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Palazzo Reale di Milano, prorogata la mostra dedicata a Escher

L’artista che adorava il caos perché amava produrre ordine.
MILANO. 22 GEN. È stata prorogata di una settimana, cioè fino al 29 gennaio 2017, la possibilità di visitare la mostra monografica che il Palazzo Reale di Milano ha dedicato a “Escher”.

Il percorso espositivo, suddiviso in sei sezioni, si snoda attraverso 10 stanze, che espongono più di 200 opere del grande incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972).

La sua è un’arte che piace a tutti e che può essere letta su tanti piani diversi, proprio perché coinvolge a 360° la creatività dell’uomo. La bellezza, nelle sue opere, emerge dall’ordine geometrico della natura e dalla magia delle illusioni ottiche, dalle radici ispiratrici della storia dell’arte e dal senso del gioco.

Nella sua vita Escher, che era mancino, realizzò 448 litografie, xilografie e incisioni su legno e oltre 2.000 disegni e schizzi. L’artista, come si apprende anche dal filmato introduttivo di 6’46’’, studiò arti grafiche ad Haarlem e viaggiò intensamente in Italia, che amava molto. Qui incontrò anche Jetta Umiker, la donna che divenne sua moglie nel 1924. Vissero a Roma fino al 1935 e dal paesaggio italiano, soprattutto del sud, Escher trarrà ispirazione per i suoi lavori.

La vera e propria svolta era avvenuta, però, già nel 1922, quando l’artista fu affascinato dalla regolare “divisione del piano” durante la visita all’Alhambra, a Granada. La sua continua ricerca lo porta poi a sviluppare le famose “tassellature”, con le tre “Metamorphosis” – I (1937), II (1940) e III (1967-68) –, veri e propri capolavori circolari, e a definire le “costruzioni impossibili”, come “Relativity” (1953) e “Ascending and Descending” (1960).

Escher è stato spesso definito un artista “enigmatico”, che ha lasciato il segno in discipline disparate, anche se la sua fortuna critica si sviluppò soprattutto nel XXI secolo. La M.C. Escher Foundation fu istituita da lui stesso nel 1968 a Baarn (NL), per preservare l’eredità del proprio lavoro.

Anche l’esposizione milanese, curata da Marco Bussagli e Federico Giudiceandrea, è stata realizzata in collaborazione con la Fondazione Escher. Nella sala iniziale sono evidenziate le “leggi della Gestalt” e le regole della percezione e sono esposte le prime opere, tra le quali l’“Autoritratto” del 1929 e gli “Emblemata” (24 massime) del 1931. È evidente qui lo stile Art Nouveau, mentre si possono azzardare confronti con Giacomo Balla e con Hokusai. Una vera rarità è l’ex libris con il “Vesuvio” del 1922, creato per il fratellastro geologo.

Nella seconda sala è documentato il rapporto tra “Escher e l’Italia”, con 18 luoghi evidenziati, dai “Tetti di Siena” (1922) a “Morano, Calabria” (1930). Si prosegue nella terza sala, che indaga la “legge del pieno e del vuoto” (il vaso di Edgar Rubin e le illusioni ottiche), dall’Alhambra alla tassellatura. Nella quarta sala si parla di “paradossi geometrici” e di cristallografia, ad esempio con il “Planetoide tetraedrico”, xilografia del 1954.

La quinta sala tratta della “legge del concavo e del convesso”. Nella “Print Gallery”, litografia del 1956, Escher utilizza il disegno ricorsivo: parte dallo sguardo di un visitatore, ritratto mentre osserva il paesaggio in un dipinto appeso nella galleria; poi, lo sguardo stesso passa dal dipinto al paesaggio reale e si ritrova, dopo un percorso circolare, a osservare la nuca del visitatore attraverso la vetrata della galleria, in una successione potenzialmente infinita. Chiamato anche “effetto Droste”, viene ripreso e applicato a questa stessa immagine escheriana nel 2003 dal matematico olandese Hendrik W. Lenstra, che la movimenta via video con un effetto a spirale (il quadro dentro il quadro all’infinito), moltiplicandola 256 volte.

È possibile autoriprendersi con la macchina fotografica, lasciandoci inglobare a nostra volta dentro l’opera, in uno dei pochi punti della mostra in cui è permesso scattare foto. Sono anche interessanti le citazioni di questi effetti in altri ambiti, come la famosa copertina di “Ummagumma”, l’album dei Pink Floyd pubblicato nel 1969.

Nella sesta sala troviamo il confronto tra Escher e Van Eyck, come nella “Mano con la sfera riflettente”, litografia del 1935, mentre nella settima sala viene approfondita la “legge della continuità”, con le superfici riflettenti e la struttura dello spazio. È il caso di “Giorno e notte” (1938), “Incontro” (1944), “Pozzanghera” (1952), “Tre mondi” (1955), “Nastro di Möbius II” (1963) e, naturalmente, “Metamorfosi”.

Il percorso si chiude nell’ottava sala sull’“economia escheriana”, le incisioni “minori”, i libri e le riviste, perfino i fumetti, come i numeri di Mickey Mouse (1991) e di Martin Mystère (1998) dedicati all’artista; nella nona sala con le “scale sognanti” di Studio Azzurro e, nell’ultima, con le influenze di Escher sul cinema, in film come “Inception” (2010) o “Una notte al museo 3” (2014).

La mostra, così, oltre a inserire le opere maggiori dell’artista all’interno della sua evoluzione, evidenziandone i temi più importanti, sottolinea il ruolo di Escher nella cultura, nell’editoria, nella pubblicità e nella musica del Novecento, a riprova che il suo lavoro, come dichiarava lui stesso, “è un gioco, ma un gioco molto serio”.

Linda Kaiser