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Processo omicidio Di Maria, la madre: me lo avete ammazzato!

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Nuova udienza questa mattina in Corte d’Assise a Genova per l’omicidio di Davide Di Maria, ucciso il 17 settembre 2016 in un appartamento di Molassana con una coltellata che vede Guido Morso imputato dell’omicidio e Marco N’Diaye, Vincenzo Morso e Cristian Beron imputati di rissa aggravata dalla morte.

Questa mattina sono stati ascoltati alcuni testimoni: la sorella di Davide, Rossella; la madre Lina; un consulente di parte della famiglia Di Maria; la fidanzata e convivente di Guido Morso, Martina; un carabiniere, centralinista del 112; Arena un giovane porta pizze che insieme ad un altro giovane avevano in locazione un box; il medico del 118 intervenuto sul luogo del delitto ed un sanitario che era al seguito del medico.

La sorella di Davide sentita in aula ha riferito di una frase davvero inquietante detta a lei da Beron, durante una cena, un paio di settimane prima dell’omicidio. Secondo quanto spiega Rossella, Christian Beron avrebbe detto: “Davide? L’ho conosciuto tre mesi fa, l’ho salvato da Marco che voleva ammazzarlo”.

Dopo tale frase la giovane avrebbe chiesto spiegazioni a Beron e allo stesso Davide, senza, però, riceverne una risposta con la questione che era finita lì.

E’ stata poi la volta della testimonianza toccante della madre di Davide, Lina, alla quale è stato chiesto di raccontare chi era suo figlio.

Lei, che è stata recentemente licenziata dopo anni di lavoro da una ditta, ha raccontato come Davide dapprima avesse un negozio in corso Martinetti aperto con tanti sacrifici da parte di tutta la famiglia e poi alla chiusura, di come si fosse dedicato a fare piccoli lavoretti, come dare il bianco negli appartamenti o ad effettuare piccoli trasporti. Poi ha dichiarato di non conoscere gli imputati. Infine, visibilmente commossa, ha ceduto ed ha esclamato: “Me lo avete ammazzato… Mi avete ammazzato dentro… Mi avete levato la mia ragione di vita”.

E’ toccato, poi, ad un consulente tecnico di parte della famiglia Di Maria, Andrea Molinelli che, con una perizia ha evidenziato come le ferite lievi sulla parte posteriore della gamba di Marco N’Diaye e la coltellata mortale a Davide Di Maria potrebbero essere state sferrate con la stessa arma, un coltello liscio non seghettato. Proprio nella scorsa udienza nella sua testimonianza Cristian Beron aveva raccontato di aver visto Guido Morso ferire con un coltello la gamba di Marco N’D’diaye ma l’arma non è mai stata trovata.

In aula è stata poi la volta di Martina, 27 anni, fidanzata ed attuale convivente di Guido Morso.

Martina ha precisato, più volte, come Davide Di Maria e Guido Morso fossero molto amici. “Si sentivano ogni giorno e si vedevano spesso, andavano al mare; li ho visti più di una volta scherzare (…) Due giorni prima di Molassana ero all’Ikea con Guido, lo ha chiamato Davide e si sono visti dall’autoscuola vicino all’ingresso dell’autostrada. Io sono rimasta a distanza in macchina ma li ho visti che ridevano, e scherzavano dandosi pacche sulle spalle…”

Martina risponde alle domande che gli vengono fatte dagli avvocati, dal pm e dal giudice in merito al rapporto tra i due giovani: “Non sapevo, non ho mai visto niente di strano, non ho mai visto un cambiamento del loro rapporto. Certe cose le ho sapute dai giornali… Non erano certo un problema i 6000 euro…” Ed ancora “Prima non avevo visto nessun cambiamento”.

La teste va a ruota libera, cita una frase scritta da Guido a proposito di Davide su Facebook…

“Conoscevo anche Marco e Christian? Marco, prosegue Martina, l’ho visto una volta. Marco nella nostra vita quotidiana non entrava. Conoscevo meglio Christian che forse era più amico di Gabriele…”

Si arriva a parlare del giorno dell’omicidio con Martina che racconta “Sabato io non lavoravo, ho visto Guido alla mattina e abbiamo passeggiato al Porto Antico, abbiamo mangiato un panino come fosse una giornata normalissima…”

“Siamo poi andati, prosegue Martina, in piazza Alimonda a prendere un caffè. Eravamo ancora in macchina quando verso le 14.30, al semaforo, ha squillato il telefono di Guido. Ho sentito una voce maschile che chiedeva con insistenza un incontro. Guido non voleva, ma alla fine ha ceduto”. “Mi ha spiegato che era Marco”, “uno che conosciamo io e mio padre”, ha detto Guido.

“Poi – continua Martina – ho parcheggiato, ho fatto scendere il cane, ma prima di scendere dalla macchina Guido ha fatto una telefonata, ha chiamato il padre, forse per chiedere consiglio.

