo che dovevo svelare, se volevo salvarmi. Gli invitati quella sera, per ironia della sorte, erano allegri più che le altre volte, anzi, a dire il vero, non avevo mai trovato un clima così festoso, in quella villa che sapeva più che mai di decadenza.

Il vasto salone risuonava del loro vocio e delle risa, erano tutti alticci, soprattutto gli uomini, paonazzi in viso per avere bevuto vino a volontà. I loro corpi emanavano un calore talmente intenso che i vetri delle alte finestre erano tutti appannati. Bruno girava tra i ballerini e faceva ridere il suo sax, appariva perfettamente a suo agio in mezzo a quella folla schiamazzante di figure eleganti, tutti facevano “oh” per l’ammirazione e la simpatia, era il protagonista assoluto come aveva sperato. Mary lo fissava con occhi pieni di ammirazione, ma a volte faceva girare intorno gli occhi da selvaggia, come temendo che all’improvviso potesse arrivare un pericolo da una qualunque direzione. Una signora, socia anche del circolo Serenissima, mi si avvicinò tutta sorridente e mi disse: “È bello ritrovarla! Mi suona “Il nostro Concerto”?”.  Vidi Mary alzarsi dalla sedia e dirigersi subito verso di noi con passo battagliero: con un sorriso chiaramente minaccioso e guardandola di traverso, spiegò alla signora: “Mio marito conosce il suo mestiere e svolge il suo programma, perché è un artista autentico, non uno qualunque. Perciò non si fanno richieste. Stia pure qui seduta tranquilla a sentire, oppure balli, se preferisce, vedrà che si divertirà in ogni caso! “. Mi aspettavo che reagisse risentita, invece la signora sgranò gli occhi sbigottita e si ritirò in buon ordine. Io non vedevo l’ora d’andarmene e quando finalmente la serata terminò e restammo solo noi tre in quel salone che sembrava più esausto di noi, maturai l’idea di recarmi all’ospedale una volta finita la serata per cercare di vedere mia madre. E non mi stupii più di tanto nel sentirmi dire da Mary, che al solito mi fissava con i suoi occhi bovini, mentre smontavo la strumentazione e ad un certo punto mi disse: “Vai a trovare tua mamma, adesso, vero? Ho indovinato! Eh, io sono una maga, leggo dentro la testa di chiunque, perciò stai attento a quel che pensi di me!”. Dopo aver riso sguaiatamente, si fece seria e mi disse con tono rispettoso: “Fai bene. Anch’io lo farei. E poi è qui a due passi – Mi sorrise incoraggiante: – Vedrai che starà meglio. Mi raccomando, fammi sapere”.

Arrivai all’ingresso dell’ospedale che era l’una e mezza. La penombra artificiale, il silenzio sepolcrale che regnava nell’ingresso deserto, mi diede l’impressione di essere entrato nell’anticamera di un avveniristico aldilà. Nel gabbiotto della reception c’era un tizio brizzolato, al quale chiesi se potevo vedere mia madre: “Certo che può vederla, salga su, troverà l’infermiera” mi disse con tono gentile e per un attimo rimasi sospeso, incredulo, nel tempo e nello spazio. Poi mi riscossi e salii le scale avvolte nel semibuio, con il cuore gonfio di speranza e curiosità. Pensavo a Odisseo, che prima di tornare a casa da Penelope aveva dovuto incontrare l’ombra di sua madre nell’Ade e lei per prima cosa lo aveva rimproverato per non essere stato capace di rivederla prima che morisse.

