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SPECIALE KOSOVO. PRECIPITANO I RAPPORTI TRA SERBI E ALBANOFONI. ORA BELGRADO VUOLE MANDARE PROPRIE TRUPPE

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ta, con la Russia che sta a guardare e abbaia quando necesario come un cane da guardia, che ha ampie deleghe per la mediazione sul nuovo status politico del Kosovo di là da venire, ora Belgrado, frustrata da uno stallo decisionale internazionale che sa molto di “tiriamo a campare, qualcosa succederà“, sta perdendo la pazienza e il consigliere-portavoce del Premier serbo Vojislav Kostunica, Alexandar Simic, ha affermato ieri che Belgrado ritiene suo diritto porre in atto il ritorno nella provincia secessionista albanofona del Kosovo di un proprio contingente militare e di polizia. “Noi pensiamo che i tempi siano maturi – ha detto il consigliere Simic – per un ritorno di nostre foirze dell’ordine in Kosovo.” Senza che rappresentino un’istanza ufficiale dell’attuale governo di coalizione democratica serba, tali affermazioni la dicono lunga sul’atmosfera di impazienza che si respira a Belgrado. La Serbia ha stanziato quest’anno 54 miliardi di Dinari (pari circa a 5 milioni di Euro) per interventi infrastrutturali e umanitari in Kosovo e ora vuole averne un buon riscatto. Simic non ha inoltre specificato le dimensioni numeriche nè tantomeno strategico-logistiche di questo possibile contingente militare. L’affermazione del Consigliere di Kostunica ha un basamento giuridico non traballante. Infatti tra le righe degli accordi di tregua tra Nato e Vojska (Armata n.d.r) Serba, firmati a Kumanovo in Macedonia settentrionale il 12 giugno del 1999 che posero fine ai bombardamenti del Patto Atlantico su Serbia e Kosovo, esiste una clausola solo ora rispolverata dagli analisti di Governo belgradesi che prevede il rientro nella provincia secessionista a sud di Belgrado di un contingente di forze militari e di polizia serbe che nulla avrebbero a che fare con l’amministrazione della polizia Unmik nè con il contingente multinazionale Kfor-Nato (non caschi blu n.d.r.) di cui l’Italia fa parte con 5mila dei 13mila uomini presenti insieme a Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia e Polonia. Anzi 8 anni fà proprio la Vojska e la Nato (tramite il foraggiato Uck) se le diedero di santa ragione. Ora le timide, ma non troppo, velleità serbe stanno covando come il fuoco sotto la cenere di un conflitto mai sopito del tutto, prendendo ossigeno (e coraggio) dalla situazione di estrema confusione e indecisione in cui naviga a vista la “Trojka” mediatrice formata da Usa, Ue e Russia, più impossibilitata ad agire concretamente da opposte visioni di soluzione che incapaci di decidere su quale forma di Stato competa al Kosovo. Anzi le idee sono state sempre piuttosto chiare anche se celate da numerose cortine fumogene diplomatiche. Carte scoperte, alfine, dopo un lungo bluff durato 8 anni, a cui nè i kosovari albanesi, ex reduci dalle milizie indipendentiste combattenti Uck, nè ormai anche più i generali dell’esercito serbo hanno più intenzione di sottostare. Il problema vero è che il Kosovo, secondo un allarmato report dell’influente centro di studi strategici Usa denominato International Crisis Group e reso noto ieri 22 agosto a Pristina dove ha avuto l’effetto bomba di un proclama che ha monopolizzato l’attenzione di tutta la città capoluogo della provincia a sud dei Balcani serbo-albanofoni, afferma che: “L’Ue ha nel suo stesso cortile una bomba ad orologeria”. Lo rivela lo stesso diplomatico statunitense Alexander Anderson, direttore del International Crisis Group, paventando un rapido precipitare dell’area verso un nuovo sanguinoso conflitto, allarme provato sia dal lento ma progressivo riarmo delle Tmk (l’Uck ha cambiato nome – ora si chiama Trupes Mbrojtes Kosoves, letteralmente Milizie di Protezione del Kosovo – non idee nè intenzioni bellicose n.d.r.), sia dal rimbalzo da Belgrdao di questa novità dell’invio del proprio