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Gustavo Giacosa, quanta poesia nella follia

GENOVA. 27 GEN. Ho conosciuto tanti anni fa Gustavo Giacosa in occasione dello spettacolo l’Urlo di Pippo Delbono presentato al Teatro alla Corte nel 2005. A quei tempi conoscevo poco il lavoro di Delbono e rimasi colpita dalle immagini forti che si presentavano sul palco ad opera dei performer scelti dal regista ligure. Tra i vari personaggi  di quello spettacolo ce ne fu uno che mi turbò particolarmente, rappresentava un vescovo o cardinale altissimo tutto vestito d’oro che portava  dietro di sè una macabra processione. Quel personaggio era interpretato da Gustavo Giacosa.

Quello che da subito notai in Giacosa era la forte presenza scenica,  quel suo incedere maestoso dettava tanta soggezione quanto paura. Rimasi rapita da quella figura magrissima, alta quasi due metri, con due mani grandissime che si muovevano meravigliosamente diventando uno strumento di espressione vivo e forte. In seguito apprezzai Giacosa in altri lavori anche al di fuori della Compagnia Delbono fino a ieri ( 26 gennaio 2017) quando al Teatro Archivolto ha presentato “Nannetolicus meccanicus santo”, il nuovo spettacolo della Compagnia SIC.12, da lui guidata.

Nella Sala Mercato completamente svuotata da quinte e scenari ci sono solo lui, un tavolo ed una sedia al centro del palco, mentre sul lato sinistra in fronte al pubblico vi è un pianoforte al buio le cui note arrivano a dovere  quando serve.

Gustavo è disteso su quel tavolo troppo corto per lui e raschia, sfrega sul piano di questo, facendo sentire il rumore di un tormento graffiato e graffiante. L’artista racconta attraverso parole al microfono, gesti e canti i nove anni di reclusione  di Fernando Oreste Nannetti,  che utilizzando la punta metallica della fibbia del suo gilet, incise sui muri dell’ospedale psichiatrico di Volterra, testi e graffiti, simboli e formule, che si dispiegano per un totale di 180 metri e 22 centimetri di lunghezza.

Giacosa entra in Nannetti completamente immedesimandosi a pieno in quell’uomo che era persuaso di essere in contatto con presenza soprannaturali e cosmiche, e forse per questo era stato rinchiuso, ma che dentro di sè, in quel suo mondo sospeso tra sogno e realtà, scienza e immaginazione, era un grande poeta. Ed è proprio la poesia nella follia che mette in luce Giacosa nel suo spettacolo, tanto crudo quanto ricco di dolcezza e raffinato.

Lo spettatore viene condotto in un mondo che non conosce ed in cui l’artista lo porta con crudezza, facendo crescere in ogni animo attento il dubbio di quanta follia ci sia poi realmente nei “pazzi”. Nannetti come tanti altri rinchiusi in quei manocomi che, per fortuna, con la riforma italiana nota come legge 180 o legge Franco Basaglia, sono stati chiusi nel 1978, è dentro un buio reale, ma ancheun buio dell’animo che non ha più speranza di contatto con il mondo esterno. Per questo farnetica su ogni orgomento, matematica, fisica, universo interstellare, sesso e  chissà, anche amore, giocando con le parole con ritmi futuristi. I suoi canti sono inni alla libertà come quando intona il “Va pensiero” del Nabucco di Verdi. La sua voglia di libertà è quella che gli fa dire all’inizio come alla fine “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio” ed è proprio così che si allontana dalla sua vita, in piedi, attraversando il corridoio del manicomio che pian piano diventa un viale alberato dove lui con un abito rosso e femminile danza e danza verso un futuro migliore lontano da tutto. Un immagine poetica proiettata in video sul fondo del palco.

La musica originale interpretata in scena da Fausto Ferraiuolo non è solo una colonna sonora dello spettacolo, bensì parte integrante assolutamente indispensabile alla resa di un lavoro che speriamo vedere presto anche su altri palcoscenici italiani. Lo spettacolo è anche questa sera, venerdì 27 gennaio alle ore 21 al teatro Archivolto.

FRANCESCA CAMPONERO