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Il nome della rosa di Muscato deposita le ceneri del dubbio sul palco

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Il nome della rosa di Muscato deposita le ceneri del dubbio sul palco

Non era facile destreggiarsi nei meandri dell’opera più famosa di Umberto Eco, Il nome della rosa, rendendo onore alla centralità del Verbo, alla celebrazione di quella Parola, orale e scritta, che è la vera protagonista di un romanzo programmaticamente enciclopedico. Un romanzo che si fonda sulla citazione e che spazia dal facile genere poliziesco all’erudito romanzo storico sino a raggiungere l’aura soprannaturale del gotico-fantastico.

In quest’opera di trasposizione teatrale si è cimentato Stefano Massini (autore, fra i testi più recenti, della colossale “Lehman Trilogy” di Luca Ronconi), mentre la regia della piece è in mano a Leo Muscato. E così il cruento romanzo che racconta la formazione del giovane novizio Adso da Melk , guidato dal suo maestro, il francescano Guglielmo da Baskerville  all’interno di un’abbazia benedettina dell’Italia settentrionale, si dipana sul palcoscenico cercando di fare tabula rasa nella mente dello spettatore di ogni immaginario precostituito dagli illustri predecessori.

Felice senza dubbio l’intuizione di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii sull’uso massivo delle videoproiezioni, e sulla loro capacità onirica di evocare gli ambienti intrecciando e sovrapponendo una texture virtuale alla solida architettura posizionata sul palco per riprodurre gli interni dell’abbazia.


Una  “scatola magica” che gioca su suggestioni minimaliste, attraverso l’ingresso in scena di pochi oggetti essenziali che richiamano la diversa anima dei luoghi dell’azione: pergamene, codici miniati, copertine di libri fino ad un’invasione di teschi per riprodurre l’ossario, mentre si svolge l’ordinata scansione drammaturgica della vicenda in quadri compatti in cui agiscono i vari personaggi, ben caratterizzati, ciascuno portatore della sua visione del mondo.

Bravo Eugenio Allegri nel doppio ruolo dell’eretico Ubertino da Casale e del mefistofelico inquisitore Bernardo Gui, come sorprendente è la recitazione di Alfonso Postiglione, lo spassoso frate Salvatore, plurilinguista maccheronico. Mentre Luca Lazzareschi, l’investigatore Guglielmo da Baskerville sembra lo Sherlock Holmes di Conan Doyle (post litteram), che conduce per mano l’ingenuo discepolo Adso la cui pronuncia del nome è infatti molto simile a Watson.

Il tutto si chiude con il divampare sulla scena una colata di fiamme digitali, visivamente imponente, che altro non rappresenta se non lo scendere sul palco delle ceneri del dubbio, sconfitta di una razionalità claudicante, un passo indietro rispetto alla verità che la precede.

Il regista Muscato con questo lavoro ha senza dubbio fatto un’operazione filologicamente impeccabile, che però  fa un po’ fatica a rendere l’opera letteraria di Eco senza purtroppo risultare appiattita sul ritmo serrato del racconto romanzesco.

Lo spettacolore sarà in scena al teatro della Corte fino a domenica 29 ottobre.

FRANCESCA CAMPONERO

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