Poi, dopo venti minuti, è arrivato Vincenzo, proprio il padre di Guido, ma non ho sentito quello che si dicevano. Infine me ne sono andata e ci siamo salutati con la promessa di vedersi alla sera”.

Seguono una serie di domande del Pm e del Collegio giudicante. Alla domanda se sapesse che il fidanzato facesse uso di sostanze, la ragazza ha detto di esserne a conoscenza ma che “Guido era in cura al Sert e stava facendo un percorso riabilitativo. Forse usava cocaina, si faceva della canne, non lo so. Io in casa mia non ho mai visto sostanze, siamo conviventi da tre anni e mezzo e comunque in casa mia di droga non ne entrava”. Poi a proposito della presenza di armi: “In casa mia non ci sono armi. Mai visto Guido con un coltello.”

Sulla vendita di droga da parte di Morso al Di Maria avvenuta nel passato, Martina risponde: “Non ne sapevo nulla e comunque io lavoro dalla mattina alla sera in ufficio in piazza Piccapietra e non sapevo bene come passasse tutta la giornata Guido”. Poi dichiara anche di non sapere che lavoro facesse Vincenzo Morso né il fratello di Guido, Gabriele.

In merito al pomeriggio del 17 settembre a Molassana la 27enne ricorda: “Ho ricevuto una telefonata da Guido. Era terrorizzato, sotto choc e continuava a ripetere: era una trappola, mi volevano ammazzare”.

Successivamente ci siamo sentiti qualche volta, mi ha raccontato come si sono svolti i fatti (la teste fa un lungo racconto degli eventi che hanno segnato il pomeriggio del 17 settembre) e mi disse “Si risolverà tutto, stai tranquilla… risolviamo tutto”.

Alla domanda del presidente della Commssione giudicante: “Ma non avete mai parlato della situazione o del perché si erano generati tali fatti?”, Martina risponde: “No mai…”

Il pm Landolfi: “Ma perché è andato con una pistola se non si aspettava tale situazione?” Martina risponde: “Ah no, non lo so… Di queste cose non parlavamo”.

E’ stato poi ascoltato un carabiniere, centralinista del 112 che aveva risposto ad una chiamata per ‘ferito da arma da fuoco in zona Molassana’. Il militare spiega, quello che ha sentito (la telefonata è stata registrata): “Hanno sparato con una 7.65. C’ è un ferito. Forse c’è un morto… C’è una persona bucata…”

E’ la volta della testimonianza del porta pizze Arena, un giovane che ha affittato insieme a tale Fabrizio Molinari un box in via Masina sopra via Fereggiano che veniva utilizzato per piccole riparazioni di motorini.

Lui, ricorda poco e niente, probabilmente ha paura.

I fatti sono riferiti al giorno prima dell’omicidio, il 16 settembre, quando “Nel pomeriggio è arrivata una persona alta e di colore che cercava Molinari…”, ma Arena non ricorda nulla o quasi ed è l’avvocato Lamonaca, difensore di Guido Morso, a leggere le dichiarazioni fatte precedentemente in Questura.

Ovvero l’aggressione da parte di Marco Marco N’Diaye, l’arrivo di Davide Di Maria, il successivo arrivo di Fabrizio Molinari, il suo pestaggio ed il furto del denaro che aveva con sè e del bancomat. Infine l’arrivo di Christian Beron che con bancomat e pin si recava allo sportello automatico. Infine le minacce ad entrambi i giovani e alle famiglie.

“Il mio amico – spiega Arena – aveva nella testa dei segni di ematomi. Marco è il primo che entrato ed è quà in aula, poi Davide di Maria che ho riconosciuto con delle foto e per ultimo Christian (Beron) che non mi ha colpito e non mi ha minacciato. Non conosco il motivo dell’aggressione e non conosco nè Guido, né Gabriele e non ho mai visto la Kawasaki in questione. Mentre con Molinari non ci siamo più visti, io continuo a fare il porta pizze e nel box da quel giorno non ci sono più andato”.

Tocca poi alla testimonianza del medico del 118 intervenuto. “La chiamata era per una sparatoria e, com’è procedura, non siamo entrati fino all’arrivo della polizia”, spiega il medico.

“Quando siamo arrivati sul posto c’era una persona cosciente di colore a faccia in giù che si lamentava. Ho visto la persona sulle scale supino che non si muoveva e ho lasciato il primo ai paramedici.

Giunto sulle scale la persona era immobile e gli ho attaccato il defibrillatore ma il battito era assente, era quindi in arresto cardiaco, poi ho constatato che era deceduto.

Infine c’era un’altra persona con le mani al volto, probabilmente con il naso fratturato e che era in stato di agitazione.

La persona deceduta aveva delle fascette da elittricista tagliate e per quello che ho visto aveva una piccola ferita all’altezza torace”.

Infine l’udienza si è conclusa con alcuni riscontri fatti da un paramedico citato e l’elenco delle date delle prossime udienze fra cui le conclusioni nelle giornate del 5 e 6 marzo. L.B.