ARCHIVIO

Casbah di Prè, l'avamposto cattolico di San Sisto telegrafa: siamo ghettizzati

[caption id="attachment_214486" align="alignleft" width="553"] Padre Rinaldo Resecco, parroco della Chiesa di San Sisto in via Prè[/caption]

GENOVA. 18 AGO. Persone oneste vittime di discriminazione, pulizia etnica e religiosa al contrario oppure solo "sparate" del leghista Matteo Salvini? Chi ci guadagna e chi ci perde?

Padre Rinaldo Resecco, genovese doc, è un prete di frontiera, ma non vive chissà dove. E' il parroco della Chiesa di San Sisto, avamposto cattolico nella casbah di Prè.

I parrocchiani vivono quotidianamente sotto assedio. In sostanza, i "buonisti" li hanno ghettizzati e lo stato di cose appare anche la ragion d'essere delle Cooperative a sfondo religioso o laico.

Così, Padre Rinaldo ci ha "telegrafato" per denunciare la grave situazione dei caruggi per l'escalation di criminalità, degrado, incuria e menefreghismo della politica locale, ostilità di molti immigrati non integrati ed italiani disonesti.

"A fronte del bollettino di guerra che i giornali fanno ogni giorno sul centro storico della città - spiega Padre Rinaldo Resecco - c'è una preoccupante assuefazione in chi legge verso i gravi fatti riportati. Le risse tra ubriachi in Piazza Sarzano, i regolamenti di conti in Canneto il Curto, i furti con accoltellamenti in Via Gramsci non sembrano essere la normalità soltanto per chi ci vive, ma lo sono anche per il resto dei genovesi che ormai trovano sempre meno motivi per "andare nei vicoli" e conoscere il centro storico più grande di Europa.

L'estate ripropone puntualmente il solito copione con l'escalation dei reati e le istituzioni in vacanza, mentre i quartieri divengono autentici territori aperti alla mercé di bande di sbandati, ubriachi, spacciatori, i tanti senza nome il cui passaggio è come  un'onda di marea di cui si misura l'entità da ciò che lascia al suo ritirarsi.

Il degrado che affligge Prè è l’ultimo episodio di una storia complessa, che vede protagonista sempre la città coi suoi governanti con alterni slanci di interesse e cadute di stile. La storia del centro storico genovese è per molti versi la storia dei suoi edifici, dei luoghi del potere e di quelli delle sue assenze, come quando dal lontano Cinquecento, con l’emergere dei nuovi ceti, si costruivano alloggi più sani in luoghi più ampi e le residenze venivano spostate altrove.

Così, lasciare il centro storico è sempre dipeso molto da una storia di emancipazione laddove il restare equivaleva ad affrontare una vita di emarginazione e degrado. C'è da chiedersi se anche ora sia così. Se interi quartieri e i loro abitanti siano stati abbandonati perché gli interessi economici e politici si sono spostati altrove o se effettivamente esiste una volontà di recupero della realtà sociale dei cosiddetti “vicoli” che è stata poco incisiva finora.

Credo che occorra soffermarsi su queste alternative per comprendere quanto e come si possa vivere in un ambiente diventato ormai ostile, eccetto per chi abbia voglia di fare parte della rete dello spaccio, del mercato del contraffatto coi suoi tristi laboratori, per chi abbia voglia di bere fino a ridursi allo stremo, per i tanti genovesi che speculano sulle miserie umane, e infine per le innumerevoli Cooperative a sfondo religioso o laico che di questo stato di cose trovano la loro ragion d'essere.

E mentre le anime belle continuano a parlare di integrazione, inclusione e tolleranza, Prè si è trasformata in un ghetto". Fabrizio Graffione