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Finale di partita al teatro Duse: la vita è una partita persa?

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Finale di partita al teatro Duse: la vita è una partita persa?

Tanti sinceri applausi martedi sera per la prima di questo capolavoro del teatro dell’assurdo, magistralmente interpretato dal portentoso duetto di un Glauco Mauri in gran forma e di un ottimo Roberto Sturno, supportati dai bravi Marcella Favilla e Mauro Mandolini.

Il teatro di Beckett rappresenta sempre un mondo spento e desolato, deserto, ambienti squallidi e spogli, un nulla contro il quale ribellarsi è inutile, diciamo impossibile. In questo sfondo i personaggi trascorrono le loro giornate  con l’aria di chi pare non accorgersene.

Quasi sempre poco mobili o impediti nei movimenti, essi mangiano, si lavano, leggono, raccontano storielline o insulsi episodi  del passato, bisticciano anche, ma senza una vera convinzione o grosse emozioni:  personaggi di sorridente comicità, in una cornice di noia gelata.

Uno spettatore attento non ci mette molto a capire  che la loro  bovinità  è solo apparente, quasi sorridono quando ci sarebbe da offendersi mentre un po’ si scaldano per qualche ingenua battuta: oggi si direbbe che “fanno gli scemi per non andare in guerra”.

Mentre traspare sempre di più la loro paura di restare  soli e di essere costretti a guardarsi dentro, si comprende che il loro fraseggio inconcludente è  un mezzo ostinato di popolare  il silenzio, in quel muro di gomma che è la loro realtà.

Lo spettacolo in corso per la regia di Andrea Baracco si apre su una stanza magazzino senza mobili, grigiastra, con due alte e piccole finestre con le tende tirate; esattamente nel centro giace il protagonista, su una poltrona a rotelle. Al posto dei due bidoni voluti da Beckett vi sono due inquietanti cassoni estraibili.

Qui i due protagonisti recitano una finta vita, Hamm da immobilizzato, l’altro, Clov, anche troppo attivo e scattante, apparentemente agli ordini del primo.

Essi si misurano in una sequela di serrati botta e risposta, che paiono vaniloqui, ma che in realtà rivelano una disperata voglia di vivere e di comunicare davvero, sia nel malato che  nel presunto vassallo: ”spingi il discorso ancora un po’”, invocano entrambi in momenti diversi dei loro battibecchi, rivelando la ricerca di una profonda vibrazione di interesse e di umanità.

La loro goffaggine, le smanie infantili sono espedienti per movimentare l’immobilità che li circonda, per bucare la nebbia: pensano di essere dei vinti e mettono in scena una puerile commedia di vita  per combattere meglio la propria condizione. “E così  si va avanti”, ripete Hamm ogni tanto,  come un ritornello sconsolato: avanti, sempre avanti, nella nitida consapevolezza di    vivere una partita in finale, per cui abbiamo quasi finito di perdere. Nel rimpianto di tutti quelli che avrebbe potuto aiutare, e non lo ha fatto, Hamm se ne va abbracciando un cane di stoffa, invocando una parola.

Particolarmente commoventi risultano  le  comparse e idialoghi  di Nagg e Nell dai propri cassoni, il ricordo delle loro risate quando potevano ancora camminare, i loro spasimi per riuscire ancora a toccarsi, a comunicare: aspetti cari all’autore, che  riprenderà  sapientemente in “Giorni felici”.

E voglio ancora rimarcare la bravura degli attori che riescono a tenere la scena usufruiendo dei soli  mezzi espressivi della voce e della mimica facciale.

“Finale di partita” resta in scena al Teatro  Duse fino al 16 dicembre.

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Samuel Beckett ( Foxrock, Dublino 1906 , Parigi 1989 ), drammaturgo, poeta e romanziere, cultore della lingua francese, è considerato il  massimo esponente  del teatro  cosiddetto “dell’assurdo”, che annovera anche Ionesco, Adamov, Genet.   Quando, nel 1953, comparirono in scena, per la prima volta, due svagati vagabondi clowneschi  con  abiti in po’ ridicoli e  in bombetta, qualcuno, perplesso, pensò di essere di fronte ad un unicum senza alcun seguito: in realtà “En attendant Godot”  procurerà  all’irlandese la notorietà.

Nei lavori  successivi, il Nostro matura il proprio pensiero  rivolgendolo al quotidiano dei “normali”, producendo, fra l’altro, “Fin de partie”, rappresentato per la prima volta nel 1956  a Parigi e “Oh les beaux jours” del 1961, visto anche al Teatro della Corte di Genova anni fa, con una impareggiabile Giulia Lazzarini.

Oggi Beckett è riconosciuto come uno dei più significativi autori  moderni, tanto da meritare, nel 1969, il premio Nobel per la letteratura.

“Passi gli anni di studio sprecando coraggio per gli anni di vagabondaggio, attraverso un mondo che educatamente si tiene alla larga dalla volgarità di imparare.” (Samuel Beckhett,  Gnome).

Elisa Prato