UNA VEDOVA ALLEGRA PER RISOLLEVARE LE SORTI DEL CARLO FELICE

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vedova-allegra-carlo-felicevedova-allegra-carlo-feliceGENOVA. 20 LUG. Come consuetudine e tradizione, nell’operetta è concesso prendersi delle “libertà”, assolutamente vietate nell’opera lirica. Così la rappresentazione de “ La vedova allegra ” di Lehar che ha debuttato sabato sera (ore 20,30) al Carlo Felice come ultimo titolo del cartellone lirico, ha approfittato per lanciare alla cittadinanza un appello.

La lettura dell’attore- regista Augusto Fornari certo non è stata “tradizionale”, ma ha previsto qualche cambiamento sostanziale per raccontare la crisi che sta gravando sugli enti lirici italiani, ma soprattutto quella che abbatte da tempo il Carlo Felice. Ed ecco che la protagonista, Anna, qui diventa la vedova di un ministro dello spettacolo, mentre il Conte Danilo si chiama appunto Carlo Felice. Un allusione al teatro genovese che non è solo nello scambio dei nomi, ma anche sul piano visivo in quanto la scena è perfettamente integrata nella piazza del teatro che ne assume lo stesso aspetto. Ma il regista non si ferma qui, calca la mano portando in scena anche chi di solito non c’è, macchinisti, tecnici, sarte, truccatrici, parrucchieri, insomma tutta la maestranza del teatro che lì è e lì vuole restare.

Idea encomiabile se non fosse perpetrata all’accesso e quindi alla fine un po’ stancante. Come si dice: “un bel gioco dura poco” e in questo caso potremmo dire che se le allusioni fossero state più accennate, il tutto sarebbe risultato più leggero ed elegante. Ma veniamo all’interpretazione degli artisti. Per fortuna abbiamo avuto Donata D’Annunzio Lombardi (Anna Glavari), che con la sua bellezza e bravura sia canora che attoriale risplendeva sul cast. Altra eccellenza Daniela Mazzuccato, frizzante nel ruolo di Valencienne, meno brillanti i ruoli maschili sostenuti da Alessandro Safina (il Conte Danilo/ Carlo Felice), Fabio Maria Capitanucci ( Barone Zeta), Manuel Pierattelli (Camille de Petruzzelli), Roberto Maietta( Visconte Lascala).

 

Ma grande rilievo nell’operetta, si sa, lo ha la danza, qui in mano al coreografo residente Giovanni Di Cicco. Se i valzer del primo atto sono parsi deboli e poco coordinati, indubbiamente la compagnia Deos ha dato il meglio nel tango del secondo atto e soprattutto nel French Can Can di Offenbach, inserito liberamente come in altre edizioni di quest’operetta per vivacizzare ulteriormente la scena finale. Buona la direzione del tedesco Felix Krieger, elegante ad appropriato nel dare il giusto impulso alle note di Lehar.

Ancora repliche martedì 21(ore 20,30), giovedì 23 (ore 20,30), venerdì 24 (orer 20,30) e sabato 25 (ore 15,30).

FRANCESCA CAMPONERO

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