Salito al piano, avanzai incerto e circospetto nel corridoio e trasalii quando, all’improvviso mi apparve l’infermiera, come se fosse sbucata dal nulla. Era una donna bruna di capelli e di carnagione pingue, dal bel viso e lo sguardo dolce e dai modi amorevoli. Mi disse di seguirla e mi condusse nell’ultima stanza, in fondo al corridoio. Là, mia madre giaceva sul lettino, attaccata alla macchina, intubata e con aghi nel braccio e cannule nel naso. Il suo respiro ansante nella mascherina di plastica, i cicalini che suonavano ad intervalli regolari, mi avrebbero dato l’impressione di essere stato catapultato davvero nel futuro, se non avessi visto nel cielo, attraverso la grande finestra, la luna alta e splendente, appena spuntata da dietro nuvole che, come per incanto, si erano diradate e fuggivano come cani nell’angolo remoto della volta celeste. Era piena, un enorme disco d’oro rosa, non l’avevo mai vista così grande. Guardai appena il collo di mia madre e mi si chiuse la gola, come se due mani forti e spietate me la stessero stingendo. Mi mancava l’aria, non riuscivo a ingoiare la saliva, e resistei solo perché l’infermiera mi sorrise incoraggiante. Eppure, nonostante tutta quella pena e angoscia, non mi uscì una sola lacrima, ero soprattutto incredulo. “Non può sentirla…” proferì tutto ad un tratto l’infermiera, indicando mia madre con un cenno rispettoso, poi ad un tratto le afferrò una clavicola e gliela strizzò violentemente; trasalii e feci per gridare, ma il grido mi morì in gola nel vedere madre rimanere assolutamente inerte. “Vede? Non ha la minima reazione” aggiunse l’infermiera, con tono triste e come scusandosi. Solo allora notai che la manica della maglia intima di mia madre aveva uno sbrego e il cuore mi si strinse. Ma mi arrabbiai anche, sapevo che quella scarsa di cura di sé era proditoria, lei voleva si sapesse che i suoi figli la trascuravano, uno perché pazzo, l’altro perché egoista. Adesso mi sembrava di udire la sua voce grave e severa: “Ed io che li ho accuditi fino allo sfinimento sin dal giorno in cui sono nati!”. L’infermiera mi guardò perplessa, come se leggesse sul mio viso costernato tutti i miei sensi di colpa, e mormorò compunta: “La lascio solo. Stia quanto vuole, volevo solo che sapesse che sua madre non può sentirla, tantomeno risponderle”. Quell’ulteriore monito mi ferì. Si vedeva così tanto che avevo un disperato bisogno di parlare con lei, di chiarire, di dirle tutto quel che non le avevo detto mai? Una volta rimasto solo, mi accostati al letto e sussurrai timoroso: “Mamma…” e subito lei emise un suono gutturale orrendo. Un brivido gelato mi corse lungo la schiena, credetti di avere sognato, ma non c’era dubbio, ero sveglio. In preda al terrore, feci per uscire dalla stanza a chiamare l’infermiera, ma udii di nuovo quel suono orrendo e rimasi paralizzato. Per quanto per nulla somigliante ad una parola, mi era suonato come un rimprovero, un’accusa, o forse una domanda dalla cui risposta dipendeva la mia vita e quella di chi mi era più caro al mondo, cioè mia moglie e mia figlia. Perché ma come in quel momento sentii che mia madre aveva preso come un tradimento il fatto che mi fossi fatto una famiglia; mi aveva concepito apposta perché restassi sempre con lei ed io l’avevo intuito sin dal giorno che ero nato, anzi forse anche quando ero nel suo ventre e per questo eravamo stati in lotta ed ora eravamo prossimi all’epilogo. Ma sentivo anche che quella terribile situazione, a indagarla fino in fondo, non era dipesa dalla sua volontà, né dalla mia, e ricordavo bene di averla anche amata e di avere ricevuto anche amore sincero da lei.

