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Racconti I Una milionata di lire… di Piero Trofa

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Sesto appuntamento con il musicista Piero Trofa. Come già spiegato, non è una collaborazione musicale, ma da scrittore.  Trofa è molto conosciuto nell’ambiente dello spettacolo, ed è autore di colonne sonore per documentari e spot pubblicitari, ed insegna musica in scuole pubbliche e private. Alla musica si dedica completamente, sempre con grande attenzione agli aspetti formativi e alle connessioni che esistono tra musica e filosofia, la sua grande passione. Dal 1998 è presidente dell’Associazione Musicale Centro di Documentazione e Produzione Musicale “Ettore Panizza” con la quale organizza concerti ed eventi culturali in Italia e all’estero. In questo suo sesto racconto narra la storia di una… milionata di lire…

                                                                    Franco Ricciardi


Ludo non aveva voluto dirmi in cosa consistesse il lavoro alternativo che stava per propormi ed io pensavo che volesse tenermi sulle spine perché era arrabbiato con me.

Avevo avuto modo di notare una certa preoccupazione nel suo sguardo mentre sminuiva le mie lezioncine di chitarra che impartivo in parrocchia.

Aveva detto chiaramente sin da subito che il nostro sodalizio era fondato su una reciproca dipendenza: io avevo bisogno di lui perché non ero in grado di trovare serate e lui aveva bisogno di me perché non sapeva suonare: più di una volta, quando avevamo lavorato da Gipo, si era avvicinata a noi gente che aveva asserito con aria tronfia che stavamo facendo finta di suonare e ogni volta Ludo mi aveva ordinato di fare una dimostrazione ed io mi ero profuso in tutta la mia arte e gli scettici se n’erano tornati al tavolo con la coda fra le gambe.

Immaginavo cosa sarebbe successo se si fosse trovato da solo in quel frangente e comprendevo il tono ricattatorio di certe sue uscite: “Sei veramente bravo, Pierin, però mi dai l’idea di essere sempre pronto ad accodarti a chiunque ti trovi del lavoro e alla prima occasione scaricherai il tuo vecchio zio Ludo. Ingrato!”, e poi tutte le profezie che faceva circa il nostro roseo futuro, adesso che il tempo continuava a passare senza che succedesse niente, mi sembravano un costrutto anche piuttosto stupido con cui lui mirava a mantenere il controllo e la supremazia su di me.

Era la legge del mercato e anche noi che facevamo una specie di arte, alla fine ne eravamo soggetti e lui era il socio forte, io quello debole, non dovevo nemmeno stupirmi che si portasse così. Ma quella mattina successe un fatto che non mi sarei mai aspettato, che accrebbe vieppiù la mia inquietudine: mi ero appena svegliato quando trillò il telefono e non poteva essere lui, ne ero certo, ché a quell’ora generalmente dormiva e per nessuna ragione al mondo si sarebbe alzato, nemmeno se ci fosse stato un terremoto. Infatti era sua moglie e aveva un tono di voce accorato che mi trasmise subito un’ansia terribile: “Scusa se ti mi permetto di disturbarti e se sono così sfacciata, ma ho urgente bisogno di chiederti un favore. Naturalmente Ludo non lo deve sapere…”.  Non era la prima volta che mi trovavo da un momento all’altro ad essere l’ago della bilancia tra due persone, da ragazzo, in famiglia era stata la regola e non mi era mai piaciuto. E la sua proposta era semplicemente inverosimile: “Mi presti una milionata?”. Rimasi senza parole. Avevo visto quella giovane donna e madre quattro, forse cinque volte in tutto, e non avevamo scambiato che due o tre parole e adesso mi contattava in segreto da suo marito per chiedermi in prestito del denaro che peraltro non possedevo.

