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Marta e Filippo a Cuba: Odissea per due genovesi

Marta e Filippo a Cuba: Odissea per due genovesi

Marta e Filippo sono due giovani che da tempo hanno prenotato una vacanza nella nota isola caraibica. Hanno organizzato e prenotato il tutto con attenzione, volo, alloggio ed escurisoni.

Peccato, che il tristemente noto Covid19 abbia messo la propria coda nel loro soggiorno.

Marta Cavallo, nostra concittadina ha rilasciato per la nostra testata un’intervista sull’accaduto.

“Siamo partiti a fine febbraio io ed il mio compagno Filippo”, spiega Marta, “dopo aver chiesto rassicurazioni al ministero degli Esteri prima di intraprendere il nostro viaggio e non avendo avuto indicazioni contrarie, ci siamo indirizzati alla volta di Cuba”.

Marta e Filippo a Cuba: Odissea per due genovesi

Tutto sembrava svolgersi perfettamente, i primi giorni a L’Avana si sono svolti nel migliore dei modi, tra visite ed escursioni.

Una di queste, è stata piuttosto lunga in auto, dove al termine della stessa la giovane ha accusato un po’ di febbre, dovuta forse al forte sbalzo termico tra auto con aria condizionata ed il clima esterno.

Al rientro, una compressa di paracetamolo ha sistemato il problema.

Di questo, i due liguri hanno informato la proprietaria dell’alloggio che, evidentemente si è allarmata ed ha avvertito le autorità sanitarie locali.

“Era circa mezzanotte, quando siamo stati svegliati da qualcuno che bussava con forza alla porta”, spiega la ragazza, “all’inizio non capivamo se fosse diretto a noi il richiamo oppure ai vicini accanto al nostro alloggio. Purtroppo era per noi”.

Si presenta a loro una persona che afferma di essere un medico, che ci ha riferito della necessità di controlli ai turisti italiani, a seguito dell’epidemia del Covid19 nel nostro Paese.

Il medico afferma che i controlli sarebbero durati poche ore e che non era necessario portare alcun effetto personale. Fortunatamente, Marta ignora l’indicazione e porta con sé un piccolo zaino ed un beauty-case che rappresenteranno la salvezza della coppia.

Il gruppo si accomoda a bordo di uno sgangherato pick-up e parte alla volta dell’ospedale. Da subito la situazione appare complessa, in quanto il mezzo si dirige fuori centro e i giovani faticano a capire quale sia la destinazione, mentre il medico e l’autista ripetono continuamente il termine ospedale.

Sono diretti infatti a La Lisa, uno dei municipi della capitale, dove si trova appunto l’Ospedale per le Malattie Tropicali. “Appena arrivati al nosocomio, inizia il nostro vero incubo”, ricorda Marta, “ci troviamo catapultati in una situazione surreale che durerà per giorni…”. Una struttura antiquata accoglie i due turisti con personale bardato in modo anomalo: non gli strumenti di protezione ai quali siamo abituati nelle immagini attuali, ma drappi e teli al posto di tute, e schermi anti-contagio.

Oltre a questo le condizioni igieniche sono ben diverse dagli standard europei: non hanno acqua in bottiglia e il cibo è consegnato in mano senza l’uso delle posate.

I due turisti hanno a disposizione solo due letti con le sole lenzuola pulite, né asciugamani né altro.

La loro unica risorsa è il piccolo beauty-case di Marta che li salva dal disastro. Nonostante questo, la parte più drammatica è un’altra, ci spiega la giovane: “Il nostro più grande problema era il non capire nulla di quanto stesse accadendo, i continui cambi turno di medici ed infermieri ci portava a ripetere continuamente a persone nuove le nostre generalità ed il percorso del nostro viaggio, senza capire mai come avrebbero voluto procedere con i controlli su di noi”.

Il tempo si ferma in quell’ospedale, senza contatti esterni e senza alcuna indicazione sul percorso sanitario.

Dopo i vari esami, tutti i dati in merito al virus sono negativi, ma i giovani non vengono dimessi.

Il racconto prosegue poi nella sua drammaticità: “Continuamente chiedevamo di parlare con un medico, ci sbracciavamo dalla porta della stanza e solo dopo ore compariva qualcuno che da lontano ci intimava di rientrare e ci diceva di aspettare.

Il controllo medico consisteva nella misurazione della temperatura e della pressione, al mattino.

Durante la notte irrompevano nella stanza sbattendo la porta e chiedevano da lontano “como estas?” e poi se ne andavano.

Il posto ci spaventava… spartano e diverso dai nostri standard e noi temevamo di contrarre qualche altra malattia.

Sembra che in quella struttura i degenti si portino tutto da casa, anche le lenzuola! Solo al secondo giorno siamo riusciti a metterci in contatto con la sorella di Filippo che ha iniziato a contattare le istituzioni, e solo dopo il mio post su Facebook la macchina si è attivata.

L’ambasciata italiana a Cuba si è mossa ed il massimo funzionario si è poi scusato con noi per il trattamento che abbiamo ricevuto”.

La svolta della complessa vicenda, è arrivata grazie al fatto che l’azienda di Filippo ha attivato un particolare piano telefonico, grazie al quale sono riusciti a comunicare con l’Italia.

Dopo la quarta notte i due sono finalmente stati dimessi e tornati a L’Avana per mettersi alla ricerca di un nuovo volo, in quanto il loro era già perso da giorni.

Hanno quindi prenotato l’unico passaggio aereo per Roma e sono letteralmente fuggiti, poco prima che il governo chiudesse le frontiere agli stranieri, per contrastare la diffusione del virus. “Appena rientrati in Italia abbiamo avuto una chiamata dal ministero degli Esteri e, anche in aeroporto siamo stati riconosciuti come i due turisti genovesi bloccati a Cuba, abbiamo sentito una grande solidarietà in generale…”, conclude Marta, “e noi siamo arrivati a casa sani e salvi.

Siamo andati subito alla ASL di competenza per effettuare tutti i controlli ed ora siamo in quarantena strettissima, senza alcuna possibilità di uscita, ma va davvero bene così”.

Un luogo incantevole spiega la giovane genovese, con un grado di ospitalità elevatissimo ed una particolarità unica.

Tuttavia, il livello del servizio sanitario è molto differente dal nostro e, trovarcisi all’interno in caso di emergenza può causare non pochi problemi.

Ai due giovani è soprattutto mancata la chiarezza nelle procedure: essere lontani da casa, con difficoltà nella comprensione della lingua e nessun progetto preciso, genera un’incertezza che porta facilmente allo sconforto ed alla paura. Questa mancanza di comunicazione e di chiarezza è stata per i due peggiore delle condizioni igieniche stesse. Ora il viaggio è alle spalle, l’esperienza è terminata nel migliore dei modi. Domani, Marta e Filippo porteranno con loro un ricordo realmente unico di questa primavera 2020.

Roberto Polleri