Era una maledizione, nel senso letterale della parola. Male-dizione: più chiaro di così! Lei mi aveva rivolto l’enigma e soltanto io dovevo scioglierlo per spezzare il sortilegio. Ma sarei mai riuscito solo che a decodificare quel suono orrendo e inarticolato? Mi venne in mente un fatto spaventoso che mi era stato raccontato e rabbrividii: una donna di cent’anni, dalla fortissima personalità come mia madre, era morta proprio di ictus e nel giro di pochi mesi erano morti anche suo figlio di settant’anni, per un tumore al pancreas fulminante, e i suoi due nipoti, figli di suo figlio, anche loro di tumore al pancreas. Li aveva amati così tanto da portarseli nell’Ade con sé. Quel pensiero orribile mi scacciò e mi passarono davanti agli occhi della mente tutte le scene della vita con lei, le storie che mi aveva raccontato della sua famiglia e ad un tratto ebbi l’impressione di afferrare il senso di tutto quel dramma e di poterlo risolvere, ma poi tutto si confuse e svanì. “Mamma…” ripetei, ma lei non rispose. Guardai tutti quei quadranti, forse sperando di leggere là la soluzione: tutte le linee continuavano a correre in avanti, all’infinito, i numeri variavano di continuo, non sapevo se preoccuparmi o sperare, ché non ci capivo niente. Ma la cosa che più mi sorprendeva era che non mi veniva minimamente da piangere, per quanto non fossi affatto sereno. Se solo avessi potuto capire quel che realmente stava succedendo: “Ora vado. A domani mamma…” le sussurrai, temendo e sperando al tempo stesso di sentire ancora una volta quell’orrendo suono gutturale: forse questa volta sarebbe riuscita ad articolare almeno una parola e avrei capito ogni cosa e mi sarei salvato. Ma lei rimase immobile, con gli occhi chiusi, tutta la sua persona aveva un che di solenne. Uscii, cercai l’infermiera, ma la sua stanza, pur con la luce accesa, era vuota ed ebbi di nuovo l’impressione d’aver sognato tutto. In preda al terrore scesi le scale a rotta di collo e finalmente mi ritrovai all’aria aperta.

Aveva smesso di piovere, ma tutte le cose erano bagnate e risplendevano sotto la luce dei lampioni, immote e gelide. “Mamma è morta”, disse una voce dentro di me e rabbrividii di nuovo, mi sforzai di piangere, ma non ci riuscii. Mi infilai in macchina e finalmente me ne tornai a casa. Nel letto trovai anche mia figlia e solo a quella vista mi passò ogni senso di angoscia e di smarrimento. Almeno una cosa mi parve chiara: se non avessi avuto loro, non sarei sopravvissuto alla morte di mia madre, non solo perché lei era l’unica persona di cui mi fidavo ciecamente: gli dei sarebbero scomparsi dal mio orizzonte di pensiero, perché la mia famiglia era il mio destino. Su quest’ultimo pensiero, sprofondai in un sereno sonno senza sogni.

La mattina dopo, quando il mio telefono trillò ebbi un sussulto e subito schiacciai il tasto, senza nemmeno guardare il display. Una voce maschile profonda, dopo aver detto: “Qui è l’ospedale San Martino”, mi comunicò che mia madre era deceduta da pochi minuti. Non ero sorpreso, anzi, dovetti ammettere che ci avevo sperato, ma fu comunque dolorosissimo, avvertii uno strappo alla bocca dello stomaco e la testa cominciò a girare. Ma nemmeno allora ebbi un moto di pianto. Ripensai a tutte le infinite volte in cui lei ci aveva profetizzato che a causa del nostro cattivo comportamento sarebbe morta. Ora la profezia si era avverata ed io forse non riuscivo a piangere perché non ci credevo. “È da dopo la mia fuga che lei ha cominciato a desiderare di morire e lui (mio fratello) che sicuramente ha percepito i suoi sentimenti, per non odiarmi fino al punto di volermi uccidere (io e lui avevamo sempre rivaleggiato per ottenere tutta l’attenzione di nostra madre), ha preferito sprofondare del tutto nella follia”. Così pensai, sia pur con riluttanza, e provai infinita pena per mio fratello. Se davvero la verità era quella, il suo era stato un atto di grande amore nei miei confronti. Mi misi davanti allo specchio e subito non mi riconobbi. Il mio volto aveva un aspetto estraneo. Poi notai che sulla guancia sinistra mi era comparsa una ruga profonda, un vero e proprio solco lungo il viso. Non ebbi il tempo nemmeno di rabbrividire che trillò il telefono. Era mia zia, sorella di mia madre, che viveva a Firenze da prima che ero nato. “Devi andare subito da tuo fratello e portarlo in banca e fargli trasferire tutti i soldi dal conto cointestato con vostra madre in un conto che aprirà sul momento solo a suo nome, mi raccomando! Deve farlo ora, altrimenti bloccano il conto e lui rimane senza una lira e chi lo mantiene? Tu? Non potrete nemmeno pagare il funerale di quella poverina! Lei voleva che si facesse così alla sua morte!”.