Dopo che mi riebbi dalla sorpresa le dissi con un tono inequivocabilmente sincero che non avevo un soldo e lei rimase zitta per un po’, mi parve quasi di vederla che si mordeva le labbra, ed interpretai quel silenzio come uno scettico rimprovero. Mi disse un freddo “va bene, ci ho provato, grazie lo stesso, non dire niente a Ludo mi raccomando”. Dopodiché chiuse la conversazione. Frastornato e più che mai convinto che la riunione con Ludo fosse tempo buttato via, visto che quel giorno c’era sciopero generale, decisi di portare con me mia moglie e mia figlia, così perlomeno sarei stato assieme anche a loro.

A Ludo l’idea non piacque: “Già che c’eri, potevi portare anche il cane” mi disse con aria di scherno vedendo arrivare la famiglia al completo e subito telefonò a sua moglie e le disse di chiudere il negozio, ché tanto sicuramente non c’erano clienti, e di raggiungerci con il bambino, visto che era si avvicinava anche l’ora di pranzo.

Tempo una ventina di minuti e le due famiglie si unirono e ci infilammo tutti in un baretto con i tavoli di formica, i tovagliolini di carta, le posate con il manico di plastica e i bicchieri il cui bordo ti picchia sul setto nasale. Ordinammo il piatto meno costoso, pasta e fagioli, era buona ma potei gustarla poco perché la presenza della moglie di Ludo mi metteva in imbarazzo. Per fortuna c’era anche mia moglie, la quale aveva assistito alla telefonata e se la cavava bene a fingere di non sapere nulla.

Ludo mi guardò a lungo con sguardo insondabile poi, ad un tratto, indicando mia moglie, esclamò, anche con una certa acredine: “Sei fortunato che hai questa donna, se no vivresti già sotto un ponte! Avresti voglia a dare le lezioncine di chitarra alla parrocchia!”. Per quanto sapessi la ragione di quel malanimo, non c’è niente di peggio che sentirsi rinfacciare da altri, soprattutto da tipi come Ludo, e con tono di biasimo, la cosa su cui da tempo stiamo rimuginando ossessivamente e di cui ci stiamo facendo ampiamente una colpa.

Non replicai, con l’aria smarrita e sofferente del malato senza speranza, rivolsi uno sguardo a mia figlia e lei mi ricambiò in modo più che mai commovente. Non la finivo di stupirmi del fatto che apparisse sempre così serena e fiduciosa, spesso pensavo che magari percepiva ogni cosa ed era agitata nel fondo del suo essere e il mio senso di colpa aumentava. Anche il figlio di Ludo pareva sereno e fiducioso, scorrazzava per tutto il locale, noncurante dei richiami della sua giovane madre. Lei aveva l’aria più che mai preoccupata, come se si trovasse in una stanza piena di cristalli, per quanto si sforzasse di mostrarsi allegra e cordiale, conversando con mia moglie.

Anche lei evitava di guardarmi, forse per paura che suo marito potesse accorgersene, o forse perché ce l’aveva con me, ma m’importava poco, l’importante era che non mi guardasse. Ludo non aveva ancora preso il cucchiaio in mano, quando d’un tratto le chiese, facendola trasalire: “E quell’altro matto, s’è mica visto?”. Lei raccontò con voce rotta: “Stamattina, appena sono arrivata al negozio, l’ho visto che gironzolava tra le aiuole, poi ha cominciato a passare e ripassare e alla fine si è piantato di nuovo davanti alla vetrina, come ieri. Allora sono uscita e l’ho fatto entrare, non voleva, aveva paura di disturbare”. Ludo mi spiegò che quel tizio si era innamorato della vetrina del negozio a forma di teatrino col sipario che lui aveva fatto e ne voleva una uguale. Ma lui non aveva nessuna voglia di avere a che fare con i matti, ché già gli bastavo io. Sua moglie disse senza entusiasmo, ma pure con un filo di speranza: “Mi ha lasciato il numero, vuole che lo chiami.”

