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Borkman alla Corte: la febbre dell’oro ammazza il cuore

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Borkman alla Corte: la febbre dell'oro ammazza il cuore

Nei paesi scandinavi, Svezia, Norvegia, Danimarca, tardo fu lo sviluppo della cultura e quindi anche del teatro, frenato dalla diffusione del cupo lateranesimo dei primordi. Fu del poeta Ludvig Holberg il  merito di  aprire, verso la metà del Settecento, la strada  alla cultura europea, dai classici latini alla commedia dell’arte.

Il formidabile genio che  conferisce  al teatro scandinavo l’impronta non più di imitatore ma di iniziatore del teatro moderno è Henrik Ibsen (1828-1906). Nato in una famiglia luterana, a vent’anni il nostro giovane non aveva ancora visto uno spettacolo teatrale; dopo alcuni insuccessi scolastici accettò la direzione di un modesto teatro, con l’obbligo di rappresentare ogni anno un proprio lavoro. L’ascesa artistica  di Ibsen avviene dal 1864, quando, novello emulo di Goethe, scende in Italia, maturando i capisaldi del suo pensiero: ognuno di noi porta un peso dentro, l’eredità del passato, dal quale non sa liberarsi; la verità e la libertà sono i pilastri dell’umano vivere, anche se non promettono la felicità.

Egli scruta l’umanità trivellandone gli animi, pesandone debolezze, illusioni e falsità, conducendo i personaggi verso un finale implacabile, mai facile, mai gioioso.

Negli ultimi anni Ibsen approda ad un teatro lugubre e spettrale, dove le battute cadono nel silenzio e i rumori somigliano a rintocchi funebri, dove l’intransigenza luterana verso le proprie creature, lo squilibrio tra cuore e cervello sale alle massime vette. Spietati ritratti  di intellettuali “progressisti”, in realtà attaccati al passato ed alla  propria sete di onnipotenza.

Con “John Gabriel Borkman” (1895-96) si rappresenta la morte spirituale di un banchiere, che ha finito di scontare il carcere per aver rubato, nell’inseguimento di una fulgida carriera. Ora, chiuso nella sua stanza, passeggia ossessivamente aspettando una grande occasione che lo riscatti, senza cercarla,  però, in attesa che qualcuno riconosca la sua grandezza e gliela porga.

Per seguire “la  voce dell’oro e dei metalli”, che lo chiamavano dalle viscere della terra, egli ha commesso “il peccato che non sarà perdonato”, ha respinto l’unica verità che contava, l’amore della donna che amava e che lo amava.

Borkman ha una moglie, con cui vive da separato in casa, che lo detesta e che sogna un grande avvenire per il loro figlio, sul  quale ha ribaltato le proprie ambizioni.

Anche Ella, l’amata cognata rimasta nubile, lo va a cercare, perchè anche lei vuole il nipote con sé.

Tre persone  chiuse nel passato, che non vivono il presente, nel sogno di un improbabile futuro. Rapporti di falso amore, relazioni intossicate dall’ansia del possesso e della rivalsa per ciò che non si è avuto.

Dai discorsi con l’amico Foldal si comprende che il protagonista è tuttora in cerca di conferme, di qualcuno che riconosca la sua caratura di uomo superiore: siccome l’altro non pare assecondarlo lo allontana bruscamente, rinunciando anche  a quella che è forse la sua unica possibilità di dialogo.

Nonostante il dolore che è riuscito a seminare, Borkman non ama le donne, colpevoli, secondo lui, di distorcere il destino degli uomini: e così accoglie Ella, il suo amore mancato, con una frase che imponga subito una distanza, “vuoi qualcosa da me?”  E ancora accusa la donna di essere lei la colpevole della propria vita sprecata, in quanto poteva essere felice anche senza di lui, accettando un legame di rassegnazione. Insomma, non solo Borkman ha lasciato Ella  per avere in cambio   un posto di prestigio, ora la accusa anche di essere la causa della sua successiva rovina, per  aver rifiutato  la proposta  dello stesso uomo che lo ha innalzato. Una tesi, questa, che ricorda  la misera psicologia del marito di “ Casa di bambola”,  laddove l’amore e la devozione  per la  donna sono  condizionati dal fatto che diventi uno strumento utile per l’ ascesa dell’uomo, non in caso contrario, anche se per lui si è sacrificata.  Un comportamento che conferma la natura anaffettiva del protagonista, tutto teso verso la coltivazione della propria personalità narcisistica.

Vite ferme nel passato, dicevamo, mentre l’unico che si ribella è il conteso figlio, che accetta di vivere un rischioso presente , lasciando quella mefitica famiglia per seguire la  donna che ama.

Un dramma dagli aspetti attuali,  recitato da ottimi interpreti, sullo sfondo di un allestimento grigio e cupo che fin da principio annuncia il senso di chiusura ed isolamento dei protagonisti. Lavia si conferma  attore  di razza e tale sarebbe anche se la regia eliminasse per lui qualche scena di… domestiche acrobazie.

“Borkmann” resta al Teatro della Corte fino al 18 novembre.

Elisa Prato

Borkman alla Corte: la febbre dell’oro ammazza il cuore