Troppa farsa in George Dandin

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George Dandin
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GENOVA. 25 NOV. ”George Dandin ou le mari confondu” è la più enigmatica delle opere di Molière, e di conseguenza anche  la più sconosciuta. Uno spettacolo che nasce per le feste di palazzo tanto è vero che è propriamente definita una comédie-ballet (commedia-balletto) con musiche di Jean-Baptiste Lully e coreografie di Pierre Beauchamp. Fu rappresentata per la prima volta a Versailles il 18 luglio 1668, nel quadro del Grand Divertissement Royal voluto dal re Luigi XIV per celebrare la pace di Aquisgrana. La comédie “era assortita da una ouverture, seguita da una scena in musica (pastorale), dal lamento di Cloride, da intermezzi danzati a ciascun entracte, e da un balletto finale, constituente la Pastorale di George Dandin“. Sottolineare questo è importante perché di tutto ciò non se ne fa cenno in alcun modo nella messa in scena di Massimo Mesciulam, di cui si è vista la prima ieri sera alla Corte. Per carità, nessuno si aspettava né pretendeva una lettura filologica dell’opera di Molière, ma ridurre la commedia in una semplice farsa non è stato un gran risultato.

Molière in effetti prende la vicenda da una sua vecchia farsa, di quelle che recitava in provincia negli anni di apprendistato e primissimo periodo parigino, “La jalousie du barbouillé” che vede protagonista un contadino arricchito, George Dandin, che decide di suggellare la sua ascesa nella scala sociale sposando la giovane nobile provinciale Angelica, salvando dal fallimento economico la famiglia della ragazza. Il risultato che ne ottiene sono le inevitabili corna, ma soprattutto l’impossibilità di dimostrare ai genitori di lei e a tutto il mondo il tradimento perpetrato a suo danno. Ma la sciagura del poveretto è una tragedia di cui per altro il regista Mesciulam ne aveva ben colto l’essenza presentando il suo lavoro in conferenza stampa. E allora perché sulla scena non si percepisce nulla di drammatico? Colpa della recitazione?….beh, in qualche modo possiamo anche affermare questo, perché gli attori per altro bravissimi tutti ne hanno dato una versione caricata da commedia dell’arte che ha poco a che vedere con quanto richiesto dal testo.

Solenghi in primis è troppo Solenghi per prestare attenzione a Dandin,il suo personaggio, quel povero contadino che si trova a vagare in un labirinto dal quale è impossibile uscire e che lo rende inerme anche di fronte all’evidenza della verità che non riesce a dimostrare.

 

In questa sua ultima fatica purtroppo Mesciulam ha trovato il modo per raccontare al pubblico la vita quotidiana antica e attuale al tempo stesso divertendo i più, ma deludendo chi da lui si aspettava quella raffinatezza, sensibilità e gusto che lo hanno sempre fatto apprezzare in altre regie .

Splendide le scenografie di Fiorato, impreziosite dalle luci di Sandro Sussi.

FRANCESCA CAMPONERO

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