Ludo tacque e quando ormai credevo che non avrebbe più risposto, disse con tono burbero: “E dammelo”. Sua moglie trasse subito dalla borsa un post-it giallo con un numero scarabocchiato su e glielo porse, Ludo lo prese e lo guardò con aria contrariata, poi si alzò e uscì dal locale, lo vedemmo attraverso la vetrata che andava avanti e indietro sul marciapiede col telefono attaccato all’orecchio. La telefonata fu lunga e quando Ludo tornò sua moglie gli osservò: “Potevi chiamarlo dopo mangiato, la pasta ti è venuta fredda. Ludo replicò torvo e senza guardarla: “Tanto fa schifo uguale”. – Poi si rivolse a suo figlio: “Se non la finisci di correre avanti e indietro come una belina sarò costretto a darti dei calci e poi ci rimani male”.

Il tono di voce era stato talmente gelido che il bambino arrossì violentemente e parve sul punto di piangere, come se suo padre quei calci glieli avesse effettivamente dati, si risedette, chinò il capo e non si mosse più. Sua madre sospirò con evidente aria di dissenso e solo per un attimo incrociò il suo sguardo smarrito con quello mio e di mia moglie. Come al solito, quando mi trovavo situazioni simili, non tollerando quell’atmosfera così pesante e carica di tensione, mi sentii in dovere di sdrammatizzare e dissi a Ludo con una finta allegria: “Non è poi tanto male questa pasta e fagioli, anche fredda, dai, stai sempre a mugugnare”. Lui mi rivolse una smorfia come di sdegno e replicò: “E ti piace, lo so. Ci verresti tutti i giorni a mangiarti pasta e fagioli in questo po’ po’ di locale. Ma sì, anche con poco si vive, sempre meglio che ciucciarsi un reganisso! Vedrai che meraviglia tra qualche tempo quando tua figlia crescerà e non potrai permetterti manco più quello”.

Intervenne sua moglie, con tono quasi angosciato: “Che ti ha detto al telefono? Vi siete già accordati?”, Ludo rise di scherno e rispose senza guardarla: “Sì, ci siamo accordati! Gli ho dato il La maggiore! Ma che ti dixi, secondo te mi posso mai accordare se non ho ancora visto come è la situazione? E poi davvero, non mi sembra mica a posto quello lì, sarebbe meglio lasciarlo perdere”. La moglie sgranò gli occhi sbigottita, ma insisté: “Perché? È pur sempre un guadagno! Sapessi farla io la vetrina, mi sarei già messa all’opera, perché devi essere sempre così disfattista. E poi, anche se non sarà a posto, mi è sembrato una brava persona”.

Ludo rise sempre più sarcastico, sembrava godere ad indispettirla: “Capirai che guadagno! Come le lezioncine di Pierin. Ti ci compri il formaggio coi buchi. Per te sono tutte brave persone, basta che vengano in negozio a piantare puffi, là che fai sconti, regali, gli dici di pagare con comodo e quelli se ne approfittano”. “Sto cercando di crearmi una clientela”. Crearti? Solo il padre eterno crea, se mai tu distruggi. Che bella clientela, poi, ideale per andare a bagno”. “Forse mi paiono tutte brave persone perché li paragono a te.” replicò lei tagliente e Ludo subito la rintuzzò: “E sbagli! Non mi devi paragonare a nessuno, ché quando sono nato hanno gettato via lo stampo”. “Meno male” disse lei. “Vai a cagare” disse Ludo e temetti che la lite degenerasse, ma scese un silenzio greve e la moglie di Ludo si mise a guardare altrove e fu evidente il grande sforzo che fece per trattenere le lacrime.

Io e mia moglie ci lanciammo un’occhiata lesta d’intesa e pensai che ero davvero fortunato non solo perché lei aveva la busta, ma perché ci capivamo al volo senza bisogno di fare tante parole. Avevamo un modo di dire scherzoso: “Non vorrei che tu pensassi che io pensassi che tu pensassi”.

