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The confession alla Piccola Corte, il senso di far teatro in guerra

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The confession alla Piccola Corte, il senso di far teatro in guerra

In una casa della periferia siriana si confrontano in cinque, un soldato di leva, un generale dell’esercito, un regista teatrale figlio del generale, due attori, un uomo e una donna. Una situazione improbabile, anche nella possibilità di colloquio, ma con il tratto comune di una disperata voglia di sopravvivere fuggendo. Solo dalla guerra o da ciò che sono diventati?

Nella stessa casa gli artisti stanno provando “La morte e la fanciulla” di Dorfman, un altro dramma di guerra, o forse il dramma sempiterno  della sopraffazione, della violenza insensata,della crudeltà gratuita e irragionevole.

Tutti sono in pericolo ma alla fine tutti restano, a fare teatro, ad ascoltare  confessioni dalla dubbia veridicità, altrettanti stralci  di teatro.

Mentre si dovrebbe pensare ad elaborare strategie per mettere in salvo la propria vita, ha una ragione continuare a provare uno spettacolo che non parla certo di pace e di buoni sentimenti, ma di personaggi sadici come il medico violentatore, comprensibilmente  disturbati come la donna vittima, incerti e banali come il marito della stessa?

Fare teatro in tempo di guerra o di restrizioni della cultura non è una novità: si pensi solo all’esempio della Polonia sotto la dominazione nazista, nella quale le rappresentazioni teatrali  continuavano ad esistere nascoste nelle cantine e divulgate non da manifesti ma  da passaparola: rappresentazioni alle quali partecipava anche un giovane diventato poi Papa, Karol Wojtyla.

Quando la vita, intesa globalmente in senso fisico e non, corre un serio pericolo , la spinta alla sopravvivenza si fa urgente ed assume una vitalità quasi disperata nell’intensità e negli espedienti.  Ecco perchè la voglia di fare teatro in tempo di guerra può diventare insopprimibile: “ il teatro bisogna farlo nel paese e non fuori”.

Lo spettacolo che si prova nella casa parla di sopraffazione e di stupro di una donna da parte di un medico, e tutto ciò  con l’accompagnamento di una cassetta de “La morte e la fanciulla” di Franz Schubert, che l’uomo era solito ascoltare  mentre torturava le proprie vittime.

Ma perchè, tornando alla Siria, si sceglie proprio quello spettacolo, già torbido in se stesso e che, per giunta, si conclude con l’impunità dell’aguzzino?

Forse questo è il quesito che Wael Quadour lascia in sospeso. O forse, pare dirci, questa è proprio l’insensatezza della guerra, violenza ed orrore gratuito che alla fine nulla risolve. Anzi, ci dice chiaramente l’autore, lo spettacolo  della violenza e della morte,  quotidianamente somministrato, assuefa la persona più intrisa di umanità a considerare normali gli stessi comportamenti e a ripeterne le linee.

Eccessiva, e per questo incisiva ed efficace la colonna sonora, singolare l’ambientazione con l’uso delle poltrone dello stesso teatro, raffinata nelle tecniche l’interpretazione: imperdibile la scena mimata del pranzo in comune. La protagonista femminile ci offre anche una lezione di interpretazione, quando da attrice che interpreta un’attrice, racconta come  si fa ad immedesimarsi nei sentimenti di personaggi diversi.

L’autore, Wael Quadour, nato a Damasco, drammaturgo e regista, è oggi rifugiato politico in Francia. Il suo teatro, con l’attenzione ai grandi classici, unisce aspre dinamiche della vita privata con quella politica.

The confession resta alla “Piccola Corte” fino al 6 luglio 2019.

Elisa Prato

“L’uomo, giunto una sera nella loro casa, viene da lei riconosciuto dalla voce e, senza farsi vedere, Paulina ruba la sua macchina e la fa precipitare da una scogliera; rientrata a casa lo trova addormentato sul divano mentre il marito, dopo essersi ubriacato insieme a lui, è andato a letto, ormai abituato ai comportamenti insoliti della moglie. Dopo averlo colpito con il calcio della pistola, lo lega e lo imbavaglia e si fa riconoscere, trovando tra i suoi oggetti la cassetta de La morte e la fanciulla, un’opera di Franz Schubert che l’uomo era solito ascoltare mentre torturava le sue vittime.

Inutilmente il marito cerca di convincere Paulina a liberare Miranda poiché lei è decisa a “processarlo”, ossia metterlo di fronte a quanto le ha fatto, tortura e violenza sessuale, e, dopo avergli raccontato ciò che ha subito, induce Gerardo a convincere l’uomo a confessare i suoi crimini di fronte ad una videocamera e, se questo non avverrà, lei lo ucciderà. L’uomo è deciso a non assecondare la donna, professando la sua innocenza mentre l’interrogatorio sembra essere rivolto anche nei confronti del marito, colpevole, secondo la donna, di essere stato con un’altra mentre lei era ufficialmente scomparsa.

Miranda, persuaso da Gerardo a confessare per avere salva la vita, inizia la sua “deposizione” registrata, non sapendo che due agenti di polizia stanno arrivando per vigilare sull’incolumità dell’avvocato ed, a causa di questo, i due sono costretti ad affrettare i tempi ma, mentre Gerardo sembra iniziare a convincersi della veridicità del racconto della moglie, Miranda riesce a liberarsi cercando di scappare ma viene bloccato e nuovamente legato. Paulina lo conduce sul bordo della scogliera ed, una volta raggiunta da Gerardo, ascolta la “vera” confessione dell’uomo, che ammette di essere stato proprio lui ad abusare di lei durante la prigionia, ma, evidentemente incapaci di ucciderlo, i due lo lasciano andare, rivedendolo tempo dopo in un teatro, insieme alla moglie ed ai due figli, durante l’esecuzione de La morte e la fanciulla.”