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Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo della gestualità

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Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

Il film cosiddetto muto è una proiezione in cui si svolge una  trama, senza emissione di voce da parte degli attori, storicamente riconducibile al periodo  dal 1895 fino al 1927 ( anno in cui venne distribuito il primo film parlato, “Il cantante di jazz”).

Il completo e definitivo passaggio al sonoro, tuttavia, non avvenne prima del 1930.

Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

Il periodo precedente l’avvento del sonoro nel cinema è denominato la silent era. In realtà, dal teatro di città a quello di periferia, le proiezioni erano accompagnate da musica dal vivo, una sorta di colonna sonora eseguita da un pianista o da un’orchestra.

Il teatro fu il luogo ideale per rappresentare il film muto, considerato che bastava montare un semplice schermo per la proiezione, senza ulteriori mezzi tecnici.

Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

Si usava accompagnarne lo svolgimento con spiegazioni chiarificatrici delle scene, letture delle didascalie e commenti; la musica era comunque una componente essenziale dell’immagine, poichè conduceva l’attenzione dello spettatore verso lo scorrere dell’azione.

Rapsodia satanica nasce dal genio di Nino Oxilia nel 1915 ma, per esigenze di distribuzione, verrà rappresentato solo nel 1917.

Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

Il film ben rappresenta come il fascino e la presa emotiva del  cinema muto sia affidato all’espressività degli interpreti, che ha  rapito lo spettatore di ogni tempo: in genere gli attori erano talmente bravi da sostituire le parole e i sentimenti con i mutamenti del volto e con una gestualità amplificata, che  spesso non rendeva necessari i movimenti delle labbra.

“Rapsodia Satanica” non è un film girato a colori ma è colorato a mano; si avvale di una scenografia dannunziana fatta di sontuosi mobili e vasellami d’epoca che arredano la casa della contessa Alba, tra questi il quadro dal quale fuoriesce la personificazione del male, che promette all’ aristocratica la giovinezza eterna in cambio della rinuncia definitiva all’amore.  Completa l’ambiente uno splendido giardino in cui si compie la tragedia finale.

Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

La comprensione della psicologia plagiabile e mutevole della protagonista è facilitata ed indotta dalla musica di Mascagni, mediante uno splendido ed innovativo lavoro di intarsio tra scena e musica (condotto dal compositore addirittura con l’aiuto di un cronografo per aumentarne l’efficacia) e primo esempio di colonna sonora nel cinema.

E’ in scena la rappresentazione della vanità: Alba vuole soprattutto essere ammirata, di amare e di essere amata le importa di meno; solo quando la sua leggerezza avrà una vittima tornerà a riflettere sul richiamo all’amore dell’universo  intero, sul valore assoluto dei sentimenti, sull’illusorietà di ciò che la circonda.

Mefisto è la rappresentazione del male assoluto: far del male a tutti i costi è il suo scopo, alla donna e a quelli che la amano. Di grande presa gli elementi simbolici della clessidra rovesciata, qual ritorno della giovinezza passata, della statuina dell’Amore (parzialmente) infranta: ma il desiderio d’amore può infrangersi del tutto?

Elementi tratti da D’Annunzio, Wagner, Faust si intrecciano e si sovrappongono in un crescendo emotivo condotto dalla brava Lyda Borelli (nata a Genova Rivarolo nel 1884), attrice in grado di  esprimere, materializzare le evoluzioni  anche contraddittorie dell’animo femminile  attraverso lo sguardo e la corporeità.

Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

Una tecnica di recitazione ampia e caricata, forse eccessiva per il nostro gusto di moderni osservatori  disincantati, avvezzi ad una teatralità più asciutta, ma il  fascino e il valore della  testimonianza storica  di questo tipo di produzione  resta intatto. E’ la nascita di una nuova forma d’arte, il cinema, che prende  naturalmente le mosse dal suo genitore naturale, il teatro, e  per qualche tempo ancora ne riporterà gli schemi.

Gianni Schicchi è un’opera tarda di Giacomo Puccini (Lucca 1858, Parigi 1924), nata quando il compositore aveva oltrepassato la cinquantina, era al colmo della gloria e pareva non dover più chiedere nulla al destino.

Ma il maestro detestava far niente: pertanto, pur non toccando i vertici creativi ( o i successi?) di Butterfly o Bohème, scrisse ancora opere egregie e un poco fuori dai contrasti emotivi carichi di rappresa malinconia che costituivano il suo canovaccio, ma a modo loro di diverso soggetto, come “la Rondine” e “Il Trittico”.

Negli stessi anni, infatti, Puccini era tornato ad accarezzare il progetto di comporre tre atti unici: un dramma dell’orrore, una commedia sentimentale ed una farsa, da  rappresentare insieme. “Il tabarro”, cupo dramma  parigino della gelosia, “Suor Angelica”, il racconto dei segreti e dei tormenti di una monaca senza vocazione, ed infine la farsa comica Gianni Schicchi furono riuniti in un solo spettacolo, presentato  al Metropolitan di New York nel 1918.

Rapsodia satanica e Gianni Schicchi, il trionfo del gestualità

Il nostro Schicchi è ambientato a Firenze nel 1299. I parenti del defunto Buoso Donati sono afflitti poiché tutti i suoi averi sono stati destinati ai frati. Rinuccio, innamorato di Lauretta, figlia di Gianni, un villano pieno di iniziative,  propone di chiamare il futuro suocero, che viene piuttosto male accolto dagli altri,  ma Lauretta convince il “ caro babbino “ ad aiutarli.

La notizia della morte di Buoso  non è ancora uscita dalla sua casa: Gianni fa chiamare il notaio, si infila nel letto del morto  e, fingendosi Buoso  moribondo, detta le sue ultime volontà. Ma si riserva la parte più sostanziosa, casa e mulini. I parenti vengono cacciati e i due innamorati  potranno vivere ricchi e contenti. L’ultimo pensiero del protagonista è per quel padre  Dante che lo ha collocato  nel canto trentesimo dell’Inferno, tra i “falsatori di persone”, ma invoca l’attenuante dovuta al divertimento  procurato al pubblico.

Rappresentazione brillante e scorrevole quella proposta dal Carlo Felice per la regia di Panerai.

Colpisce la felice ambientazione nell’epoca, in cui troneggia un letto a baldacchino, palcoscenico nel palcoscenico, in cui si svolgerà il fulcro della tragicommedia, dal quale Schicchi detterà il testamento fasullo. Splendidi i coloratissimi costumi, nonché l’originale interpretazione del canto “parlato” attuata dai cantanti-attori, divertenti e convincenti nella  gestualità  eccessiva  e mediterranea, tipica della nostra Toscana, che supportano un libretto arguto nei dialoghi e nell’esposizione di un ambiente dal sapore provinciale, nel quale avvenimenti e notizie vengono anticipati  nelle botteghe.

Divertente anche la personalità di questo Schicchi, furbo  gabbatore degli stessi futuri parenti: perseguendo gli scopi suoi, ignora il comportamento decisamente sgarbato degli stessi, che pure vorrebbero pilotarlo, guardando davanti  a sé e  non ai lati.

Interpreti ed orchestra del tutto all’altezza, con un plauso alla fisicità  nei ruoli, particolarmente centrata, degli interpreti.

Elisa Prato