Ero in pena perché sin da subito avevo capito che Ludo rappresentava tutto quello che non avrei mai voluto essere e mi turbava il fatto che sembrasse inevitabile che dovessi percorrere un pezzo di strada in sua compagnia, come se dovessi apprendere qualcosa di decisivo sul mio conto. Sospettavo che, a dispetto della mia ripugnanza, io e Ludo avessimo qualcosa in comune: come se lui riflettesse una zona detestata della mia anima e temevo che, in virtù della sua vicinanza, saltasse fuori in tutta la sua veemenza e la mia volontà non avrebbe potuto fare niente per arginarla. Avevo avuto spesso modo di notare che molte amicizie sorgevano così: Sartre diceva che “l’inferno sono gli altri”, Otto Rank aveva spiegato la dinamica del doppio, e perfino Umberto Tozzi aveva appurato che “gli altri siamo noi, vittime e carnefici”. Se davvero così stavano le cose, pur di fare tesoro di quell’esperienza e venirne fuori migliore ero disposto a sopportare ogni evento, avrei solo voluto sapere quanto sarebbe durata.

A tutto questo pensavo mentre mangiavo la pasta e fagioli quando Ludo parlò di nuovo, sempre freddamente: “Pensavo che fosse un negoziante anche lui, invece è un pensionato e il teatrino lo vuole in casa, mi ha detto se ci vado a prendere le misure adesso che finisco di mangiare. Che se ne farà di un gondone così in casa, proprio non lo capisco. Mi sa che è veramente matto”. “Va bè, se gli piace è meglio, no? Allora ci vai?” sbottò sua moglie con aria esasperata e Ludo si esasperò a sua volta: “E non ti preoccupare, che ci vado! Mi stai stressando, manco fosse l’affare del secolo. Gli ho detto che mi porto pure il mio aiutante”.

“E chi sarebbe?”  domandò lei sgranando gli occhi. “Come chi sarebbe! Pierin!” tuonò Ludo allegro, segnandomi a dito, e anch’io sgranai gli occhi e sobbalzai sulla sedia. Mia moglie rise e mi rivolse un sorriso incoraggiante, ma io, pur essendo molto curioso, non avevo alcuna voglia di essere coinvolto in quella che si annunciava come un’autentica follia: “Io? E cosa ci vengo a fare? Non so mica come si fa?”; Ludo mi sorrise divertito: “Vorrà dire che mi terrai il martello, così almeno qualcosina ti guadagni anche ti, che adesso hai solo le lezioncine, a meno che tu non abbia trovato un altro generale dietro la collina da andargli a leggere le poesie”.

Colsi la palla al balzo per fargli la domanda che volevo fargli da tempo: “Perché, tu cosa stai facendo?”. Sua moglie scoppiò a ridere nervosamente: “È impegnatissimo alla bocciofila, lo sai!”. Risi nervosamente anch’io e non osai guardarla oltre, anche perché aveva un’aria ambigua quanto mai inquietante. Ludo si alzò e mi ordinò di andare alla cassa con lui: “Dammi 15.000 lire Pierin, non vorrai mica che ti paghi pure il pranzetto”.

