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Il Nano Morgante | L’individuo invidioso

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Il canto 13 dell'Inferno di Dante Alighieri. Illustrazione di Gustave Doré

Forse non è casuale che i vocaboli individuo & invidioso siano omofoni e (quasi) l’anagramma l’uno dell’altro.

Sia come sia, tale binomio offre spunto utile per commentarne il loro sotteso potenziale legame.

Questa comoda  forzatura consente di introdurre l’annoso argomento dell’ invidia (letteralmente, dal latino, non voler vedere): l’infido sentimento che cova sotto la cenere, che alligna nel quotidiano rapporto tra l’uomo e il suo prossimo, sia questi amico o parente, collega di lavoro o vicino di casa.

Evitando ogni trattazione clinica del fenomeno per personale incompetenza in materia, mi limito ad esprimere alcune civiche considerazioni su tale stato d’animo mai sopito, oggidì in contagiosa escalation, che pare farsi beffe del tempo e dell’esperienza personali e che contamina, inquina, con la sua presenza ogni relazione sociale.

Ambizioso, in questa sede, delinearne le possibili concause, tra educazione, attitudine, corredo genetico, livelli culturale e intellettivo.

Resta il fatto che impegnare anche solo parte del proprio tempo ad osservare, per malamente giudicare, il prossimo comporta un dispendio di energia personale decisamente sproporzionato rispetto al beneficio ottenibile, spesso insussistente.

Nel rammentarne la punitiva collocazione nell’Inferno dantesco e la natura di vizio capitale attribuitale dalla morale cattolica,  va rilevato quanto l’invidia  “si volga alle cose vicine” (cit. Seneca): trovi quindi nella prossimità dei soggetti un fattore d’innesco.

Non  stupiscano pertanto né il quotidiano stato di allerta che non di rado vivono i rapporti di vicinato, né la scandalosa idiozia umana, quando contabilizza la sventura degli altri come soddisfazione personale o l’altrui successo come motivo di fastidio e pulsione di rabbia.

Questo pensiero anti-sociale  tende a barricare gli individui, a separarli piuttosto che ri-unirli, fino ad “impedire ogni rapporto conviviale” (cit. W. Bion).

Giungendo da tale originaria condizione, per l’essere umano è improbabile  adottare una visione nitida e consapevole di se stesso e delle azioni che lo connotano, tanto quanto lo é presumere negatività sull’operato degli altri.

Tra le possibili azioni a contorno, in capo alla corrente  cultura del sospetto generalizzato e della reciproca disistima, insiste un accomodarsi nella giustificazione di sé.

In definitiva, per ipocrita e fuorviata rielaborazione del concetto di giustizia  risarcitoria, ne consegue  assistere ad uno scenario sociale in cui, troppo facilmente, “accanto diventa contro”, estrapolando da Martin Buber. Massimiliano Barbin Bertorelli