Tokyo Fiacée, Pellicola delicata con una pervasiva sfumatura d’amarezza

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tokyo-fianceeGENOVA. 10.GIU.  “Tokyo Fiancée”, distribuito in Italia con il titolo meno azzeccato “Il Fascino indiscreto dell’Amore”, è una pellicola che racconta di una storia decisamente delicata ma altrettanto amara.

D’Amarezza pervasiva, quasi corrosiva; sicché per quanto sia un eccellente film, bisogna disporre d’un cuore addestrato alla malinconia, per visionarlo con gusto. In effetti precisiamo subito. Non si tratta propriamente di una commedia brillante come in Italia si ostina a definerla a gran voce la maggior parte della critica. Anzi, tecnicamente rientra nel genere ” drama film “, con il ritmo inizialmente leggero della Commedia in cui si incunea presto – anche nella tecnica filmica – una riflessione sull’Amore, percepita lieve perché – per l’intera stesura del film – è raccontata in soggettiva dalla protagonista ventenne, ma che è tutt’altro che banale e spensierata!

Il Film è tratto dal romanzo ” Né di Eva, né di Adamo “, dell’originale scrittrice belga ” Amélie Nothomb “con evidenti elementi autobiografici dal momento che la Nothomb stessa, figlia di un diplomatico belga, è nata nel 1967 a Kobe, in Giappone, paese in cui fara’rientro a 21 anni per scoprire la sua autentica appartenenza nipponica, proprio come la protagonista del Film, nella cui eccellente giovane attrice, sussiste una forte somiglianza con la Nothomb.

 

Pochi sanno che il regista, Stefan Liberski ( nato in Belgio nel 1951 ), esordisce come assistente alla Regia sul set de ” La Città delle Donne ” ( 1979 ) del maestro ” universale ” Federico Fellini, da cui evidentemente eredita una certa deriva onirica che senz’altro ci accompagna nella visione di ” Tokyo Fiancée “. Stefan Liberski, dopo un periodo trascorso a Roma, esordisce come scrittore per diventare poi in Belgio un affermato Regista TV per Canal +, realizzando una decina di mediometraggi tra cui ” Portrait d’Amélie Nothomb “, rivelando già l’interessamento all’opera letteraria della nostra anticonvenzionale scrittrice.

In tal senso, ” Tokyo Fiancée ” è il suo primo vero Lungometraggio e per essere tale è davvero ben’riuscito. Gli si può addebitare un ritmo un po’ lento, ma sussiste un’applicazione dei codici cinematografici che solo gli addetti ai lavori comprenderanno. Infatti sono certa che pochi eletti noteranno nella ripresa della stanza d’appartamento della protagonista Amélie, la studiata presenza in un piccolo vaso di un esile crisantemo che in Giappone, contrariamente alla nostra cultura, simboleggia la vita ed è considerato fiore nazionale.

Intensi i primi piani. Ben’ realizzate le riprese in esterno e validissime tutte le riprese dall’alto che ritraggono le scene intime tra i due innamorati mantenendo un buon allineamento poetico con la matrice del film. Un pò santii i flashback d’immaginazione della protagonista, o meglio risultano montati in modo non del tutto fluido. Ma perdoniamo Liberski, visto che ha realizzato un così gradevole film ‘autore. Non stereotipato.

Fine anni ’80. Dal Belgio la nostra protagonista Amélie rientra nel suo Giappone natio, determinata a diventare una vera giapponese, come se la cittadinanza belga non le bastasse, sentimento comune ai migranti che inglobino in sé più mondi…

Amélie per  mantenersi, affigge un annuncio in qualità di insegnante di francese, cui risponde l’educatissimo  (altrettanto facoltoso ) ed affascinante Rinri, suo coetaneo, che resterà il suo unico studente, con cui si schiuderà presto un bel sentimento che la protagonista stessa definisce non ” Amore “, ma ” Diletto “. Tutta questa prima parte del Film è contraddistinta da atmosfere sognanti come ne ” Il Favoloso Mondo di Amélie ” di Jeanne – Pierre Jeunet, che presto lasceranno il posto ad atmosfere più cupe.

E proprio dal Diletto nasce il dramma. Non credo si possa parlare di scontro tra culture, piuttosto dell’eterna mondiale difficoltà delle Donne a poter vivere liberamente l’Amore od una passione, senza incastonarla necessariamente in un matrimonio. La via intermedia sarà il ” fiancée “, ossia il fidanzamento tanto eterno da corrompere il sentimento che ne è alla base. La ricca famiglia di Rinri, accoglie ed offre doni ad Amélie, ma in fondo non l’apprezza veramente, tanto che Amélie avverte un senso di soffocamento da spingerla ad una solitaria gita sul Monte Fuji, durante la quale rischierà la vita con tanto di visione- per la locale tradizione religiosa – di Jamanda, la strega  della morte che non riuscirà tuttavia a portarla con sé.

Amélie torna rigenerata da questa sua avventura, tanto da proseguire il suo legame con Rinri, sempre sensibile ed accorto, eppure sottomesso agli standard familiari.

Sarà un tragico terremoto occorso in Giappone nel periodo in cui è ambientato il film, a determinare un finale che è proprio quello che lo spettatore non si auspicherebbe. Nessuno dei due protagonisti muore. Ma muore ciò che è essenziale nel percorso terreno di ciascuno, catastrofi o meno. Non voglio raccontarvi altro…solo che si lascia la sala cinematografica con il cuore un pò gonfio, perchè l’Amore, il sentimento del Diletto o qualunque altra disposizione d’animo limitrofa, non sempre esce indenne dal terremoto dell’esistenza. Anzi, si disentegra proprio. Ma in fondo questo è un film belga nel miglior stile del dramma francese.

Eccellenti gli attori che interpretano i protagonisti, cui auguriamo davvero una lunga e proficua carriera.

Pauline Etienne nel ruolo di Amélie, già vista nel Film ” La Religiosa ” di Guillaume Nicloux – Suzanne Simonin.

Interessante il look androgino con cui Liberski ha scelto di caratterizzarla. Con qualche abito anni 80 ed un paio di scarpe lacerate e vistosamente larghe alla Pippi Calzelunghe. Decisamente bella. Senza necessità d’orpelli. Espressiva.

Taichi Inoue nel ruolo del ” fidanzato ” Rinri .

Estremamente intenso nell’interpretazione del personaggio, il volto di Taichi è uno di quelli che ” spacca ” lo schermo. Maledettamente bello.

Direi che con questo film vince la bellezza anticonformista.

E’degna di nota anche la colonna sonora del jazzista belga Casimir Liberski, che oscilla dal piano al violoncello a sottintendere una tristezza di fondo, per l’appunto.

Film da vedere sicuramente! Con il riso amaro nel cuore.

ROMINA DE SIMONE

 

 

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