Gli porsi i buoni pasto che mia moglie mi aveva dato prima che entrassimo. Ludo li esaminò con curiosità divertita: “Qui Ticket? Mi pigli per il culo? Vai in giro coi soldi del Monopoli, adesso?”. “Sono buoni pasto, valgono 7.500 Lire l’uno e moltiplicato per due fa giusto 15.000. Qui dovrebbero accettarli, ho visto che c’è l’icona sulla porta. In certi supermercati e ai banchi del mercato orientale ci puoi fare anche la spesa!”. Ludo scoppiò a ridere: “Belin, che ragioniere!”,  poi si rivolse al barista con il suo solito tono provocatorio: “Senta buon uomo questi li prendete? Perché il ragazzo, nevvero, mi è rimasto momentaneamente sprovvisto di contanti”. Il barista prese tutto senza fiatare, con aria di sopportazione, mise in cassa e battè lo scontrino e finalmente uscimmo. La moglie di Ludo disse a mia moglie che stava organizzando una festa per il compleanno del bambino e voleva invitarci e si offrì di accompagnarla a casa. Io e Ludo salimmo sulla sua Alfa 33 e partimmo per la “missione speciale”, come lui la chiamò: “Tua moglie ha origini inglesi, vero?” gli chiesi: “Che cazzo c’entra adesso” rispose con aria perplessa. “Era così, per parlare, notavo che ha quei tipici lineamenti…” “Di merda. Adesso però piantala con le tue cagate e fammi ragionare sulla strada da fare piuttosto, mi ha detto che sta in Via Monticelli, se non ricordo male dev’essere nella zona dello stadio, là dall’inizio di Corso De Stefanis”. “Se mai non la trovassi, quando siamo nei dintorni gli puoi telefonare” gli suggerii. “Grazie, non ci sarei mai arrivato da solo, lo vedi che ci vuole sempre il filosofo”. 

La casa del tizio era all’ultimo piano di una delle tante palazzine costruite negli anni sessanta che hanno fatto di quella zona di Genova un fitto agglomerato di cemento che diventa un luogo molto pericoloso durante le alluvioni, ma la città doveva crescere e non poteva che farlo in questo modo, almeno così parve a chi a quei tempi si trovò a decidere. C’era un certo degrado nell’atrio del palazzo, anche per le scale, i muri bianchi avevano macchie di pedate qua e là e scritte e segni di penna biro. L’ascensore era vetusto, con la porta a due ante di metallo e vetro, non volevo prenderlo, mi sembrava poco affidabile: “Ce le hai tutte, pure la claustrofobia” mi disse Ludo con aria di sopportazione e mi ingiunse di entrarci comunque, asserendo ché fare sei piani a piedi era da pazzi ed io gli obbedii e contai un piano per volta col cuore in gola fino ad arrivare al sesto e ultimo.

Suonammo il campanello e la porta subito si aprì e comparve un uomo corpulento con la barba, tra i sessanta e i settanta: portava una camicia a quadrettoni bianchi e blu, con le bretelle rosse, pantaloni di velluto a costine di un verde smorto e troppo larghi, tirati quasi sotto le ascelle e troppo corti, si vedevano impietosamente i calzini grigi, i polpacci bianchi e pelosi e le ciabatte di pannolenci. Sorrideva, sembrava felice di vederci. “Accomodatevi, vi prego, gradite un caffè, o un liquorino?” ci disse mentre entravamo nell’ingresso cieco. Da un lato, attraverso la porta aperta, vidi la cucina in disordine, dall’altra c’erano tre porte smaltate di bianco opaco, probabilmente erano ancora quelle originali. Tutto ciò mi mise addosso una tristezza infinita, ma ancor più m’intristì quell’insistente ed eccessiva cordialità, era quasi patologica: “Non fate complimenti, vi prego, veramente, vorrei offrirvi qualcosa!”. Ludo gli disse con calma e risolutezza: “No, grazie, stia comodo” e l’uomo fece un patetico gesto di resa e si risolse a guidarci nella stanza più grande della casa, illuminata da una sola lampada alogena a stelo, ché le tapparelle erano abbassate; appena vi entrai restai senza fiato.

Anche Ludo sembrò stupito, fece girare lo sguardo da ogni parte, poi bofonchiò con tono ammirato: “Ma guarda te…”. Il nostro ospite spiegò orgoglioso: “Ho aspettato tanto, mi è costato una cifra, ma alla fine ho realizzato il sogno della mia vita”.