Rassicurai mia zia, poi telefonai a mio fratello e lui mi sembrò istruito su tutto, in specie sul funerale, aveva già contattato Pompe Funebri e il marmista e tenne a dirmi, e capii che era una missiva di mia madre, che io non avrei dovuto sborsare una lira. Quando ci recammo in banca, oltre noi non c’era nessuno, l’impiegato non fece domande, aprì il nuovo conto e fece il trasferimento.

Centoquindici milioni, quei quindici in più erano per il funerale. Mia madre, che si era sempre lagnata di esser povera, aveva messo insieme tutte quelle sostanze per lasciarle tutte a mio fratello. Non provai il minimo senso d’ingiustizia, né di invidia, anzi di sollievo. Tutti quei soldi stavano a garanzia della libertà mia e di quel poverino. Mi guardava con occhi ambigui e vagamente stupiti, sospettosi, forse addirittura invidiosi. Evidentemente, non si era aspettato la mia totale accondiscendenza. Mia zia mi ritelefonò per sapere se tutto era andato a buon fine e fui costretto a spiegarle tutto per filo e per segno perché percepivo la sua diffidenza. Anche l’altra zia di Campobasso, sorella di mio padre, mi telefonò per essere rassicurata circa lo stesso fatto e pensai che in quegli ultimi momenti doveva esserci stato un fitto scambio di telefonate tra tutto il parentado; naturalmente con lei, la cui mancanza di fiducia nei confronti di chiunque era proverbiale, dovetti narrare ancora ogni cosa per filo e per segno. Dopo fu la volta della telefonata di Mary. Subito mi porse le condoglianze con stucchevole dolcezza, ma si adirò quando le dissi che mi sarei assentato tre giorni per andare a seppellire mia madre giù in Molise. Con la sua voce arrochita mi ricordò che in uno di quei giorni avremmo dovuto suonare ed io, come al solito, mi facevo i fatti miei: “Perché poi la seppellite laggiù?! Tenetela qui con voi! Ho capito che sono le sue ultime volontà, ma poi come farete ad andare a trovarla? Sono più di mille chilometri, non ne vale la pena! E noi, come facciamo senza di te a fare la serata? Anche tu perdi dei soldi! Pensaci”. Questa volta mi sentii di obiettare, anche per curiosità intellettuale: “Quindi, secondo te, per venire a suonare con voi dovrei non andare il funerale di mia madre e limitarmi a spedirla nella bara a Campobasso come un pacco”. Sentii chiaramente il respiro di sorpresa e sgomento di Mary, ma fu solo un attimo, subito si riprese e protestò con vigore, come se l’avessi offesa: “No, ma mica ho detto questo! Che discorsi! Ti sto solo dicendo che tutti noi non possiamo assolutamente perdere quella serata. Lo sai com’è questo tipo di lavoro: te lo crei lavorando, se ti fermi addio e rischi di andare a finire sotto i ponti. Lo dico più per te. Comunque, pazienza, m’inventerò l’impossibile per sostituirti e spero che tu non ci metterai i bastoni fra le ruote. Voglio dire che spero tanto che ci farai il favore di darci la tua tastiera, corredata da un foglio di istruzioni come si usa, così il tuo sostituto potrà avere il modo di somigliare al massimo a te, in modo da non far sentire troppo la tua mancanza, non so se mi capisci. Lo sai che la gente è affezionata a voi due, se vede uno nuovo pensa che io voglia fare la furba a piazzare un prodotto che non ha lo stesso valore per gli stessi soldi. Insomma, questa faccenda mi creerà dei problemi non da poco… Perciò, siccome mi pare che quella mattina farete la funzione al San Martino, io e Bruno verremo a prenderci la tastiera, la metterai nel bagagliaio e ce la darai al momento di partire. Anche perché ci teniamo ad esserti vicini in un momento così doloroso. Se ci fai gentilmente sapere giorno e ora…”.

