Se fosse, sarebbe. L’essenziale ricorso alla fantasia.

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Fantasia
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GENOVA.  6 AGO.  Non intendo affatto esimermi dalla realtà. 

Se mai, esiliarmi nella volenterosa idea di partecipare ad ogni esito, facile o meno facile, scontato o sorprendente, che mi riguarda. In specie, partecipare a quel respiro quotidiano legato a filo doppio al significato, corrente e ricorrente, di esistenza.  

E perché ciò accada, può essere utile agire sulla leva della fantasia. 

 

Un salto carpiato dal trampolino del modo ottativo, attraverso il ponte strallato delle possibilità,  e finalmente raggiungo l’atteso, prepotente, essenziale argomento: i desideri.

Non a caso, una quota del titolo discende direttamente dal film “Alice in Wonderland”: contesto ideale per trovare fulgidi esempi di desideri e comporre mirabolanti esaudimenti.

Di certo, sappiamo (o pensiamo di sapere) cosa sono i desideri, visto che tutti, chi più chi meno, ne hanno una scorta da soddisfare.   

Alcuni sottendono una nostra precisa attitudine, un’ambizione che il pensiero insegue fino in capo al mondo; altri  assumono una forma mediata ed immaginativa, postulando un possibile rimando al desiderio di essere  o, anche, al “desiderio del desiderio dell’altro” (cit. E. Lévinas).

Siamo esistenze mutevoli, in perenne transizione tra l’amore per il desiderio ed il dovere del possesso. Diciamo pure, per licenza autoconcessa, che qualunque cosa ci rappresenti e qualunque espressione assuma, in questo percorso ad ostacoli, una parte rilevante di desideri dovremo immolarla sull’altare di evidenti impossibilità: quelle che trascinano in luoghi  che scolorano i sentimenti  di cui l’uomo é dipinto e si dipinge.

A questo punto, può essere utile sintetizzare e rimettere alla riflessione un assioma nichilista ed irriverente: quand’anche l’uomo, tra i più assurdi desideri, tentasse l’esaudimento del poter fare a meno degli altri, comunque sia, di sé stesso non potrebbe fare a meno.

Orbene, integro la considerazione attingendo al mondo poetico della Szmborska: “pensa quel tanto che serve, non un attimo di più, perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio”.

Provo così, allontanando ogni dubbio pensiero, ad investire tempo e sentimento nel desiderare “ciò che già ho”.  

Lo trovo più fantasioso del recriminare senza costrutto, dell’avvoltolarsi tra le infinite congetture su “ciò che sarebbe stato” e su “come poteva essere”. 

Massimiliano Barbin Bertorelli

 

 

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