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SPECIALE KOSOVO: VENTI DI GUERRA TRA MACEDONIA E KOSOVO. DA TIRANA FILTRA UN “NON RITORNO” A PRIMA DEL 1999

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della polizia di “Fyrom”, sulle nuove cartine geografiche l’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Il conflitto a fuoco tra truppe d’assalto e teste di cuoio macedoni e i paramilitari kosovari è avvenuto nella provincia albanofona di Tetovo, 40 chilometri a nord-ovest della Capitale Skopje, vicino al confine con il Kosovo. I luoghi sono impervi e privi di vere strade carrabili, solo sterrati e anfratti semideserti a cavallo della Sara Planina, la catena montuosa che divide la Valle del fiume Drenica, Kosovo centrale, dal territorio albanese in Macedonia delle cittadine di Tetovo e Gostivar. L’operazione, secondo fonti del ministero dell’Interno di Skopje, si è concentrata contro i miliziani di una banda armata che faceva capo a un capo paramilitare originario del Kosovo, pare ricercato anche per reati comuni, dal contrabbando di armi, droga, alle rapine, al dominio del racket e della prostituzione. Dall’altro versante dell’accidentato confine kosovaro, i militari pattugliatori della forza internazionale di pace Kfor, qui di competenza del corpo armato Nato di peacekeeping e peacemaintening tedesco di stanza a Prizren, hanno provveduto a sigillare la linea di frontiera per evitare il diffondersi di ulteriori tensioni. Ma chi era il capo miliziano caduto sotto i colpi dei soldati macedoni oggi insieme a suoi sette fedelisssimi in armi, a cui da mesi le forze speciali di Skopje davano la caccia? Si tratta di Dzavid Morina, uno dei leaders della organizzazione borderline tra il piratesco ed il patriottico dal nome “Armata Nazionale Albanese (ANA), anche noto con il nome di battaglia del “Comandante Drenica”. Anche se la ricostruzione dell’eccidio non è del tutto chiarita, Morina sarebbe stato ucciso nel corso di uno scontro fra bande criminali, avvenuto nel villaggio Odri, nei pressi di Tetovo, nel corso del quale sarebbero intervenuti in forze i militari dell’esercito regolare macedone per porre termine alla furiosa battaglia combattuta a colpi di Kalashnikov ma pare anche con l’uso di mortai leggeri. Morina faceva parte del gruppo di sette detenuti fuggiti qualche mese or sono dalla prigione di Dubrava in Kosovo. “A guidare la banda – secondo fonti ufficiali del Ministero degli Interni di Belgrado – si troverebbe ora Ljirim Jakupi, più noto con il lugubre soprannome del “Nazista”, nel 2001 uno degli leaders dell’Ucpbm, l’Esercito di Liberazione di Presevo, Bujanovac e Medvedja, operativo fino al 2002, poi smantellato per mediazione Usa ma con qualche base in “sonno” ancor oggi lungo la stretta Valle del fiume Presevo in territorio serbo, ad est del confine kosovaro e a pochi chilometri dal capoluogo regionale serbo di Vranje. Morina era accusato in Macedonia dell’assassinio di due poliziotti macedoni a Gostivar nel 2002. E dunque, mentre il contenzioso geopolitico tra Belgrado e Tirana (grande sponsor di un Kosovo indipendente n.d.r.) va avanti a fatica, arrivano dall’area balcanica, notizie che vanno nella direzione di una possibile svolta di carattere bellico, confermando così le preoccupazioni espresse dall’esponente serbo responsabile per la provincia autonoma ex Jugoslava a maggioranza albanese, Goran Bogdanovic. Per ora si è alla fase di attentati terroristici locali e di scaramucce notturne che risuonano dei sinistri e secchi eco delle raffiche di mitra. Due bombe ad alto potenziale sono esplose nel mese di ottobre in un centro commerciale della capitale kosovara Pristina e presso un locale frequentato da ex combattenti dell’Uck, ora inquadrati nel Tmk, polizia di sicurezza paramiltare di matrice esclusivamente kosovara e parallela rispetto ai contingenti di sicurezza Nato-Kfor, tra cui 3mila soldati italiani con base a Pec. A Pristina non piace per niente l’ultima trovata della presidenza serba di Boris Tadic, una specie di “modello Hong Kong” con liberalizzaioni commerciali locali ma controlli burocratici e di polizia centralizzati a Belgrado. Il tempo scorre troppo velocemente. Anche il gruppo di contatto Usa-Ue-Russia comincia ad avere i nervi logori e si preme per una soluzione finale (di convivenza pacifica) entro il 31 dicembre di quest’anno. Ma, a tastare il polso del milione e 800mila kosovari albanofoni musulmani e dei circa 200mila kosovari serbi slavofoni e cristiano-ortodossi, la pressione politica diastolica e sistolica è alta, troppo alta, e rimane un ultimo appello: l’incontro ad alto livello di tutte le parti in causa con l’inviato Onu, il finlandese Mahrti Athisaari, a Vienna tra un mese, lunedi 10 dicembre prossimo. Per la pace in Kosovo è l’ultimo treno. Marcello Di Meglio (nella foto un blindato svedese della forza di pace NatoKfor corre per le superstrada tra Prisina e l’enclave serba di Gracanica)

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