Dal tono di voce, chiaramente di biasimo più insinuante che mai, ebbi la netta impressione che stesse pensando che per non andare a suonare con loro mi fossi inventato perfino che mia madre era morta. Era stupefacente che tutto questo, anziché amareggiarmi, o farmi infuriare, mi affascinasse. Ero tra due fuochi. Dall’altra parte c’era il parentado. Erano tutti molto preoccupati dal fatto che io e mio fratello avremmo tallonato il furgone mortuario per quasi mille chilometri in una giornata in cui erano previste piogge torrenziali su tutta l’Italia. Mia zia di Campobasso espresse a parole più che esplicite i suoi timori. “Mi sa che va a finire che nevica, rischiate di morire anche voi! Venite col treno! Capisco che volete scortare vostra madre fino al cimitero e là in mezzo alla campagna non ci si può arrivare se non con la macchina, però è pericoloso! Madonna, pure vostra madre, però! Non si poteva far seppellire là, vicino a vostro padre? Sarebbe stato tutto molto meno rischioso… E poi, quel poverello, adesso rimane solo in mezzo a tutta quella gente estranea, che tragedia… – Così, quella mattina del 19 dicembre, quando svoltai per la seconda volta nella mia vita in via Marsano e rividi il vasto piazzale grigio, squallido, con la sbarra alzata e il furgone mortuario messo lì, pronto a partire, col portellone aperto in attesa di inghiottire la bara di mia madre, il suo interno di metallo cromato era spaventoso. Per un momento rimasi impietrito, come se fossi tornato indietro di dieci anni. Era freddo e pioveva, esattamente come la mattina in cui era toccato a mio padre partire da lì per l’ultimo viaggio. Ma mia madre non l’avrebbe raggiunto al camposanto di Recco, dopo la messa saremmo partiti tutti e tre noi superstiti dell’antica famiglia, alla volta della terra natia, a più di 800 chilometri di distanza, sotto una pioggia battente, lei in quel lugubre automezzo, noi ad arrancare dietro con me alla guida della mia Citröen Xantia. Come era successo per mio padre, anche per mia madre fu celebrata la funzione nella bella chiesa di San Francesco, in Largo Benzi, compreso nell’area dell’ospedale. Mary e Bruno erano davanti alla porta dell’obitorio, entrambi vestiti di nero e Mary mi sembrava veramente Rasputin. Non ricordo di avere visto un luogo peggiore dell’obitorio di San Martino. Già da fuori è orribile, così crudo, brutto, tutto cemento, esposto a nord; un micidiale deserto di desolazione, gelido anche d’estate come in inverno. E quella mattina lo era di più e non avrei avuto il coraggio di entrarvi se non avessi avuto mia moglie al mio fianco. Anche mio fratello era già là, mi venne incontro non appena mi vide, sembrava una persona normale. Mary mi guardava come delusa nel constatare che non le avevo mentito, era concentrata come non mai, evidentemente desiderosa di sondare i miei sentimenti. L’ingresso, in fondo ad un lieve avvallamento, pareva mettere l’accento sul fatto che era l’anticamera degli inferi. Appena oltrepassai la soglia, rividi il labirinto di stanze tutte uguali e tutte con la porta aperta, e solo allora mi ricordai che alla morte di mio padre non avevo osato entrarvi e non avevo mai visto un cadavere (mi ero rifiutato di vedere quello di mio padre e mia madre mi aveva detto che era meglio che non mi sforzassi di vederlo), ero sempre vissuto nella convinzione che se l’avessi visto sarei come minimo svenuto. Invece quando li vidi, uno dopo l’altro, passando davanti a tutte quelle stanze, fui stupito di quanto poco spaventevoli fossero. Sembravano innocui manichini di cera. Nell’ultima stanza c’era mia madre. Era vestita interamente di nero e tirai un sospiro di sollievo nel vedere che era impeccabile, elegante e austera. Solo che era rimpicciolita, o almeno così mi parve. Mia moglie aveva un disegnino fatto da nostra figlia e con un gesto pietoso e fanciullesco lo mise nel taschino della giacca di mia madre e questo mi commosse. Ma di lacrime neanche una nemmeno allora. Restammo tutti là in raccoglimento, noi parenti, e tirai un altro sospiro di sollievo nel vedere che Mary e Bruno erano rimasti fuori. Non avevo sperato tanto. Quando la messa finì, mi parve che mio fratello fosse sul punto di scoppiare a piangere, ma si trattenne e si guardò intorno con occhio indagatore. Era sicuramente convinto che fossimo circondati dai suoi nemici, perché c’era tantissima gente, perlopiù estranei o parenti e amici di un altro morto, il cui funerale sarebbe stato celebrato dopo quello di mia madre. Per tutto il tempo della Messa, Mary non mi aveva tolto gli occhi di dosso, il suo sguardo era inquietante, mi sembrava di vedere il nugolo di pensieri che le girava per la testa come uno stormo di uccelli neri. Alla fine capii la ragione di tanta insistenza: mi si avvicinarono entrambi e lei, senza nemmeno darmi le condoglianze, mi ricordò che dovevano prendere la tastiera dal mio bagagliaio. “Le hai scritte le istruzioni?” mi chiese in modo brusco, mentre tiravo fuori lo strumento davanti agli occhi attoniti dei passanti. Le mostrai un foglio incollato con lo scotch al display della tastiera e la sua preoccupazione si placò, ma solo per un istante: “Spero che vada tutto bene. Ci giochiamo la faccia” mi sibilò con tono rancoroso. La musica dell’organo era agghiacciante, non ricordavo di avere mai sentito nulla di peggio, c’era anche un coro, quella era davvero la musica della morte. L’autista del furgone, noncurante della pioggia e del traffico intenso costituito perlopiù da camion, sfrecciava sollevando un nuvolone di goccioline, tenendo la media dei 160 km/h. Mi esaltavo a stargli dietro, anche se avevo una paura fottuta che la macchina pattinasse, ma la Xantia aveva anche le ruote di dietro che sterzavano e teneva la strada in modo sorprendente. Mio fratello era elettrizzato come un bambino, ogni tanto si girava indietro e mi diceva entusiasta: “Li hai seminati! Attento però a non perdere di vista mamma, abbiamo il dovere di compiere la missione di portarla sana e salva al cimitero!”. Facemmo tappa ad Orvieto alle 14 e mangiammo un boccone in una trattoria, gomito a gomito con i due becchini, poi riprendemmo il viaggio, sempre sotto la pioggia, prima di arrivare a San Vittore ebbi un colpo di sonno che durò solo pochi attimi, mio fratello mi chiamò e mi risvegliai: “Stavi andando tutto a sinistra contro il guardrail”, mi disse con aria trasognata. Quando finalmente arrivammo in albergo per dormire, il portiere di notte mi disse che aveva telefonato “una certa Mary”, mi aveva cercato in tutti gli alberghi di Campobasso: “Mi ha detto di dirle che avevano un problema con la tastiera e rischiavano di saltare la serata” mi disse l’uomo con aria incuriosita.