esercito, possibiltà sancita dagli accordi di Kumanovo, a lungo trascurata ma prevista nero su bianco nel testo della Risoluzione Onu 1244 del luglio 1999 che consente, sulla carta, a Belgrado di inviare propri militari e forze di sicurezza con la bandiera a strisce orizzontale blu, bianca e rossa. Continua con apprensione Anderson nel suo rapporto: “Prima l’Ue, od una maggioranza significativa dei suoi membri, si dichiarerà pronta a sostenere un Kosovo indipendente, più grandi saranno le possibilità di prevenire il disastro. Se necessario bisognerà aggirare l’Onu, pena lo spettro di un nuovo conflitto sanguinoso nei Balcani.” Ma l’elefantiaca organizzazione mondiale del Palazzo di Vetro ha i suoi ritmi, se non il proprio orgoglio. Non è un mistero che l’Onu si muova su tutti i fronti caldi del Globo inquieto. L’impressione che si ha passeggiando sia per Pristina che per Belgrado è quella di due litiganti che una volta separati a forza da un paciere, ora si sentano di nuovo liberi di agire “in proprio”, visto che da New York latitano. Oppure, ribaltando la prospettiva, è proprio l’Onu che vorrebbe mettere fine allo spinoso problema “Kosovo” ma lo voleva fare prima con un piano di pace stilato dall’inviato speciale per l’area, il finnico Maarti Ahtisari, piano che aveva la parvenza di un salomonico “volemose bene”, destinato ad accontentare sia Pristina che Belgrado ma che in realtà non ha fatto che gettare benzina sul fuoco. Il piano Ahtisaari prevedeva che il Kosovo navigasse in un’ampia autonomia ma rientrasse comunque sotto la sovranità serba. Niente indipendenza, niente confini ufficiali e dogane, niente governo, solo un parlamentino pristinese dove risuonasse la lingua albanese con toni più alti di quella serba. Troppo facile, anzi troppo difficile che ciò venisse accettato da entrambi i popoli, incollati a fatica dal Maresciallo Tito alla fine dell’ultimo conflitto mondilae nel 1945, dopo i 24 mesi di violenta guerra del ’98 e ’99, quando esercito serbo e Uck albanofono si sono scannati a suon di cannonate, granate e raffiche di kalashikov con massacri che ancora offendono l’umano sentire, testimomiati dalle fosse comuni ricoperte di grandi cuscini di fiori lungo tutta la Valle della Drenica, il cuore della provincia kosovara, dove il conflitto fu più aspro e cruento che altrove. Data l’impossibilità dell’attuazione del piano Onu, rifiutato sia dagli attacchi dinamitardi di febbraio e marzo del corrente anno a danno dei blindati Onu a Pristina e a Pec, sia dalla manifestazione finita nel sangue del movimento di autodeterminazione albanese “Vetevendesoje”, che il 10 febbraio scorso ha visto morire, durante un corteo di protesta lungo il Bulevardi Nene Terese (la via centrale di Pristina intitolata da poco a Madre Teresa di Calcutta n.d.r.) due tretenneni attivisti del movimento e finire in coma all’ospedale di Skopje in Macedonia, il più vicino attrezzato per trattre i feriti gravi, altri tre giovanotti kosovari, tutti colpiti dai colpi sparati, pare dalla polizia romena inquadrata nel contingente Onu-Police tra cui rientrano anche 500 nostri Carabinieri-Msu, (organismo diverso e parallelo alle truppe Kfor-Nato n.d.r., sia infine dalla comunità serba minoritaria, gestita dal Sindaco di Kosovska Mitrovica Oliver Ivanovic che conta 150mila individui contro il milione e 800mila kosovari-albanesi. L’ultima disperata trovata della “Trojka” di mediazione Usa, Ue e Russia (ovvero lupo, capra e cavolo del noto indovinello) risale a metà agosto e propone la divisione tout court del Kosovo in due distinti Paesi, il Nord-Kosovo, riassorbito in toto dalla Serbia e il Sud-Kosovo, dall’altezza di Pristina in giù fino ai confini macedone a albanesi. “Cosa? No, grazie! E’ risuonato forte il rifiuto sia in albanese che in serbo”. Marcello Di Meglio (nella foto una pattuglia di Esploratori Lagunari “Serenissima” dell’Esercito Italiano in ricognizione sulle alture intorno a Pec, West-Kosovo)

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