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Il Nano Morgante | La genetica del buonumore

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Il Nano Morgante | La genetica del buonumore
Il Nano Morgante | La genetica del buonumore

La dotazione individuale di buonumore ha nel proprio corredo cromosomico la premessa indispensabile, tanto  per il suo esaudimento, quanto per il suo esaurimento.

In buona sostanza, in presenza di un corredo idoneamente equipaggiato, il buon umore è una qualità su cui costantemente contare, che si conserva sostanzialmente invariato nel tempo a prescindere dagli accadimenti avversi.

In relazione all’assunto, un recente articolo su Marc Augé,  pubblicato ne IlSole24ore,  afferma  che la possibilità di essere felici, secondo le recenti ricerche sulle Neuroscienze, é in stretto rapporto al possesso di uno specifico gene.

La dotazione genetica produce quindi l’ orientamento al buon umore o, in carenza,  al cattivo umore. Da ciò ne discende che, laddove insiste la componente ereditaria, il modus vivendi personale,  ivi comprese le risposte individuali al contesto, non sono mai casuali,  bensì causali.

In generale, la riserva di buon umore è notoriamente quella a più alto rischio-esaurimento, visto che risente, in diversa misura,  degli effetti del trascorrere del tempo personale e degli accadimenti che, avvicendandosi senza sosta, gravanosulle spalle e nella testa  dell’individuo.

Trascurando gli aspetti clinici, non è raro  notare in taluni individui repentini passaggi  dal buon-umore  al mal-umore. Oppure notare, con minore frequenza, che taluni, anche in mezzo al dispiegarsi di sgradite concomitanze,  conservino una sostanzaincrollabilmente proattiva.

Ad ogni buon conto, accanto alla sorte genetica di nascere con una riserva abbondante di buon-umore, insiste sempre l’opposta possibilità di averne a disposizione, ahimé,  una quota già esaurita in fase di partenza.

Le ordinarie vicissitudini  per loro stessa natura, va ribadito, tendono ad appesantire l’ animo umano  piuttosto che alleggerirlo, potendo assimilare l’individuo ad una motrice che traina un numero di vagoni che aumenta progressivamente.

In conseguenza di ciò, non si può ragionevolmente pretendere che ogni individuo affronti l’esistenza con permanente levità. E che, citando F. Schiller, conservi sempre l’ istinto giocoso.

Per concludere, visto che il frutto non cade mai molto distante dall’albero, citando un proverbio popolare, non è ragionevole aspettarsi, da noi stessi e da nessuno,  destinazioni  differenti da quelle fin da subito  prospettate. Massimiliano Barbin Bertorelli