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Il Nano Morgante | Il rito del commiato serale

GENOVA. 28 GEN. E’ risaputo che, specie nel lavoro impiegatizio, a prescindere dalle mansioni e dal ruolo, le relazioni interpersonali sono contenute entro canoni stilistici privi di particolare slancio e detengono un’artificiosità strettamente correlata all’obbligo ed alle formalità.

Glossando la questione con opportuna ironia, il motivo per cui tale ambiente di lavoro, forse più di altri, debba prevedere quell’arroccamento strategico-difensivo è rintracciabile, se vogliamo, nella immarcescibile saga di Fantozzi, magistralmente narrata a livello televisivo e libresco.

Purchessia, non è facile comprendere la renitenza umana, quando, malgrado i condivisi anni di lavoro, s’impone trascurando i rapporti conviviali, evitando relazioni d’amicizia. Aspetto non trascurato, invece, in altre circostanze od in altri periodi della vita.

In virtù di quanto sopra, il convivio lavorativo pare prendere effimera forma nel commiato di fine giornata, quando la coltre escludente del sospetto si dissolve con l’imminenza del rientro serale a casa.

Ciò delinea, tra l’altro, quanto l’umore individuale sia subordinato al soddisfacimento dei propri bisogni. E si riduca a fasi ritualizzate, quale il saluto che precede la fuga da un luogo ostile.

Rinviando al dissacrante film “Truman Show” sulla finzione e teatralità dei rapporti sociali, concludo questa sintetica riflessione ispirandomi all’ipotesi di una Società che innovi un “pensiero di convivialità” (scomodando Ivan Illich) come costante atemporale ed universale.

Una Società che estenda tale forma di con-vivenza lavorativa, ben oltre il rito del commiato serale.

Massimiliano Barbin Bertorelli