Alla parete più ampia era appeso uno schermo enorme che la occupava quasi del tutto. In mezzo alla stanza c’erano quattro file di poltroncine di legno da cinema, originali, recuperate chissà dove e come, alcune erano scheggiate, mi sembravano manichini di esseri di un altro pianeta con gli arti penzoloni. Ma il pezzo forte era il proiettore, nero, enorme, antico, come quello del Nuovo Cinema Paradiso.

Le altre tre pareti erano interamente tappezzate di locandine: La strada, Roma città aperta, La ciociara, Ladri di biciclette, Rocco e i suoi fratelli e così via: “Tutte originali!” disse l’uomo. Sul pavimento, in ogni angolo della stanza, c’erano pile di bobine di metallo. “Sono Centocinquanta film, tutti originali!” esclamò con entusiasmo l’uomo. “Complimenti!” esclamai e lui mi guardò con gratitudine, poi si rivolse a Ludo in modo assertivo: “Bene, signor Ludo, vorrei che lei mi incorniciasse lo schermo con quel bel teatrino che ha realizzato nella vetrina del negozio di sua moglie. Ovviamente dovrà essere più grande, però identico, mi raccomando, così, di velluto rosso. Però vorrei che ci applicasse anche una cordicella in modo che io la possa tirare stando qui alla macchina, per aprire e chiudere il sipario all’inizio e alla fine della proiezione. Crede sia possibile?”. Ludo guardava dritto davanti a sé, come se vedesse l’opera già compiuta e rispose, come al solito dopo un bel po’: “Tutto si può fare, basta pagare. Ma le chiedo perché, chi ci deve venire qui? Voglio dire, fa il cinema in casa? Perché le potrei portarle un mucchio di gente, soltanto alla bocciofila ce n’è di patiti dei vecchi film, il più giovane sarà del ’16. Ovvio che mi darebbe una percentuale”.

L’uomo guardò Ludo come spaventato e gridò: “No! Qui non ci viene nessuno, lo faccio solo per me, è la mia passione! Comunque, voi sarete miei ospiti graditi tutte le volte che vorrete, a me non farà altro che piacere”. Ludo si guardò intorno ancora una volta, poi disse: “Una milionata”.

Io trasalii. Non sapevo se era troppo, o troppo poco, più che altro mi aveva colpito il sentire dire per la seconda volta quella parola nello stesso giorno. Dopo una lunga pausa di silenzio Ludo aggiunse: “Sì, direi che con una milionata, spese incluse, facciamo una bella cosa. Se poi volesse la fattura, s’intende che è più IVA al 19%”. Il suo tono di voce non aveva tradito alcuna incertezza ed ero anche pieno di ammirazione: “Una milionata…” ripetè l’uomo e rimase in silenzio a riflettere. “Va bene” disse e poi si affrettò a dire: “Però mi raccomando, faccia più presto che può!”.

Ludo gli sorrise come una volpe: “Faccio presto sì”. Quindi mi fece cenno di assisterlo e tirò fuori il metro da sarto che gli aveva dato sua moglie e ci mettemmo a misurare la parete. Alla fine Ludo disse all’uomo: “Fra una decina di giorni al massimo vengo qui e lo montiamo”.

A quelle parole quello tirò un sospiro di sollievo e ci fece strada in ingresso e proprio mentre stava per aprire la porta di casa sentimmo girare rumorosamente e nervosamente la chiave nella toppa. La porta si aprì e comparve una donna bruna, giovane ma con un aspetto vissuto, gli occhiali affumicati e l’espressione abbacchiata. Aveva i capelli corvini con dei riflessi quasi blu, la carnagione scura, una sigaretta le pendeva da un angolo della bocca, su un braccio reggeva una borsa di pelle nera e sull’altro il sacchetto della spesa. Non appena ci vide fece trasalì, come di chi ha appena visto appropinquarsi un pericolo. “Che succede ancora?” inquisì con voce alterata, guardando aggressiva prima l’uomo e poi a noi. “Questa è mia figlia.” ci disse il cinefilo, con un tono come volesse stemperare la tensione, poi spiegò alla donna: “I signori mi faranno un lavoro di là nella mia sala del cinema.” Lei gridò: “Ancora! Ora basta! E tutti i giorni ce ne hai una nuova, non ne posso più! Cosa devi ancora fare e comprare là dentro, hai speso anche troppo, siamo rovinati!”.

