In via generale, non è tutta farneticazione sostenere che il politicante nostrano, di qualsivoglia livello di governo, non appena in possesso dell’ investitura di decisore pubblico e non appena insediatosi nel palazzo del potere, adotta il cipiglio tipico di chi è consapevole della propria condizione di privilegio.
Ma poiché, dannazione, tale condizione di privilegio è temporanea, in quanto ottenuta per delega elettiva, si può ipotizzare che, nella sua ordinaria attività politica, egli orienti quota del proprio pensiero e del proprio impegno giornaliero nel replicare tale condizione temporanea fino a renderla, di fatto, definitiva.
Non gli è facile, probabilmente, in ossequio a un tale obiettivo, dedicarsi totalmente all’ interesse pubblico, anche se, quando era in preda alla candidite (malattia che si manifesta sotto forma di fregola da successo elettorale – fonte Web), l’ interesse pubblico era l’unico suo programma.
E poiché il tempo fugge e fugge così anche il tempo dell’ investitura, il politicante s’industria fin da subito per costruire solide basi all’ investitura successiva.
E’ pertanto realistico ipotizzare il politicante intento a condursi in attività che, in qualche modo, gli potenziano, in ragione di fattibilità, il prestabilito programma occupazionale a tempo indeterminato.
In altri termini, il politicante nostrano si adopera per una certa quota nelle attività che possono servire al fine suo.
In base a tale ipotetico generico presupposto, l’elettore che, a prescindere dalla dimensione macro o micro dell’ investitura, pretendesse dal politicante la stessa coerenza che proclamava in preda alla candidite, questo elettore ri-proporrebbe di sé l’ immagine di ingenua credulità del Candido di Voltaire.
Pertanto, concludendo con salvifica ironia e in rima baciata, si può dunque definire politicante di successo chi resta in carica fino al decesso. Massimiliano Barbin Bertorelli
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