Quando tornai a Genova, vidi Ludo e gli raccontai ogni cosa. Lui per tutto il tempo, mi squadrò con moderata meraviglia, e alla fine osservò: “Belin, avevi tutti questi casini e non mi avevi detto un cazzo. Ti vergognavi che tuo fratello è pazzo? Mica è colpa tua. Piuttosto, suppongo che vivesse con vostra madre, e oua?”. Gli spiegai che avrebbe continuato a vivere in quella casa da solo. “In affitto?” chiese, sempre più curioso, e gli dissi di no. “Cioè, vuoi dirmi che la casa era di tua madre? Beh, fortuna che qualcosa ha lasciato. Ma dunque è anche tua”. Gli dissi che era anche mia ma lui, poverino, era rimasto solo, e in quella casa doveva starci lui, ché non sapeva dove andare. “È grande?” mi inquisì Ludo ed io risposi con tono ironico: “So a cosa stai pensando, ma non andrei mai ad abitare con un matto, soprattutto con una figlia piccola. Tu non hai idea di cosa significhi. Oltretutto, la casa è anche in condizioni pietose, andrebbe totalmente ristrutturata, tutto lo stabile andrebbe ristrutturato, è antico di secoli, uno dei pochi edifici che si è salvato dai bombardamenti dell’ultima guerra. E poi mia moglie si allontanerebbe troppo dal luogo di lavoro, dovrebbe prendere il treno tutti i giorni, e non c’è ascensore, né parcheggio nelle vicinanze, ogni notte dovrei camallare tutta la roba per quattro piani di scale malmesse. No, è meglio che continui a starci lui, poverino”.