Dopo queste parole nessuno parlò. La donna si voltò e se ne andò in cucina borbottando con la sua voce arrochita dal fumo, cominciò a rimestare in quel disordine facendo rumori di pentole. L’uomo sembrava imperturbabile, aprì la porta e disse, come se niente fosse stato: “Allora siamo intesi: ci vediamo tra dieci giorni al massimo per la consegna. Vuole un acconto signor Ludo?” “Ma per carità, va ben cuscì!” replicò Ludo frettoloso. “Ad ogni modo, di qualunque cosa abbia bisogno non esiti a telefonarmi” insisté l’uomo preoccupato.

Mentre aspettavamo l’ascensore sentimmo provenire delle urla dall’appartamento dell’uomo. Appena fummo per strada fui investito da una carezza di vento primaverile e la tensione mi lasciò in un istante, ero quasi felice. “Mi sa che a questo qui non gli prendo un cazzo. È matto, proprio. Ma lo sapevo, si è mangiato tutti i soldi per la sua grande passione, ora è là che litiga con sua figlia. Chissà che lavoro faceva, parla come uno che ha studiato, mi ricorda te, magari era un professore che poi si è bevuto il cervello”. Così disse Ludo, poi mi guardò sorridendo ironico: “Lo vedi che a fare il musico ti sei salvato? Perché davvero quel tizio ha qualcosa che mi ricorda te, magari se avessi fatto pure tu l’insegnante saresti venuto matto più di quel che sei”.  “Allora non gli farai il teatrino.”  dissi deluso. “Glielo faccio, glielo faccio, mi sembri mia moglie. Poverino, mi farò pagare solo le spese, saranno 250.000, 280.000 lire, al massimo”. “Come, non ti fai pagare?!” “Non sono mica uno che si approfitta dei matti”.

“Ma tua moglie ha bisogno di quei soldi!”. Ludo inarcò il sopracciglio: “E tu che ne sai?”. Il suo sguardo era così inquisitore che le parole mi uscirono di bocca senza che potessi far nulla per fermarle. Lui trasalì: “Ti ha chiesto una milionata! A te! E tu glieli hai dati, spero!”. “Certo che no!”“E l’ho sempre pensato che hai il braccino corto! Sei un egoista. Ma come, la pulcina è là che annaspa tra i debiti e il tuo cuore di pietra non tentenna neanche un po’?”. “Ma non li ho!”. A chi vuoi darla a bere. Che vuoi che sia una milionata, ce l’hai di sicuro!” “Sì, ma se me ne privo rimango senza un soldo!” Figurati! Ma perché non me lo hai detto, te l’avrei restituiti subito”. “Ma perché non glieli dai tu? È tua moglie.” “Era meglio se glieli davi tu, io te li restituivo e non le dicevamo niente, ci saremmo divertiti a fare la sceneggiata con te che ti presentavi in negozio per esigere, giustamente, ed io che facevo finta di non sapere niente, tu che cercavi il momento migliore per dirglielo e lei che si cagava sotto”. Rabbrividii: “Ma perché vuoi tormentarla così?”  “Perché ha bisogno di una lezione, la principessa. Lei e i suoi sono pieni di soldi e non mi hanno dato retta! Ci ho passato un giorno e una notte a discutere e cercare di fargli capire che potevano triplicarli, diventare ancora più ricchi da non fare un cazzo tutto il giorno. Ma avrebbero dovuto fare come dicevo! Figurati, niente, sua madre mi ha detto che sono un fannullone e suo padre mi ha messo cortesemente alla porta, hanno cercato di mettermela contro e lei sì che se n’è venuta via con me, ma gli ha detto che non voleva manco un soldo, ha rinunciato anche alla casa che le avevano regalato e ora chi li paga i debiti del negozio? Lo scemo! E quelli stanno là a sperare che noi arriviamo ai resti, così lei mi dà un calcio in culo e se ne torna all’ovile! Capito, allora perché le dovevi dare quella milionata? Le insegnavo a stare al mondo. Invece tu che fai? Non ce li ho!” “Ma non potreste invece chiarirvi fra voi?” Ludo rise sarcastico, poi disse con tono ironicamente sconsolato: “Su, Pierin, ora andiamo a metterci all’opera”.

