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Il Nano Morgante | Il Linguaggio delle cose mute

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GENOVA. 11 FEB. Credo si riesca bene a percepire, nella vita di tutti i giorni, la reciproca difficoltà nel comprendersi. E, ancor prima, nel parlarsi apertamente.

Stabilito il fatto che, per il buon esito di tale naturale processo, non é sufficiente parlare e condividere la stessa lingua.

All’interno di uno stesso codice semiologico, infatti, esistono infinite estensioni semantiche, minutissime sfaccettature interpretative. Un labirinto, una costellazione di possibilità che si intersecano e si frappongono, non di rado, ad una resa di comunicazione fluida, lineare, univoca.

Scendendo nel pratico, un ostacolo può comprendere la difficoltà di esprimersi per una latitante dominanza del vocabolario o per una comunicazione egocentrica.

Per un verso, anche ricucendo alla bell’e meglio tali impasse, in carenza di una ferma volontà di essere compresi e di comprendere, mai si potrebbe comunque garantire uniforme allineamento tra interlocutori, in termini di interpretazione dei fonemi che la materia linguistica costantemente sotto-pone e giustap-pone.

Per l’altro, se anche balenasse la coraggiosa idea di voler calibrare e dominare una quota percentuale di concetti che trasferiamo parlando,  probabilmente, stante la presumibile pochezza del dato, il già vacillante eloquio virerebbe verso un (forse) più eloquente mutismo.

Restando legati al silenzio delle cose non dette, si potrebbe (vanamente) sperare di appartenere alla categoria di “chi comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”, citando Baudelaire.

Ad ogni buon conto, rischiando di perdere sia dal tappo che dalla spina, il contenuto del nostro pensare dialogico diviene tutt’altro che corposo: al contrario, impalpabile. Ed il nostro contenitore non solo non si colma, ma, al contrario, si svuota (di concetti).

Concetti avvinti a parole aeriformi, che migrano e si sfaldano, da soggetto a soggetto, di passaggio in passaggio.

E’ in atto un volontario e reciproco “deficit di valorizzazione”, pluralizzato da un dialogo esile ed evanescente.

Concludo all’insegna dell’ottimismo, sostenendo che la situazione umana gioca sfavorita. E che il suo margine di miglioramento ha la stessa possibilità di “estrarre la radice cubica di un frassino” (cit. Unamuno).

Massimiliano Barbin Bertorelli