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Genoa, Radu: Udinese sfida molto dura

Il debutto precoce in Serie A. La qualificazione all’Europeo U.21. Corre il tempo per Andrei Radu. Nella notte tra sabato e domenica, le lancette torneranno indietro di un’ora. Lui brucia le tappe e afferra occasioni con i guantoni.

“Siamo carichi dopo il pareggio con la Juve. Sappiamo di avere una partita dura contro un avversario difficile come l’Udinese. Se riusciremo a mettere in campo la mentalità di Torino, sarà un passo importante e daremo un segnale”. Poche partite per farsi un’idea. “L’impatto con la Serie A è stato complicato: cambia la velocità d’esecuzione e la qualità degli interpreti. Arrivano tiri forti e precisi…”.

L’esordio – A questa età, con una vita davanti, c’è spazio per imparare. “Da tutti gli allenatori ho appreso qualcosa. Al Genoa sto migliorando e ringrazio i compagni, in particolare il gruppo di lavoro di noi portieri guidato da Scarpi e Raggio Garibaldi. Godersi tra i pali l’atmosfera di uno stadio come il Ferraris dà sensazioni molto forti. In campo è tutta un’altra cosa. All’esordio con il Chievo, nel tunnel di ingresso, mi sono tornati in mente i sacrifici, i sogni di bambino, le emozioni che il calcio attacca alla pelle. L’adrenalina era tanta alla fine. Faccio parte dell’ultima generazione di rumeni, credo, cresciuti sulla strada con il pallone tra i piedi”.

Bucarest – Bucarest, quartiere Pantelimon. Partite interminabili per fuggire dai compiti, aspettando il diktat verso sera di nonna Preda che faceva la guardia. A lui e due cugini. “Tornate subito, o resterete fuori” il messaggio che i vicini di casa, infastiditi dagli schiamazzi, recapitavano all’allegra compagnia quando si faceva ora. “Giocavo attaccante, non mi piaceva correre. Così è nata la mia trasformazione. Come pali usavamo i piloni dell’elettricità, bottiglie piene d’acqua, scarpe, ciabatte, mucchi d’erba tagliata. Una volta presi una pallonata in faccia e restai tre giorni a letto. Dietro a quei palazzoni c’era il campo del Fc Viitorul Bucuresti. La scuola calcio della mia zona dove poi ho iniziato”.

Alexandra – Gioie e dolori hanno accompagnato la crescita come in ogni famiglia, legando i momenti di spensieratezza a quelli in cui, tuo malgrado, vorresti spaccare il mondo e ti chiedi perché. Già, perché? “Siamo una famiglia unita, ho tre fratelli e avevamo una sorella che non c’è più. Alexandra aveva 14 anni, io 9, quando è mancata. In campo porto con me una maglia bianca con la sua foto stampata, la lascio sempre nei pressi del palo alla destra. E’ un modo per sentirla vicina e portarla con me. Indietro non si può tornare”.