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L’intramontabile mito di Elena rivive con il TIR

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Elisabetta Pozzi

Con “Elena” del poeta e drammaturgo greco Ghiannis Ritsos il Teatro-camion TIR ha registrato ieri sera un ulteriore successo grazie ad una platea al completo, nella centrale e suggestiva location di Piazza della Vittoria.

L’ autore compose il monologo nel 1970; trattasi di una rilettura del mito sulla donna più bella della Grecia antica, che ci presenta una Elena che ha da tempo rinunciato alla bellezza fisica e che ora ripercorre un’esperienza di vita trascorsa all’insegna dell’amore, tra vari amanti contendenti, e al tempo stesso con un filo di rimorso per le conseguenze nefaste della guerra scatenatasi, anche se viste come inevitabili e volute dagli dei.

Una vita prossima al termine che non genera più passioni, ma solo malinconia, attenzione ai dettagli, forse rimpianto e, a sorpresa, un forte rigurgito di narcisismo da semidea.

Le forzatamente sorridenti memorie di Elena somigliano a quelle di  una diva nostalgica, comprensibilmente affetta da un filo di depressione, prigioniera del proprio passato, ma indulgente, per necessità di sopravvivenza, con le sgarberie e sciatterie di chi le sta intorno e da cui dipende.

A volte si ha l’impressione – non a caso l’autore è un uomo e i riferimenti alla decadenza fisica degli uomini anziani sono frequenti – che si raccontino le angosce, prevedibili quando manca un quarto alla mezzanotte della vita, non tanto di una donna quanto di un uomo che si rifugia nel successo e/o comunque nella pienezza di vita  degli anni giovanili, lasciando che gli altri lo smembrino, sia psicologicamente che materialmente, in quanto nulla è più importante per lui, tutto è ridimensionato. Significativo un episodio della vita dello stesso autore che, accortosi del furto di alcune statuette antiche da parte di operatori televisivi, commentò che tutto ciò era “talmente umano…”

Brava Elisabetta Pozzi nella sua piena maturità espressiva, che ci offre un monologo (arte difficile per un attore) che non lascia spazio allo spettatore di distrarsi neppure per un attimo.

Grazie anche all’efficace ed incisivo accompagnamento musicale di Daniele D’Angelo. Qualche perplessità sul messaggio che si intende rivolgere allo spettatore, o meglio alle spettatrici: come si allinea questa Elena alla dinamica attempata signora di oggi, che, se la salute l’assiste, riempie la vita di impegni e, possibilmente, di affetti, con un occhio, ma solo ogni tanto, a ciò che è stato? Elisa Prato