Usavano frequenze militari per la caccia, denunciati

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Praticavano caccia al cinghiale usando frequenze militari
Praticavano caccia al cinghiale usando frequenze militari
Praticavano caccia al cinghiale usando frequenze militari

IMPERIA. 21 DIC. Gli indagati, tre persone residenti nella provincia di Imperia, hanno violato l’art. 617 bis del codice penale, ovvero “Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”, e dovranno pagare anche una sanzione di 7.500 euro.

La Polizia Postale e delle Comunicazioni li ha individuati nell’ambito di un’attività di monitoraggio sull’utilizzo abusivo di frequenze riservate, in collaborazione con il Ministero dello Sviluppo Economico – Ispettorato Territoriale per la Liguria di Genova.

Gli agenti hanno individuato la posizione dei radio collari satellitari applicati su cani da seguita, durante alcune battute di caccia al cinghiale nelle zone montane della provincia.

 

Attraverso idonee apparecchiature radioelettriche, gli investigatori hanno potuto determinare la presenza in “aria” di segnali pulsanti a cadenza fissa di notevole potenza, sulla frequenza  155.600 Mhz, assegnata dal piano nazionale delle frequenze al Ministero della Difesa (D.M. 27.05.2015).

A tal proposito, Giorgio Bacilieri, Dirigente del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni per la Liguria, ha precisato che: “L’utilizzo di frequenze riservate al Ministero della Difesa può causare seri problemi di interferenza nelle comunicazioni radio e dati militari che in questo delicato momento devono poter operare al massimo delle loro potenzialità”.

Durante i controlli mirati, gli uomini della Postale di Imperia, con a capo l’Ispettore Ivan Bracco, hanno sequestrato 9 collari per cani e tre apparecchiature palmari di controllo che utilizzavano le frequenze riservate.

Dai controlli è emerso anche che alcuni dei cani da caccia erano privi dei previsti microchip.

E’ stata pertanto avviata un’indagine parallela sull’illecito commercio e provenienza di cani, spesso costretti a crudeli maltrattamenti.

Un tale dispiegamento di tecnologia, – commenta la LAV, Lega Anti Vivisezione – in grado di operare persino su frequenze riservate alle comunicazioni militari, è indicativo del business che si cela dietro alle battute di caccia al cinghiale. Accade spesso, infatti, che le carni degli animali, prive delle certificazioni imposte dalle norme sanitarie ed in spregio alla normativa nazionale sulla tutela della fauna selvatica, siano vendute “in nero” dai cacciatori ad operatori della ristorazione senza scrupoli, con grave rischio per la salute dei cittadini e di quella stessa degli animali che hanno subito l’estrazione dei chip identificativi innestati sotto pelle”.

Sono in corso inoltre accurate verifiche con l’ausilio di personale del Servizio Veterinario della ASL1 imperiese.

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