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Rigoletto: il Tribolet, il destino nel proprio nome

In molti scrittori italiani della fine del secolo XIX la fa da padrona l'influenza francese, non solo nel teatro di prosa ma anche nel teatro lirico, e di ciò si lamentarono decine di autori e critici.

Il secolo si era aperto con Rossini, incontenibile portatore di “fiumi di gioia”, e continuava andando verso il dramma con la lirica di Bellini e il colore di Donizetti.

Il drammaturgo romantico che il nostro paese attese invano nella prosa apparve e trionfò in Giuseppe Verdi (1913-1901), con quella musica che il Nostro trasse da libretti spesso approssimativi ma capaci di fornirgli un pretesto per raccontare passioni anche al limite dell'umano.

Concluso il ciclo delle opere giovanili (dieci in dieci anni!)  cominciato con il Nabucco del 1842, Verdi incanala il proprio stile “giovanile” verso produzioni più vicine al sentire intimista e perciò più sofferte ed aderenti all'animo umano: nasce pertanto la trilogia “Rigoletto” (1851), “Il Trovatore” (1853), “La Traviata” (1853).

“Rigoletto” è tratto da un'opera di Victor Hugo, “Il re si diverte” (ma stavolta il protagonista non è più il re ma il  buffone, il “tribolato”), mentre l'ambientazione viene spostata a Mantova.

Il protagonista, giullare del duca di Mantova, è un uomo illividito dalla propria deformità e dal vivere tra cortigiani oziosi che lo umiliano e non lo apprezzano.

L'uomo tiene nascosta e lontana da questo ambiente la sua splendida figlia, Gilda, frutto dell'amore di una donna che accettò comunque di volergli bene.

Il duca di Mantova è un inguaribile e cinico sottaniere, la cui vanità ed il disprezzo per le donne non si arrestano neppure davanti ai legami familiari piu sacri.

Quando Rigoletto deride con cinismo il dolore di un padre, il conte di Monterone, a causa dell' appartenenza della di lui figlia allo stuolo delle giovani sedotte dal duca, il conte gli lancia una articolata maledizione.

Forse perchè ben consapevole della malvagità del proprio schernire, Rigoletto lascia che gli effetti psicologici della maledizione si insinuino nella propria mente fino a favorire un  terribile epilogo tre volte duro: la morte della figlia, violata dal conte, che muore per salvare il proprio seduttore.

Un classico del melodramma, talmente familiare che si rischia di non coglierne più appieno l'audacia e la scabrosità: l’ansia della giusta punizione fa si che la larva si trasformi in uomo, concedendosi alla fine ai sentimenti più umani ed al pianto disperato.

Allo spettacolo del 27 dicembre, felicemente riuscito al pari dei primi, bene si accordano i commenti resi in precedenza: spettacoli giustamente mantenuti nell'ambito della tradizione, per ammissione e convinzione del regista Panerai, storico Rigoletto.

L'ambientazione è splendida, in linea con il buon gusto esibito negli anni dal teatro, con qualche originale trovata, come quella tenerissima del bimbo Cupido.

Suggestivi i cambi di scena, specie quello a vista che rivela, a chi ancora non li conoscesse, gli splendidi meccanismi dei palcoscenici alternati del teatro.

Belli i costumi della Schrecker, calibrati nei colori sull'indole dei personaggi, compresi quelli degli interpreti minori (suggestivo quello della contessa di Ceprano).

Convince il maestro Wilson e l’orchestra. Ugualmente convincono gli interpreti tra cui spicca il bravo Giovanni Meoni nel ruolo di Rigoletto, Mihailo Sljivic nel ruolo di Sparafucile.

Da segnalare la splendida voce e l'ottima interpretazione di Sophie Gordeladze nei panni di Gilda, commovente, fra l'altro  nello splendido incontro tra padre e figlia del primo atto.

L'ultimo spettacolo del “Rigoletto” va in scena venerdi 29 dicembre alle ore 15,30.

Per la regia di Rolando Panerai  orchestra e coro del Carlo Felice. Giovanni Meoni è Rigoletto; Sophie Gordeladze è Gilda; Celso Abelo è il duca di Mantova; Mihailo Sljivic è Sparafucile e Stefano Rinaldi è il conte di Monterone. Elisa Prato

[caption id="attachment_275325" align="alignleft" width="728"] Rigoletto, il Tribolet, il destino nel proprio nome[/caption]