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Il Nano Morgante | L’Azzardo della Beltà

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Venere ed Adone in un quadro di Rubens

La gradevolezza dell’aspetto estetico ha sempre riscosso, con qualche ragione, l’ammirazione  dell’essere umano. Un desiderio, per sé e di sé, cui spasmodicamente tende.

Non a caso, sul concetto di “bellezza”, e quindi anche sul suo opposto, la “bruttezza”, si sono stesi  fiumi di inchiostro ed oceani di narrazioni, dalle mitologiche alle contemporanee.

Sia come sia, l’attenzione al dato est-etico sfora in norma etica: un irrinunciabile  “principio di salvaguardia” dinanzi alla possibilità, giustappunto offerta dalla “bellezza”, di tendere  (pur senza mai giungervi) al limite dell’abusato e consumistico concetto di felicità.

Tuttavia, questo “principio” risente fortemente di una variabilità di condizioni, giacché non insiste a prescindere, essendo spesso ancillare rispetto ad interne ed esterne circostanze.

In particolare, l’esercizio di una erculea volitività, dedicato anche alla performance dell’estetica, registra uno stretto legame con la necessità di ottenere l’altrui consenso. Tanto da assurgere a differenziazione sociale, il l’attesa di esserne giornalmente compensati.

A tale ristretto orizzonte, l’aspetto estetico si conduce inesorabilmente, ciò sostanziando, a tutti gli effetti, tanto aleatorietà, quanto vacuità.

In termini pratici, mentre i  “brutti” di Lucio Dalla subiscono il danno di “vedersi consegnare un pezzo di specchio in cui potersi guardare”, i “belli” si beano in una condizione immediata di esaudimento, ma dall’altrettanto fulmineo esaurimento.

L’estetica quotidiana resta indubitamente un plus-interest finalizzato, nella misura ampia in cui l’individuo può farne vessillo e condizione, sebbene effimeri per natura.

Riesumando l’esempio dell’asino e della sua nota giovane “beltà”, resta l’esigenza umana di conservare il “bene” almeno per il tempo necessario a trarne positivi effetti.

Cosicché ciascuno, in nome di una jeune-fille e del surplus d’angoscia esistenziale che produce, accetti anche una “bellezza” posticcia, sottoposta alle angherie, alle metamorfosi  del tempo.

Rammento, in proposito, una considerazione di Paul Claudel: “gli splendidi doni che la natura aveva fatto a mia sorella Camille sono serviti solo a renderla infelice”.

D’altronde, puntare esclusivamente sull’organo della vista, trascurando non solo gli altri sensi in dotazione ma anche la ragione, è un autentico azzardo statistico.

Massimiliano Barbin Bertorelli