Aveva una manualità fantastica, non sbagliava un colpo, rimasi per tutto il tempo a guardarlo a bocca aperta. E Ludo ogni tanto si fermava e mi diceva: “Tu guardami sempre”.

Allora gli domandavo cosa potevo fare per rendermi utile e lui mi diceva di continuare così, che perlomeno non facevo danni. Dopo pochi giorni il teatrino fu pronto e andammo a consegnarlo. Al cinefilo si illuminarono gli occhi per la contentezza quando ci vide sul pianerottolo con tutto quel materiale. La cordicella funzionava bene, anche se Ludo dovette regolarla e gli ci volle un bel po’ d’impegno. Alla fine disse all’uomo che voleva soltanto le spese e quello si offese, disse che non dovevamo lasciarci influenzare da sua figlia, era completamente pazza, andava in cura da uno psichiatra, era la sua disgrazia, lo aveva reso vedovo. Aveva gli occhi spiritati, la sua voce era talmente alterata che ci fu un momento in cui ebbi paura. Ci consegnò la milionata, tutta in biglietti da 100.000, e ci mise alla porta senza rinnovare l’invito di andare ad assistere alle sue proiezioni. Quando fummo per strada Ludo parlò: “Hai visto, pulcino? Ha voluto pagarci a tutti i costi, si vede che ha riconosciuto il valore della mia grande opera. Quindi è giusto che questa milionata me la prenda tutta io, anche perché tu non mi hai tenuto manco il martello, ti sei limitato a guardarmi con la bocca aperta. Senza contare che ho comprato io tutto il materiale”.

Annuii senz’altro. Ludo contò i soldi con calma, poi me li porse tutti: “Tieni Pierin”. Lo guardai incredulo. “Devo darli a tua moglie?” cercavo di sondare il suo pensiero che come sempre si mimetizzava tra le pieghe del suo sorriso. “Ma cosa le devi dare! Ci paghi le bollette e le tettarelle per tua figlia”.

Lo squadrai incredulo e diffidente e lui rise. “Dai, che mi fai stare col braccio teso!” era davvero un dono, o una trappola? Voleva chissà cosa in cambio, o voleva solo vantarsi? Era così importante la mia collaborazione, oppure era un cuore grande e, semplicemente, mi voleva bene? O erano tutte queste cose assieme? Con lui nulla era da escludere, o forse era quella parte tanto detestata di me che mi faceva sorgere tutte quelle domande maligne?

Da una parte temevo di rimanere irretito nelle sue trame contorte, dall’altra mi divorava la curiosità di conoscerle fin nei dettagli. Che fare? Ad un tratto mi venne in mente una frase che aveva detto un giorno il mio amico manager: “finché li prendi va tutto bene, è quando te li prendono che ti devi preoccupare”.

Presi la milionata e me la misi in tasca, poi dissi a Ludo “Sei sicuro che non ti venga niente, nemmeno le spese?” “Sicurissimo” fece lui, sicuro di sé come sempre. “Allora, non so davvero come ringraziarti.”“Prego” rispose lui serafico.

Sembrava tutto solo magico, come il teatro, e mi ricordai che il grande Gorgia diceva che chi va a teatro e non si lascia ingannare dalla finzione è stupido e mi lasciai ingannare.