Ludo inarcò il sopracciglio e chiese: “Però ci saranno da pagare le spese e poi come farà a mangiare?”. Gli spiegai che mia madre gli aveva lasciato 100 milioni (sui 5 milioni a testa che nostra zia ci aveva donato sorvolai prudenzialmente), ormai erano sul conto di mio fratello e lui sembrava bene intenzionato a centellinarli doviziosamente. Ludo emise un leggero fischio e mormorò: “Cento trombe. Ma a te di quel malloppo sarebbe toccata la metà, o perlomeno una trentina. Perché le avete versate tutte a lui?”. Rimasi interdetto dalla meraviglia. Quando mia zia mi aveva dato l’ordine di fare quel versamento non avevo minimamente pensato che una parte di quella cifra potesse toccarmi. Invece non avevo visto l’ora di vederla trasferita sul conto personale di mio fratello; tutti quei soldi stavano a garanzia di una relativa tranquillità e libertà, mia e della mi famiglia, ché se mio fratello fosse stato indigente mi sarei dovuto accollare io totalmente la sua sopravvivenza. Ora Ludo mi apriva gli occhi sui miei diritti di erede e non sapevo più cosa pensare e dire e risposi così come mi veniva: “Perché, poverino, non avrebbe di che vivere”.

Ludo s’infervorò: “D’accordo, cento trombe mi sembrano una buona, anzi ottima cifra; ma arriverà comunque il momento in cui se li spenderà tutti. Come farà allora?”. Lo guardai con tono rassicurante. “Un’equipe di medici gli ha riconosciuto un’invalidità dell’80% e gli ha detto se gli sarebbe piaciuto percepire una pensione, perché mio fratello potrebbe anche rifiutarla… Lui naturalmente ha detto sì, anche perché i medici gliel’hanno fatta passare come una sorta di onorificenza alla carriera. Così, mia moglie ed io ci siamo recati all’INPDAP e abbiamo inoltrato per lui la richiesta e a breve otterrà la pensione… Certo, se ci pensi, è un’umiliazione, poverino…”. Ludo sbottò: “Ma poverino un cazzo! Questo non ha mai lavorato un giorno in vita sua e ora riceve pure l’onorificenza di una pensione. E mica l’ha rifiutata, chiamalo matto! A quanto ammonta? 1.100.000 lire? Scignurìa! Altro che matto, questo ha realizzato il sogno della mia vita! Tra i due fratelli, mi pare proprio che il matto sei te, che vai in giro a camallare tastiera e amplificatori e non sai mai come pagare l’affitto, non lui che se ne sta a casa tutto il giorno a fare un cazzo. E l’hai pure accompagnato alla banca a versare il grano! L’ho sempre detto che sei scemo”.

Gli obiettai che le ultime volontà andavano rispettate. Lui ripeté che ero scemo e poi mi ordinò di tacere. Stette un po’ a pensare, poi mi guardò con aria impietosita e seria e mi disse: “E va ben, Pierin: l’è u mumentu che ti dia una mano, ché sei veramente troppo malmesso. Stasera vai mica con quei due alberi da brutte figure a suonare “Cielito lindo”, oppure sei di festa? Sei di festa, figurati, mi sarei stupito del contrario. Allora facciamo che passo a prenderti sotto casa, come un principino, con la mia Torpedo blu, alle otto in punto. Sarà nel tuo interesse farti trovare. Tu non ti preoccupare di dove ti porto, al punto in cui sei qualunque posto va bene. A te deve solo interessare che entro le due di notte siamo a casa, ché neanche a me piace poi tanto stare in giro a quell’ora come i barboni. Ti assicuro che mal che vada prenderai 100.000 lire senza fare un cazzo, come tuo fratello. Il quale, senza dire una parola, ma molto meglio di me, ti ha fatto vedere che il mondo è dei furbi. E mi raccomando, vieni già mangiato, non è che poi mi rompi i coglioni che hai fame”.

Quando scesi guardai nel viale alberato deserto, illuminato solo a tratti dalla luce bianca dei lampioni. Non c’era anima viva, solo una Jaguar nera spenta, ma con le luci accese, che sporgeva dall’angolo del palazzo. Ad un tratto il finestrino dal lato passeggero si abbassò e udii, forte e chiara, sempre con il suo tono ironico tagliente, la voce di Ludo: “Ti decidi a salire o vuoi che ti apra pure lo sportello?”

Salii. Ludo era elegantissimo. Mi guardò senza espressione. “Non hai la cravatta. Te la do io”.

Disse e partimmo, verso chissà dove…

PIERO TROFA